Riflessioni sul destino della Russia. Parte II

Il crollo dell’URSS, l’ascesa della Federazione Russa e dell’Unione Europea e il rapporto tutt’ora vigente fra i due poli, nonché note sulla crisi ucraina attualmente in corso

[Il presente testo appare come un mio inedito che si presenta come una continuazione di due piccole opere pubblicate nel testo Jean Thiriart il cavaliere eurasiatico e la Giovane Europa (AGA, 2021) e Quale Russia? (Diana, 2024). Il testo è inedito, quindi; chi volesse farne uso mi contatti via scarabeodilupia@gmail.com. La stesura di tale opera è del 2023-24. (N.d.A.).] La prima parte dell’articolo è pubblicata qui.

Gli autori del così detto pensiero tradizionale come René Guénon e Julius Evola nonché altri pensatori a loro analoghi erano convinti che l’avvento del Quarto Stato – cioè della classe che si componeva degli oppressi e dei proletari – rappresentasse il punto di decadenza finale che avrebbe dovuto concretizzarsi con il diffondersi planetario del comunismo a scapito della casta del così detto Terzo Stato, cioè dei capitalisti e dei mercanti. La fine dell’Unione Sovietica e del comunismo in Russia e il trionfo del capitalismo hanno dimostrato che il massimo stadio di decadenza non è rappresentato tanto dal trionfo dei proletari e degli oppressi sul capitalismo, ma casomai del capitalismo neoliberale concepito come “destino” e come il migliore dei mondi possibili, come del resto viene tutt’ora propagandato, e ciò è vero non per un preciso continente o stato o comunità ma per tutto il globo; il così detto Manifest Destiny escatologico statunitense[1] è diventato un unicum planetario da cui non si può sfuggire coronato dal trionfo della decadenza sotto ogni piano: quello morale ed etico, politico e spirituale nonché della stessa specificità umana, a cui assistiamo ogni giorno nel mondo liberale. La fine dell’Unione Sovietica, sottolineando ovviamente tutte le sue contraddizioni anche sul piano della dottrina che propagandava, ha solamente accelerato un processo, quello di decadenza, e la fine di ogni particolarismo fra le nazioni, che bene o male si era mantenuto anche nella così detta “modernità novecentesca” con l’emergere dei nazionalismi nei paesi non allineati e di sistemi alternativi, dell’elemento politico sull’economico, e ciò lo si evinceva anche dal proliferare di idee e di gruppi impegnati in Europa occidentale ed anche negli Stati Uniti nonché di tanti altri fenomeni. Con la morte di ciò si è passati alla così detta Globalizzazione del mondo su base statunitense.

Ritornando alla fine dell’Unione Sovietica dobbiamo capire come ciò è stato possibile: le riforme della Perestrojka hanno stimolato la liberalizzazione e l’allentamento della censura con la conseguente caduta dei regimi socialisti in Est-Europa, concretizzatosi con la caduta del Muro di Berlino nel Novembre del 1989; la Russia nel 1990 si trovava impegnata con l’emergere dei nazionalismi, ad esempio dei paesi baltici, nonché con una crescente opposizione anti-Perestrojka che andava dai gruppi nazionalistici ed anche filo-monarchici come Pamyat[2], fino allo sviluppo di un fronte anti-gorbacioviano nello stesso centro del potere rappresentato dal Cremlino. Ciò, come ha ben sottolineato un politico di quel ramo di opposizione come Egor Ligacev44, ha scatenato le forze d’élite del KGB oramai irritate dal disfacimento dello stesso Stato che si concretizzò nel Putsch o Golpe di Agosto 1991 che fallì; si voleva riportare l’autorità del Partito sul territorio Sovietico dalla capitale Mosca, ma ciò non fece altro che alimentare una folla popolare incitata da Boris Eltsin, capo dell’opposizione a Gorbaciov che cappeggiava la popolazione moscovita oramai assuefatta ma anche speranzosa di vedere un “modello liberale” in Russia. Ciò determinò una dimostrazione di massa che in breve tempo fece crollare l’allora “Impero del Male” con la fine della Stessa Unione nel 1991 e la nascita della Federazione Russa e di tanti piccoli stati indipendenti come la Bielorussia, gli Stati baltici, la Georgia, il Kazakistan, l’Ucraina etc.

Con la fine del 1991 si stava delineando un nuovo assetto geopolitico in Europa Orientale; se da una parte i nuovi nazionalismi avevano portato all’indipendenza le Repubbliche Baltiche, essi fecero scatenare anche nuovi conflitti inter-etnici come quello fra la neonata Repubblica moldava e l’autoproclamatasi Repubblica di Pridnestrovie, meglio conosciuta come Transnistria, che non voleva staccarsi dalla Russia, oppure come il problema ceceno maturato sotto Eltsin e proseguito con i primi anni della Presidenza Putin. La presidenza di Eltsin, come sottolinea Roy Medvedev[3], non rappresentava nemmeno un tentativo fallace e maldestro di riforma come quello gorbacioviano, oppure un tentativo di aprirsi all’Occidente come fece Pietro il Grande o come volevano gli occidentalisti, od adattando alla realtà russa un’ideologia occidentale come quella marxista come si fece nell’URSS: si trattò semplicemente di una svendita delle risorse e dell’apparato pubblico e militare del Paese: le industrie militari e strategiche nonché le risorse vennero defraudate completamente e vendute ai migliori offerenti sia russi – che si erano arricchiti negli ultimi anni della Perestrojka con le prime liberalizzazioni quando erano a capo degli ultimi avamposti di “fattori collettive” e fabbriche socialiste che andarono a formare una nuova classe sociale, quella degli Oligarchi – sia stranieri. Il paese iniziò inoltre a fare affari nonché indebitamenti con il Fondo Monetario Internazionale. La popolazione era allo stremo: la disoccupazione era alle stelle come l’inflazione e lo stato sociale dato dall’URSS fu distrutto. Come ben ricorda Medvedev, molti russi furono costretti a coltivarsi da sé la verdura se volevano sopravvivere anche se erano stati, come lui, storici o membri del Partito e dell’esercito, molte giovani ragazzine furono costrette a prostituirsi e iniziarono appunto, come precedentemente ricordato, sanguinosi conflitti come le Guerre Cecene. In questo contesto la leadership di Eltsin appariva refrattaria e confusionaria. La sua presidenza si può suddividere in tre periodi, il primo dei quali caratterizzato dall’entusiasmo iniziale per la sua ascesa che scemò presto: infatti nella nuova Russia stavano nascendo diversi gruppi che non erano concordi con la completa distruzione del paese e delle sue risorse con la scusa della liberalizzazione: da una parte c’erano i così detti gruppuscoli di estrema destra ed ortodossi, dall’altra gruppuscoli di veterani nostalgici dell’URSS, di militari del KGB, etc. nonché di semplici cittadini sfiduciati dalle riforme di Eltsin; in sintesi, come ricorda Medvedev e come si evince da un libretto pubblicato delle Edizioni All’Insegna del Veltro negli anni ’90, La Russia che dice di NO[4], si poteva vedere un vasto universo di gruppi che andava dai marxisti di Gennadj Zjuganov, ai gruppi gravitanti attorno a Pamyat e vicini alle idee tradizionaliste, agli eurasiatisti e nazional-bolscevichi di Aleksandr Dugin ed Eduard Limonov[5] ad addirittura a socialdemocratici, a preti ortodossi etc.; gruppuscoli che volevano portare, con il loro entusiasmo, alla fine del “primo periodo” della presidenza Eltsin con il tentativo – miseramente fallito – di marciare sulla Torre della Televisione di Ostankino nel 1993, e inoltre  nello stesso momento la Duma di Mosca sotto la guida Aleksandr Ruckoj, cercò di sfiduciare inutilmente il Capo russo – infatti uno dei maggiori organi rappresentativi della Russia venne completamente preso a cannonate ed incendiato: si era entrati nella così detta “Crisi costituzionale russa” che con l’intervento dell’esercito e dei nuovi servizi segreti della Federazione Russa (FSB) volse a favore di Eltsin. Con la Duma presa a cannonate e la messa in fuori legge di molti gruppi dell’opposizione, Eltsin si trovò a fronteggiare un altro problema: come affrontare la caduta della sua popolarità in seguito ai fatti del 1993 nonché alle sciagurate riforme economiche “iper-liberali” inaugurate da lui stesso e da Anatolij Borisovič Čubajs – l’economista di punta principale del nuovo regime – per concorrere alle elezioni parlamentari per il rinnovo della stessa Duma di Stato del 1994-95. Come scrisse Roy Medvedev, “la Terza repubblica russa, nata nei sanguinosi eventi dell’Ottobre 1993 mancava di legittimità[6]” da parte della popolazione; questo determinò una forte legittimazione e la vittoria a livello parlamentare del neonato Partito Comunista della Federazione Russa guidato da Gennadij Zjuganov e come secondo partito quello del nazionalista e populista Vladimir Zhirinovskij; Eltsin, sentendosi minacciato da questa bassa legittimità, iniziò a recuperare la simbologia patriottica e sovietica, come sottolinea di nuovo Medvedev ”Eltsin non parlava solo di mercato e di proprietà privata ma di ‘economia di mercato orientata socialmente’ spostandosi sempre più verso il centro politico”. Eltsin in qualche modo stava attuando una sorta di programma “socialdemocratico49”, e dopo le dimissioni del Primo ministro del suo governo Andrej Kozyrev iniziò a cambiare pure la politica estera, con la firma di importanti trattati bilaterali con la Cina, la Bielorussia e il Kazakistan; dopo l’uscita di scena di Čubajs anche le riforme economiche iniziarono ad essere messe in discussione, e inoltre il Presidente della Federazione decretò il 9 maggio come festa nazionale della “Grande Guerra Patriottica” dove egli, “per la prima volta in molti anni […] presenziò dall’alto del mausoleo di Lenin alla parata delle forze armata[7]” e riabilitò infine la bandiera sovietica come simbolo di Stato. In sintesi, si iniziava un secondo periodo, come scritto sopra, dopo il disastro economico dei primi anni, ma la popolazione rimaneva per lo più insoddisfatta del degrado dato dalle riforme liberali che si stavano attuando. Questa insoddisfazione continuò anche durante un terzo periodo della presidenza di Eltsin, che proseguì con la crisi economica e finanziaria russa, che venne chiamata anche crisi del rublo o “febbre russa” all’epoca, dell’agosto 1998. La crisi economica portò la Banca centrale della Federazione a svalutare il rublo e a non poter rimborsare il proprio debito sovrano, determinando il default. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso di un regime in pieno disfacimento economico, dalle riforme iper-liberali (anche se si stavano relativamente attenuando) e alla sua crisi dovuta al crescere dei piccoli nazionalismi come quello ceceno, spesso sostenuti dall’estremismo islamista e dai paesi occidentali. A peggiorare non fu solo la tenuta della Federazione ma la stessa salute del Presidente Boris Eltsin che appariva, anche agli occhi della popolazione che lo vedeva durante le conferenze pubbliche e i suoi viaggi all’estero, come un uomo stanco ed alcolizzato, incapace anche di stare in piedi e soprattutto di rappresentare un regime come quello russo che aveva da sempre mantenuto una tradizione ed una nomea geopolitica di “grande potenza” e di stato continentale. Eltsin appariva inoltre preoccupato anche di assicurarsi un futuro post-potere politico poiché, come ben ricorda sempre Medvedev[8], la sua popolarità nel 1999 era caduta al 2% e secondo i sondaggi governativi il 70% dei russi aveva fiducia nel ministro degli esteri degli ultimi tempi della presidenza Eltsin, Evgenij Maksimovič Primakov, che venne destituito senza una motivazione plausibile dal Presidente stesso. Eltsin infatti rimosse molti ministri e funzionari nel suo ultimo periodo di potere poiché la sua preoccupazione era di trovare un successore che potesse lasciar in pace lui e la sua famiglia in un futuro post-politico, evitando inoltre un cambio di regime in modo violento – come era tipico del resto della storia russa durante il secolo breve – che avrebbe decretato la fine stessa del Presidente russo con mezzi cruenti. Inoltre, c’era il rischio di vedere il ritorno di un’egemonia del Partito Comunista di Zjuganov che durante le elezioni del 1995 aveva dato ampi crediti ma che durante le presidenziali del 1996 venne sconfitto, per un pelo, da Eltsin grazie ad un allentamento delle politiche liberali e ad un rinnovo del patriottismo come sopra specificato[9]. In questo periodo si focalizza l’ascesa dell’attuale Capo della Federazione russa: Vladimir Vladimirovič Putin, già nominato prima capo dei servizi segreti della Federazione Russa nonché con altri ruoli amministrativi all’interno del regime statale e con un passato da agente del KGB sovietico di stanza in Germania orientale durante gli anni ’80. Eltsin scelse la sua figura poiché di basso profilo nonché affidabile per garantirgli un futuro per lui e la sua famiglia e traghettare la Russia verso un cambio di regime indolore sia per lui che per la popolazione; infatti, Putin venne nominato presidente ad interim dallo stesso ed apparve al pubblico nel discorso di Capodanno del 1999, per poi vincere le elezioni contro gli storici oppositori come Zjuganov e Zhirinovskij nel 2000. Il nuovo millennio, come ebbe a dire Eltsin nel suo ultimo discorso alla nazione, si aprì con una figura nuova per la storia della Russia e per il mondo: quella di Putin.

Putin si ritrovò un paese devastato da quasi un decennio di iper-liberalismo nonché dalla crisi economica del 1998 e dalla crisi cecena: il suo ruolo fu essenzialmente quello di trovare una formula per risollevare il paese dallo sfacelo. A livello geopolitico la Russia aveva perso il ruolo di Super-potenza dei tempi della Guerra Fredda, anche se il suo ruolo chiave alle Nazioni Unite come successore legale dell’Unione Sovietica permaneva. Il mondo si trovava di fronte ai primi passi di costruzione dell’Unione Europea ed al ruolo preminente degli Stati Uniti che in quel periodo, sotto la presidenza Bush, stavano dando il via alla “Guerra contro il terrorismo” ed agli “Stati canaglia”; in sintesi si assisteva, nei primi anni duemila, al riemergere di un unipolarismo americano opposto al passato bipolarismo della Guerra Fredda o alla guerra degli sciovinismi nazionali europei della Prima e Seconda Guerra Mondiale, e si entrava in quella che Costanzo Preve chiamò “Quarta Guerra Mondiale”: l’America contro tutti per la globalizzazione del globo[10]. Prima di analizzare la presidenza Putin che tutt’ora condiziona il divenire della politica mondiale è necessario spendere due parole sull’andamento dell’Europa che andava formandosi nel periodo fra la fine della Guerra Fredda ed il riemergere degli antagonisti principali dell’Unipolarismo statunitense: la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese. Con la caduta del muro di Berlino e dei regimi socialisti e della stessa Unione Sovietica si aprì una nuova speranza per molti europei, sia all’est che all’ovest, di un nuovo futuro di pace e prosperità, nonché per qualcuno di vedere un ruolo geopolitico indipendente per l’Europa; ciò in qualche modo iniziò a concretizzarsi con la nascita della moneta unica – l’Euro – che nelle migliori delle ipotesi di allora poteva iniziare a sfidare la geopolitica statunitense fondata sul Dollaro nonché costituire un primo approccio di tipo economico all’integrazione europea ed alla costruzione di un blocco compatto sul piano geopolitico in grado di far ritrovare all’Europa la sua identità politica e specificità culturale che aveva perso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Due studiosi di schieramenti opposti – a distanza di molti anni fra loro – si domandarono se la Russia facesse parte dell’Europa e risposero entrambi affermativamente: il saggista Guido Giannettini scrisse nel 1992 che la sconfitta del comunismo poteva dirsi una vittoria sia per l’Europa che per la Russia[11] e, quasi tre decenni prima di lui, lo stesso si domandava e rispondeva affermativamente anche sottolineando le differenze fra Europa e Russia; lo storico dell’Unione Sovietica, Edward H. Carr, nelle sue famose Sei lezioni sulla storia[12]. A distanza di tempo si può affermare che l’idea di “Europa”, formalizzatasi ancora di più con il Trattato di Maastricht sia stata una rovina per gli europei stessi, rappresentativa solo dei “bottegai” del Parlamento europeo (che descriveva il primo Jean Thiriart negli anni ’60 nel suo Europa un impero di 400 milioni di uomini[13], con la sola differenza che nelle parole del teorico e politico belga questi bottegai prima o dopo si sarebbero accorti della necessità di svincolarsi dagli Stati Uniti e dall’americanismo, ma così non è stato). Si è creata una moneta unica; ma il suo ruolo è in qualche modo speculare al Dollaro; inoltre il ruolo della moneta unica europea – l’Euro – ha creato una disparità nata dalle famose contraddizioni del capitalismo che ha portato a delle grosse differenze di reddito nonché profonde crisi economiche che si legavano con doppio filo al capitalismo di Stato sovranazionale dell’Unione Europea ed a quello finanziario per i paesi del Sud dell’Europa, nonché grandi agevolazioni, spesso fiscali, per i paesi dell’Europa continentale come la Francia e la Germania riunificata. In sintesi, l’errore economico dell’unità monetaria europea è ben definito da Alain De Benoist nel suo Sull’orlo del baratro[14] come un difetto congenito della stessa Unione, che ha privilegiato l’elemento economico sul politico divenendo infatti un’unità disunita sul piano del mercato e completamente indefinita sul suo piano politico, se non quando i suoi capi a Bruxelles devono applicare direttive che vanno a favoreggiare l’elemento economico, spesso riprendendo retoriche puerili come quella dei diritti umani oppure, come va spesso sempre più di moda, di “diritti”[15][16] che non si capisce bene in che cosa consistano, visto l’andazzo generale di crisi sia del settore lavorativo, sia della sanità sia valoriale all’interno dei territori economici gestiti dalla stessa Unione. L’Unione Europa inoltre, nonostante insistenti proclami che continuano ancora oggi, non è riuscita a creare un esercito europeo: essa ha fatto proprio un pacifismo sterile che viene propagandato dai suoi mass-media ma nei fatti legato alla NATO (che continua ad esistere dopo la fine della Guerra Fredda; si tornerà dopo su tale argomento) ed agli stessi Stati Uniti; in sintesi essa si fa portavoce di un’ideologia euro-atlantica, come aveva già detto ancora agli inizi del nostro Secolo ventunesimo, Costanzo Preve nel suo Filosofia e geopolitica[17]; ciò viene ribadito dai suoi governanti in più occasioni come destino ineluttabile dell’Europa: quello d’esser un’appendice degli Stati Uniti d’America, come descriveva Samuel P. Huntington e come si può leggere nel sito ufficiale dell’Alleanza Atlantica ove gli statunitensi scrivono che “L’UE è un partner unico ed essenziale per la NATO. Le due organizzazioni condividono la maggioranza dei membri, hanno valori comuni e affrontano minacce e sfide simili[18]”.

In questo contesto si devono ascrivere le relazioni fra la nascente Unione Europea e lo Stato della Federazione Russa come una relazione bilaterale fra un’organizzazione sovranazionale disunita che vede appunto, come sopra specificato, un rapporto diseguale, a livello economico fra i suoi membri, a livello geografico fra area Mitteleuropea e Nordica nei confronti di quella mediterranea, nonché caratterizzata da un crescente nazionalismo dei paesi est-europei un tempo nell’orbita russa, e la Russia, uno stato appena uscito da uno shock provocato dal magmatico novecento che ha visto il susseguirsi di diversi cambiamenti di regime al suo interno, con la caduta dello zarismo, il socialismo con la guerra civile e la sua messa in pratica dai governanti sovietici e poi la guerra contro il nazionalsocialismo e infine l’iper-liberalismo degli anni ’90.  Dopo alcune premesse è necessario inquadrare l’azione di Putin, il cui mandato inizia nel 2000, con il tentativo sia di trovare un dialogo con l’Europa e gli Stati Uniti e con il cercare di fermare il caos dell’Era Eltsin: Putin riaggancia i rapporti con i tradizionali alleati che la Russia aveva stretto durante l’era sovietica incontrando Fidel Castro a Cuba, Kim Jong Il in Corea del Nord, il Capo palestinese Yasser Arafat; cerca inoltre di espandere la sua influenza mantenendo buoni rapporti con le repubbliche ex sovietiche come l’Uzbekistan di Islam Karimov, il Kazakistan di Nursultan Nazarbayev, la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko etc.; cerca inoltre di risolvere il problema ceceno che si presenterà con i sanguinosi attentati anche nel centro della Russia come a Mosca nel teatro Dubrovka nel 2002[19] e di risanare gli aspetti più pratici della vita russa facendo i conti con gli Oligarchi dell’Era Eltsin. Una critica che viene spesso mossa a Putin è quella di essere – e da un certo punto di vista è vero – un prodotto e rappresentante della continuità di Eltsin stesso e del suo regime, poiché l’accesso al potere venne fatto con il “patrocinio” di quest’ultimo; ma se, come scritto sopra, ciò venne fatto dal primo presidente della Federazione per garantirsi un futuro post-potere, ciò non si può ascrivere alla politica di Putin, non volta alla svendita come quella del suo predecessore; piuttosto si può dire che se la continuità v’era sul piano della successione non c’era e non c’è mai stata sul piano dei fini politici. Infatti, Eltsin era un semplice ostaggio da parte di questi imprenditori arricchiti con potere politico chiamati genericamente Oligarchi, come già menzionato. L’obbiettivo di Putin fu liquidare chi si opponeva all’interesse statale e di mettere i settori dell’economia strategici (fabbriche, materie prime, terre rare etc.) nelle mani del Cremlino e regolamentare, la classe imprenditoriale post-sovietica. Questo fu un primo punto della sua politica dopo il problema ceceno. Altre riforme vennero fatte per cercare di frenare la disoccupazione e per aumentare lo standard di vita del popolo russo che era decaduto con la fine dell’URSS; a ciò fu posto rimedio con soluzioni abbastanza efficaci. Lo stato russo mantenne sicuramente l’aspetto del libero mercato ma cercò di orientarsi riprendendo, il più possibile, delle politiche statali e socialiste del passato sovietico; attinse inoltre a tutto il corollario simbolico e patriottico sia zarista che sovietico per la propria autorappresentazione. Altro aspetto da ricordare fu il supporto offerto da Vladimir Putin all’allora presidente statunitense George W. Bush dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001 nella così detta “guerra statunitense al Terrorismo”. Putin fece ciò soprattutto per avere un riconoscimento da parte occidentale nel proseguimento della crisi cecena – ciò non fu infatti riconosciuto dagli occidentali se non sulla scorta di giornalisti russofobi e filostatunitensi come Anna Politkovskaja, il cui obbiettivo era dipingere i ceceni come un elemento di resistenza al potere russo che doveva in qualche modo riconoscere l’indipendenza della nazione cecena, i cui combattenti stessi erano foraggiati dagli Stati Uniti e dai movimenti wahabiti e salafiti del mondo islamico. Il regime di Putin venne accusato, in questo periodo dall’Occidente di autoritarismo sia per la misteriosa morte della giornalista Politkovskaja[20], considerata come la morte di un’oppositrice mediatica al Capo russo, sia per il trattamento punitivo verso gli Oligarchi che si opponevano alla ripresa in mano statale dei beni comuni strategici della Russia e la persecuzione degli occidentalisti più accaniti. Putin continuò a mantenersi al Potere fino alla Presidenza del suo Delfino, Dimitrij Medvedev, nel 2008, portata avanti fino alla sua rielezione nel 2012. Nel periodo fra il 2000 e il 2008 con i suoi primi due mandati si può assistere ad una sua crescente popolarità nonché al risanamento dei problemi principali e più gravi ereditati dalla presidenza Eltsin e dal precedente periodo della Perestrojka. Ciononostante, a scapito del suo aprirsi verso Occidente e soprattutto verso gli Stati Uniti, si trovò osteggiato dai suoi partner occidentali che vedevano in lui non più un capo di Stato “miope ed alcolizzato” come il suo predecessore, ma uno statista che ricordava più i vecchi capi sovietici nonché gli incubi russofobici memori della Guerra Fredda di una certa élite occidentalista. Putin di ciò diede prova durante il famoso discorso di Monaco del 2007[21] dove denunciò l’unipolarismo americano e si dichiarò a favore di un mondo multipolare. Altra cosa importante – anche se criticabile – fu la resa dei conti con i partiti dell’opposizione a Eltsin: i vari movimenti eurasiatisti, nazionalisti nonché i vari Zjuganov e Zhirinovskij ruotavano ancora nell’orbita dello Stato, anche se erano la voce “più estrema e illiberale” contro il liberale Putin visto come autocrate in Occidente, ma i partiti spesso slavofili e con tendenze d’estrema sinistra e destra vennero vietati, come certe pubblicazioni, da una legge che agiva su piano distrettuale e spesso in modo poco chiaro sui “movimenti e materiali estremisti” approvata sempre del 2007; ciò, se da una parte fu dettato dalla paura di ritrovarsi in situazioni movimentiste di cui il precedente decennio ne era la prova, fu una mossa alquanto controversa visto che il regime di Putin rimaneva de facto liberale e vietava non tanto i partiti e la propaganda pro-occidentale opposta agli interessi statali russi, ma movimenti valenti il cui scopo principale era l’interesse statale anche se, spesso, portato all’estremo e con posizioni deprecabili su diversi piani. La presidenza Medvedev fu caratterizzata da una continuità di livello di intenti con quelli del suo predecessore sia sul piano internazionale che nazionale, anche se su quest’ultimo fu accusato di essere molto morbido e filoccidentale nonché corrotto – lo si ricorda spesso, ironicamente, con la sua iPad che andava in giro per la Duma –, un uomo in qualche modo anonimo e post-moderno anche se il suo corso si distanziava poco da quello putiniano.

Con la rielezione di Putin nel 2012 si giunge ai tempi a noi contemporanei, continuati fino ad attuale data (2023) – ed arriviamo così a considerare il problema delle nazionalità nel contesto post-sovietico: scoppia nel 2014 l’Euro-Maidan in Ucraina, un’enorme manifestazione di piazza nella capitale Kiev che vide la fine e la deposizione del presidente ucraino vicino al Cremlino, Viktor Yanukovich, e l’inizio della Presidenza di Petro Porošenko e della crisi nel Donbass.

Innanzitutto, è bene comprendere, anche se in breve, le cause che hanno portato a ciò: dopo la frammentazione dell’URSS, come è stato più volte ricordato, gli Stati Uniti cercarono di instaurare regimi favorevoli nell’ex area sovietica nonché nell’Europa ex socialista; questo andamento continuò anche durante i primi anni della Presidenza Putin e venne in parte aiutato da Organizzazioni non Governative (ONG) come la Open Society di George Soros[22], speculatore finanziario cui obbiettivo era il propagandare del neoliberismo e della “società aperta” in tutto il globo. In sintesi, si vennero formando le così chiamate “rivoluzioni colorate” cioè cambiamenti di “regime” che auspicavano, dopo una protesta di piazza e/o giovanile di massa, un’occidentalizzazione dello Stato in cui tal tentativo rivoluzionario si instaurava dopo il suo successo[23]. In molte aree ex sovietiche furono fatti tentativi che culminarono sia con il successo, sia con l’insuccesso o con parziale successo: esempi di successo possono essere il caso georgiano ed ucraino, giunsero invece all’insuccesso tentativi analoghi in Uzbekistan e Bielorussia, mentre successo parziale si ebbe in Kirghizistan. Altri tentativi di “regime-change”, come chiamato dagli statunitensi, furono attuati durante le primavere arabe, ove su pressione NATO, come il caso libico con la detronizzazione di Gheddafi, o con violente proteste filoccidentali, come nel caso egiziano e tunisino che videro lo sconvolgimento dei rispettivi regimi a favore di un’occidentalizzazione progressiva oppure del semplice caos politico. Il colpo di Stato o rivoluzione ucraina del 2014 chiamato “Euro-Maidan” si ascrive nella pratica delle rivoluzioni colorate finanziate da ONG vicine agli interessi geopolitici statunitensi: esse, partendo da problemi reali che colpiscono la popolazione che protesta – ad es. inflazione, corruzione governativa, etc. – puntano non tanto a risolverli ma a sovvertire l’ordine costituito, considerato autoritario, per sostituirlo con uno “democratico”, cioè giovante agli interessi occidentali. In sintesi, nonostante la “buona fede” di molti partiti e manifestanti in questi contesti rivoluzionari solitamente si ha a che fare con cambiamenti di regime pilotati dall’estero. Nel caso ucraino è stato decisivo puntare sulla costruzione di un nazionalismo utilizzato in funzione anti-russa sia durante il XX secolo che attualmente: il nazionalismo ucraino, come tutti i processi identitari nazionali, si crea artificialmente, ma esso è funzionale esclusivamente a quella frammentazione del territorio eurasiatico (e non solo eurasiatico) sottolineata dal geopolitico francese François Thual nel suo Il mondo fatto a pezzi[24], che non fa altro che implementare la divisione nel continente a favore del divide et impera americano. Anche la natura del così detto “nazionalismo” ucraino è funzionale alla stessa frammentazione: esso riprende dei simboli del proprio passato, cioè quello dei regimi filotedeschi di Symon Petljura prima e di Stephan Bandera poi, per poi finire con la ripresa dell’anarchismo ucraino in chiave “nazionale” e patriottica rappresentato dalla figura di Nestor Machno e del suo movimento anarchico[25]. Ritornando al rapporto Russia-Europa, esso si intreccia direttamente con la crisi ucraina ed anche con la crisi siriana, che continua dal 2011. Durante la prima si assiste a ciò che abbiamo accennato in precedenza, ovvero la rivolta iniziata con l’Euro-Maidan e tutto ciò che avvenne dopo con il referendum della penisola di Crimea e l’inizio delle politiche antirusse e, spesso, anticomuniste volte verso e contro i sindacati nei territori del Donbass, che portarono allo scatenarsi di una guerra civile interna all’Ucraina. I territori del Donbass dal 2014 hanno creato due repubbliche russofone sul modello di altri esempi nati da simili rivoluzioni colorate – quello della Transinistria, dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia – per contrastare le forze di Kiev. La Russia, con gli accordi di Minsk, cercò inizialmente di mediare con la parte ucraina, oramai in via di americanizzazione, ma questo non fu possibile. La tensione si protrasse fino ad oltre la presidenza Obama per continuare durante la presidenza Trump e durante la successiva pandemia di Covid-19, che vide il suo massimo apice nel 2020-21, per arrivare infine all’ l’inizio della presidenza statunitense Biden e l’ascesa di Volodymir Zelensky – nuovo capo ucraino dal 2019. Quest’ultima ascesa  alimentò ulteriori tensioni con la Russia fino al riconoscimento da parte d’essa delle Repubbliche popolari come indipendenti il 22 febbraio 202268 e l’inizio di un’operazione militare volta a fermare il regime di Kiev ed a ripristinare l’autorità russa lungo i suoi confini, evitando le minacce provenienti da un regime sempre più invischiato con gli statunitensi ed i cui obbiettivi, proseguendo il sogno piccolo nazionalistico, consistono  nell’affermazione della sua autorità nell’area ex-sovietica, nel vedere la Russia ridotta a stato in bancarotta come negli anni ’90 e infine, come vorrebbero le sue élites nonché quelle dei suoi alleati, l’integrarsi dell’Ucraina stessa nella NATO e nell’Unione Europea per avere agevolazioni a livello economico e di mantenimento del potere.

Note

[1] A tal proposito si veda: Giovanni Damiano, L’ espansionismo americano. Un «destino manifesto»? Ar, Padova, 2006; Diego Fusaro, Pensare Altrimenti, Einaudi, Torino, 2017 ed in parte anche Alessandro Pascale, Il totalitarismo «liberale». Le tecniche imperialiste per l’egemonia culturale, La Città del Sole, Napoli, 2018 ed Aleksandr Dugin, La Quarta Teoria Politica, NovaEuropa, Milano, 2017.

[2] Su tale forza politica si veda Aldo Ferrari, La rinascita del nazionalismo russo, All’Insegna del Veltro, Parma, 1989. 44 Cfr. Egor Ligacev, L’enigma Gorbaciov. Dalla Perestrojka alle prospettive attuali, Napoleone, Roma, 1993.

[3] Cfr. La Russia postsovietica, cit.

[4] AA.VV., La Russia che dice di NO, All’Insegna del Veltro, Parma, 1992.

[5] Sulla figura di Eduard Limonov si veda la biografia romanzata del politico e scrittore russo scritta da Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi, Milano, 2014.

[6] Medvedev, cit. p. 231.  49 Ivi. p. 247.

[7] Ibidem.

[8] Ivi. p. 398.

[9] Cfr. Medvdev, Ivi. p. 399.

[10] Cfr. Costanzo Preve, La Quarta Guerra Mondiale, All’Insegna del Veltro, Parma, 2008.

[11] Guido Giannettini, URSS il crollo. Storia segreta della perestrojka da Andropov alla dissoluzione dell’impero sovietico, Settimo Sigillo, Roma, 1992 cit. p. 5 ove il testo inizia con la frase: “La Russia è Europa. Il suo destino è anche il nostro.” ed anche a p. 145 dove l’autore scrive: “Il futuro dell’ex URSS, dunque, appare segnato se mai dall’accettazione più che dalla attenuazione della divisione, e parte delle sue repubbliche – le tre baltiche, ma anche la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina – verrà fatalmente attirata nell’orbita europea.”

[12] Edward H.Carr, Sei lezioni sulla Storia, Einaudi, Torino, 2000 cit. p. 67 ove scrive nella sua analisi della scienza storica “La maggior parte degli storici suppongono che la Russia faccia parte dell’Europa, tranne alcuni che lo negano vigorosamente.” Nonché sempre Carr scrive a Ivi. p. 120 una significativa analisi dell’idea di progresso e di impostazione progressista della storia da parte del sentire russo: “Si dice che Nicola I di Russia avesse emesso un’ordinanza che vietava la parola <progresso>: oggi, i filosofi e gli storici dell’Europa occidentale, nonché degli Stati Uniti, si sono tardivamente scoperti d’accordo con lui. L’ipotesi di progresso è stata rifiutata. La decadenza dell’Occidente è diventata un’espressione così diffusa che ormai è inutile metterla tra virgolette.”

[13] Jean Thiriart, Europa un impero di 400 milioni di uomini, seconda edizione italiana edita da Avatar, Dublino-Trabia, 2011.

[14] Cfr. Alain De Benoist, Sull’orlo del baratro. Il fallimento annunciato del sistema denaro, Arianna, Bologna, 2012 in particolare pp. 84-89.

[15] A tal proposito si veda un valido testo che analizza la tematica dei diritti dell’uomo da un punto di vista, per lo più, giuridico: Stefano Vaj, Indagine sui diritti dell’uomo. Genealogia di una morale, LeDe-Akropolis, Roma, 1985 [2^edz.

[16] ].

[17] Costanzo Preve, Filosofia e geopolitica, All’Insegna del Veltro, Parma, 2005.

[18] <https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_49217.htm> NATO, Relazioni con l’Unione Europea, (consultato in data 21 maggio 2023).

[19] Cfr. su tale fatto il libro di Gennaro Sangiuliano, Putin. Vita di uno Zar, Oscar Mondadori, Milano, 2019 cit. pp. 227246.

[20] <http://www.madrerussia.com/il-caso-politkovskaja/> Luca D’agostini, Il caso Poliktovskaja (consultato in data 21 maggio 2023) si veda inoltre su questo caso ed anche sulla sorte degli Oligarchi sotto citata il libro di Giulietto Chiesa, Putinfobia, Piemme, Milano, 2017.

[21] Cfr. Leonid Savin, L’impegno della Russia per un mondo multipolare in Eurasia Rivista di Studi Geopolitici – La Russia, Territorio libero d’Europa, LXIV 4/2021 cit. pp. 33-44.

[22] Sulla figura di Soros si veda: Pierre-Antoine Plaquevent, Soros e la Società Aperta. Metapolitica del globalismo, Passaggio al Bosco, Firenze, 2020.

[23] Perché “Rivoluzioni colorate”? Spesso queste rivoluzioni facevano proprio un simbolo, le rose, i garofani, o addirittura simboli del consumismo occidentali come vestiario o altro.

[24] François Thual, Il mondo fatto a pezzi, All’Insegna del Veltro, Parma, 2008.

[25] Sul nazionalismo ucraino in tutte le sue correnti; qui possiamo fare solo alcune considerazioni di grado maggiore: ad una sua anamnesi nei particolarismi rimandiamo al testo di Andrea Forti, Il nazionalismo radicale nell’Ucraina postsovietica, in Politics. Rivista di Studi Politici (3) 1/2015 cit. pp. 59-76 ed anche a Marco Fraquelli, L’eroe criminale. Stepan Bandera e il nazionalismo ucraino, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2022; quest’ultimo indaga la figura di Bandera; nazionalista ucraino del XX secolo considerato eroe nazionale dallo Stato ucraino attuale nonché al valido testo di Michele Rallo, L’Ukraina e il suo fascismo. L’organizzazione dei nazionalisti ukraini dalle origini alla guerra fredda, Settimo Sigillo, Roma, 2016 che indaga, come il testo di Forti, le origini e le figure del nazionalismo ucraino. Per quanto riguarda analisi sempre inerente all’Ucraina post-sovietica si rimanda inoltre a Marco Pondrelli, Ucraina tra Russia e NATO. Storia, cause e contesto internazionale di un conflitto che sta sconvolgendo il mondo, Anteo, Reggio nell’Emilia, 2022 e Giacomo Gabellini, Ucraina. Una guerra per procura, Arianna, Bologna, 2016.  68 Poi annesse de facto e nonché de iure alla Russia nel settembre 2022.

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