Fascismo e cultura: il caso rumeno

Il fascismo rimosso
Alexandra Laignel-Lavastine, Il fascismo rimosso

Un bel giorno, Norberto Bobbio, il “papa” antifascista, lanciò la sua celebre idiozia: “dove c’è fascismo non c’è cultura” disse… e giù tutti a scrivere che sì, il Fascismo è rozzo, non è intellettuale-fino, è roba per gente incolta, per picchiatori di borgata… poco importava ricordare che l’intero schieramento della cultura italiana del Novecento era stato in orbace, che Pirandello e Marinetti, Gentile e Malaparte, Soffici e Ungaretti… insomma, qualche idea l’avevano buttata giù… Il dogma era già stato forgiato: la cultura, la bassa come l’alta, può essere solo antifascista.

Gli intellettuali antifascisti sono incredibili: da sempre non fanno che ronzare dalle parti del Fascismo… più dicono di odiarlo, più si sfregano alla camicia nera. Il “Male Assoluto”? E come vivere senza? Da Piovene e Silone in giù… È di pochi giorni l’uscita dell’ultimo “capolavoro” di Eugenio Scalfari, in cui il vecchio guru antifascista si lascia scappare di rimpiangere i bei tempi del GUF, quando faceva il saluto romano e l’Italia era potente… E Lajolo, Berto, Bontempelli… e Moravia, che scriveva sulle riviste di Vichy? E Giaime Pintor, il santino antifascista, che andava in Germania durante la guerra ai convegni culturali nazionalsocialisti… che ci andava a fare? Era antifascista, certo,… ma che bello sentire Goebbels, vedere Rosenberg da vicino… chissà che fremiti inconfessati, che voglia di essere come loro… Capite? Qui c’è in ballo una patologia, bella grossa… Il progressista “di sinistra” ama il fascio di un amore disperato, occulto. Lo odia di un amore viscerale.

Cioran

Questa patologia, comunque, non è solo italiana, è europea. Ricordate Günther Grass? Per sessant’anni aveva fatto il censore antifascista, l’inflessibile accusatore, poi un giorno, ormai vecchio, è scoppiato in lacrime e ha confessato: sì, è vero, da giovane sono stato nelle Waffen-SS… Neppure nella Flak come il papa, proprio nelle SS… E i grandi filosofi “democratici” della Germania postbellica? I Gadamer, i Gogarten, i Gehlen? Tutti ex-nazisti… E i francesi? Bataille e Klossowsy – i due santoni della rive gauche – ammiravano le liturgie di massa naziste, invidiavano la capacità hitleriana di agitare il mito antico… non facevano che scriverne… erano gli anni intorno al 1939, quando Dumézil esaltava il germanesimo rinato col Terzo Reich… tutte cose nascoste alla svelta nel sottoscala, ma poi, a cose fatte. E che dire di Sartre, di Cocteau, di Camus, che lisciavano il pelo ai tedeschi come e meglio di Drieu e Brasillach, durante la formidabile stagione culturale di Parigi occupata?

Adesso apriamo un libro che è un’enciclopedia di questi tortuosi percorsi dell’inconfessato. L’ha scritto Alexandra Laignel-Lavastine e si intitola Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco. Tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo (UTET). Tre pezzi da novanta della cultura del Novecento, sorpresi dal flash a braccio teso… tre rumeni naturalizzati francesi, il fior fiore della società progressista del dopoguerra, tre grandi firme, professoroni, gente che ha fatto epoca.

Di Eliade si sapeva. Nei suoi diari, romanzi, ricordi, diceva e non diceva, ogni tanto gli scappava qualcosa. Di Cioran trapelava qua e là un accenno, una mezza frase… Ionesco, invece, sembrava al riparo. Ma come, l’autore de Il rinoceronte, la famosa pièce teatrale contro il conformismo totalitario? A differenza degli altri due, Ionesco diceva di essere antifascista già negli anni Trenta, voleva scappare dalla Romania, ormai infestata dalla Guardia di Ferro, gente orribile, sporchi antisemiti, nazionalisti violenti… e dove va a finire? In Francia, ovvio: era innamorato della patria del “libero pensiero”… Sì, ma dove esattamente? A Vichy. Dice: ma allora si sarà nascosto, di certo, oppure avrà sicuramente lottato a fianco della “resistenza”… Invece no. Non gira alla larga, va proprio tra le gambe del potere, nel cuore dell’antisemita, nazionalista, filo-hitleriana Vichy. Implora un impiego o un semplice lavoro da traduttore all’ambasciata rumena e, come dire… lo ottiene. Con quanti posti c’erano, va a capitare proprio in un centro pulsante del Nuovo Ordine Europeo… Come avrà fatto? Conoscenze, amicizie? E soprattutto: perché va proprio lì? Era un lavoretto per il quale bisognava avere dei titoli. Avrà dato garanzie, prove di sicura fede… Da non credere: un antifascista convinto, che si mette a lavorare per l’amicizia tra la Romania di Antonescu e la Francia di Pétain? Proprio così. E lavorava pure bene.

Mircea Eliade

L’autrice riporta che Ionesco – uno dei totem, ricordiamolo, dell’intellettualità “impegnata” e progressista del dopoguerra, l’inventore del “teatro dell’assurdo” – viene descritto da chi lo frequentava in quegli anni come un tipo insicuro, pieno di turbe; aveva paura del buio, era sempre angosciato, stralunava gli occhi, temeva il fatto di avere la madre ebrea… eppure: «come è riuscito Ionesco, che aveva fama di essere uomo di sinistra – si chiede la Laignel-Savastine – a farsi affidare un incarico all’ambasciata rumena di Vichy, in un momento in cui avere una nomina all’estero era un trattamento di favore riservato a uomini di fiducia del regime?». Mistero. Un po’ come Angelo Tasca, lo storico antifascista che lavorava anche lui per Vichy… Un vero vizio… E Ionesco viene anche promosso segretario culturale dal Ministero della Propaganda… e viaggia in lungo e in largo, e promuove la creazione di più saldi rapporti tra Francia pétainista e Romania fascista… e nel dopoguerra naturalmente si guarderà bene dal parlare di questo fatto mica da niente… capirete, Vichy, anni 1942, 1943, 1944… l’ambiente era quello che era, c’era poco da scherzare… A Vichy Ionesco gode di privilegi, ha libertà di movimento, è perfettamente a suo agio. In più, scrive la Laignel-Lavastine, «Ionesco sembra prendere ordini direttamente da Bucarest»: qualcosa non torna. Antifascista o uomo di fiducia di Antonescu? Nulla di strano, Ionesco è il tipico “rinoceronte” doppiogiochista democratico, che predica bene e razzola malissimo… Con in più un aspetto psicopatologico.

Eugene Ionesc
Eugene Ionesco

L’autrice, a un certo punto, scrive che Ionesco era in forte sofferenza alla fine degli anni Trenta: tutti i suoi amici erano fascisti, la Romania era tutta guardista… si sentiva solo… Da certe sue pagine di diario «traspare in modo straziante la difficoltà di resistere, anche in silenzio, dal punto di vista morale e intellettuale…». Era “straziante” essere antifascista? «Come fare a sentirsi a posto con la coscienza, quando si pensa quasi da soli contro tutti…?». Essere antifascista non faceva stare a posto con la coscienza? E perché? E perché ci girava intorno, avvicinandosi al pensiero di Emmanuel Mounier, che all’epoca era para-fascista? Il perché è nel Rinoceronte, quando Ionesco scriverà la terribile frase rivelatrice: «come vorrei avere un nudo decente, senza peli, come il loro! Il loro canto è attraente…». Insomma: ecco qua che trapela con chiarezza la turba psichica, la seduzione inconfessabile… il Fascismo dei “rinoceronti” lo attraeva, e più lo attraeva, più Ionesco – che non poteva diventare fascista come gli altri: la mamma… – malediceva la società, gli uomini, se stesso… Un caso clinico: e inventò l’assurdo.

Eliade e Cioran, invece, non avevano di questi blocchi nel subconscio. Fino alla fine furono radicali sostenitori della Guardia di Ferro, a viso aperto. Anche se poi, dopo il 1945, si capisce, ce la misero tutta per nascondere le tracce, per occultare, per far finta di niente… Altrimenti, come diventi il moralista principe del Novecento, ricco e di successo (Cioran)? E come ci vai a insegnare nelle università americane, diventando il più illustre studioso di religioni del secolo (Eliade)?

Cioran, che dal 1941, su proposta del capo legionario Horia Sima, diventò consigliere culturale dell’ambasciata rumena a Vichy (anche lui…), è quello che scrisse frasi di questo tenore: «Non esiste nel mondo di oggi un uomo politico che mi ispiri più simpatia e più ammirazione di Hitler». Nel ‘33 aveva salutato l’avvento del Nazionalsocialismo come l’alba di una «barbarie feconda e creatrice», scrivendo che «il vitalismo è l’implicazione filosofica dell’hitlerismo», esaltandosi con Nietzsche e Simmel, Scheler e Klages. Guardista radicale e grande ammiratore di Codreanu, Cioran alla fine del ‘40 – quando va al potere il partito legionario e in Romania tira aria di rivoluzione – parla alla radio esaltando la Guardia di Ferro e la figura del Capitano, proprio nello stesso momento in cui avvengono pogrom di massa contro gli ebrei. Poi inneggia all’hitlerismo e alla Transilvania “prussiana”, scrive sul giornale antisemita Vremea un panegirico dell’identità etnica rumena… Alla fine raccoglie tutto, lo nasconde per bene e neppure una parola, nel dopoguerra, sulla sua attività di intellettuale fascista, schierato e militante per lunghi anni dalla parte del Führer.

E di Eliade, che si dice? Ormai da un pezzo sappiamo delle sue convinzioni fasciste. Favorevole a eliminare le «tossine ebraiche» dal corpo della Romania, per anni è una punta di diamante della pubblicistica guardista. Incaricato della stampa e della propaganda dal 1941 al ‘45 a Lisbona, esalta Salazar, sostiene a spada tratta la politica nazionalista di Antonescu, maledice come una tremenda sciagura l’avanzante “anglo-bolscevismo”… salvo poi, quando con vari intrighi riuscirà a farsi chiamare prima a Parigi poi in America, incartare il tutto, nascondere, tacitare.

La storica Emanuela Costantini ha scritto qualche anno fa che Cioran «era affascinato, anche e forse soprattutto esteticamente, dal ruolo che veniva riservato ai giovani nella Germania hitleriana e lo vedeva come un sintomo della vitalità della nazione tedesca». La stessa fonte fornisce prove a iosa sul fatto che Eliade era un sostenitore oltranzista dell’imperialismo rumeno, dell’antisemitismo legionario e delle ragioni della guerra dell’Asse; inoltre, vedeva i legionari come profeti chiamati a realizzare «una missione in senso mistico-religioso». Sia Cioran che Eliade non furono dunque per nulla dei semplici intellettuali “fiancheggiatori”, ma membri attivi, militanti di punta dell’ideologia fascista. Il caso dei tre rumeni, nel bene e nel male, è una storia europea. La storia di un movimento come il Fascismo, che finché ebbe vita, trascinò dalla sua parte non solo l’entusiasmo delle masse, ma anche quello delle élites culturali. Cioran, Eliade e Ionescu, anche nel dopoguerra, come sottolinea la Laignel-Lavastine, ebbero atteggiamenti ambigui, non “elaborarono”, come si dice. Nella sacralizzazione del mito di Eliade, nel nichilismo di Cioran, nella critica alla società di massa di Ionesco, ci sono riverberi fascisti. Avevano aspirato troppo Fascismo. Avevano fatto troppa cultura ideologica. Erano stati immersi in un troppo radicale pathos. Bobbio non voleva che si sapesse, ma libri come quello segnalato ci dimostrano una cosa: dove c’è Fascismo c’è cultura.

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Tratto da Linea del 13 giugno 2008.

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