Una “Resistenza” senza popolo

Claus Von Stauffenberg (15 novembre 1907 – 21 luglio 1944)
Claus Von Stauffenberg (15 novembre 1907 – 21 luglio 1944)

La liberale e democratica Repubblica Federale tedesca ha posto i congiurati del 20 luglio 1944 tra i suoi padri fondatori, elevando il più famoso di essi, il conte Claus von Stauffenberg, al ruolo di eroe nazionale. Tuttavia, l’incongruità tra i presupposti liberaldemocratici della Germania attuale e quelli nazionalconservatori e fortemente nazionalisti dei membri della “resistenza” non potrebbe essere maggiore. Essa appare in tutta chiarezza non appena si consideri quali furono i veri intendimenti dei congiurati, quali li riporta la documentazione storica.

Come sappiamo, il 20 luglio fu la punta di un piccolissimo iceberg. Prima di quella data, numerosi erano stati i tentativi di passare all’azione da parte di una ristretta cerchia di insoddisfatti, cui il dinamismo e la capacità d’azzardo in politica estera da parte di Hitler davano non poche preoccupazioni. Ogni volta che il Führer si accingeva a mettere a segno uno dei suoi colpi a sorpresa, la «sparuta pattuglia della resistenza tedesca», come l’ha definita Joachim Fest, formata da pochi conservatori e qualche generale prussiano reazionario, entrava in fibrillazione. Poi, esauritasi la crisi con un ennesimo trionfo hitleriano, la fronda rapidamente rientrava nei ranghi. Poiché i congiurati non avevano nulla da eccepire sui fini della politica nazionalsocialista – di cui condividevano in buona parte la struttura di Stato autoritario e in toto gli obiettivi di fondazione di un impero pangermanico –, ma erano solo tremendamente impauriti dai mezzi impiegati, che sembravano loro troppo rischiosi.

Qualche prova? Ernst Nolte ha scritto che i congiurati, a 1944 inoltrato, «chiedevano ancora per la Germania una funzione di guida in Europa». Difatti, Carl Goerdeler – l’ex-borgomastro nazionalconservatore di Lipsia, designato dai golpisti quale futuro Cancelliere al posto di Hitler – nella primavera di quell’anno, tra gli obiettivi di una futura trattativa di pace, indicò niente meno che il riconoscimento delle frontiere tedesche del 1914, quindi con ampie zone di Polonia annesse al Reich. A ciò, quell’esponente “democratico” che guidava il complotto antinazista aggiunse il mantenimento delle annessioni dei Sudeti e dell’Austria (ottenute nel 1938 grazie a Hitler e senza spargimento di sangue), più, come niente fosse, addirittura il Sud Tirolo italiano, che Hitler mai pensò di rivendicare e che neppure dopo l’8 settembre la Germania inglobò, limitandosi, com’è noto, a un’amministrazione mista tra il Gauleiter tirolese e le autorità della RSI. Il “democratico” e antinazista Goerdeler, insomma, in pieno 1944 batteva senz’altro lo stesso Hitler sul terreno della politica imperialistica grande-tedesca. Cionondimeno, oggi Goerdeler e i membri della “resistenza”, fautori di una dittatura militare nazionalista, sono spacciati per antesignani della democratica Bundesrepublik.

Carl Friedrich Goerdeler (31. Juli 1884 - 2. Februar 1945)
Carl Friedrich Goerdeler (31 luglio 1884 - 2 febbraio 1945)

Non fu un caso isolato. Nel gennaio-febbraio 1940, quando per un attimo la fronda aveva rialzato la testa temendo l’inizio delle aperte ostilità a Occidente, fu stilata una bozza di programma con cui i cospiratori si sarebbero presentati al popolo tedesco e agli anglo-francesi, una volta eliminato Hitler e disciolta la NSDAP. Al punto 3 si affermava che «il governo tedesco lascia alla storia il giudizio sui principi e i risultati del nazionalsocialismo. Esso riconosce le idee sane e progressive in esso contenute», lamentando solo che Hitler avesse abbandonato i suoi stessi principi… evidentemente da loro condivisi. Ma, dopo aver dichiarato di voler mantenere sia il “servizio del lavoro” che il Fronte del Lavoro (due importanti realizzazioni sociali tipicamente nazionalsocialiste), al punto 7 si sosteneva che, se gli avversari della Germania non avessero riconosciuto tale programma, il nuovo governo tedesco avrebbe ripreso le armi… «e continuerà la guerra fino all’estremo». Ma non era la guerra di Hitler? Da parte sua, Fest ha aggiunto che l’ideale politico dei cospiratori, autoritario e corporativista, si avvicinava in modo inquietante a quello nazionalsocialista della “comunità di popolo”…

Ma chi firmò quel documento del 1940? Lo firmarono i quattro esponenti di punta della congiura: l’ex-ambasciatore a Roma Ulrich von Hassel (nel cui Diario segreto 1938-1944, pubblicato postumo nel 1948, compare il documento), l’ex-Capo di Stato Maggiore generale Ludwig Beck, il Ministro delle Finanze di Prussia Johannes Popitz, più lo stesso Goerdeler. Tutti e quattro lesti a rinfoderare la spada del colpo di Stato, quando nel giugno seguente Hitler ottenne quella fantastica vittoria sugli anglo-francesi che fece vibrare di orgoglio nazionale e di ottimistiche previsioni i cospiratori, non meno dei più incalliti nazisti. Dopo il giugno ‘40, infatti, per lungo tempo non si ha più notizia di una qualche opposizione occulta in Germania. Successe come nel settembre ‘38, all’epoca della crisi dei Sudeti: la fronda temeva la guerra, poi a cose fatte – e fatte bene – il generale Witzleben ammonì Gisevius, dicendogli che era impossibile pensare a un Putsch, dato che si era «in presenza di un trionfatore». Esattamente come nel settembre ‘39: inquietudine per la guerra che appariva inevitabile, poi, a Polonia liquidata in due settimane, questo fu il commento di von Hassel: «secondo le dichiarazioni di Goerdeler, ogni opposizione del Comando militare è crollata». I soliti noti riappaiono timidamente sulla scena nel giugno ‘41 – in coincidenza con una nuova crisi, quella con l’URSS –, ma ancora una volta si disperdono alle prime sonanti vittorie della Wehrmacht. Ma eccoli un’altra volta organizzare riunioni e formulare piani, non appena il fronte orientale si dimostra un osso duro e presenta incognite impreviste. Stavolta staranno al pezzo più a lungo, ma soltanto perché Hitler non riusciva a vincere la guerra.

Joachim Fest, Obiettivo Hitler. La resistenza al nazismo e l'attentato del 20 luglio 1944
Joachim Fest, Obiettivo Hitler. La resistenza al nazismo e l'attentato del 20 luglio 1944

Dobbiamo dire che i primi cenni di una fronda di sparuti cenacoli conservatori formati da generali frustrati e da politici emarginati, la storia li registra soltanto a partire dall’autunno del 1938, in coincidenza con la crisi tra Hitler e lo Stato Maggiore. Che sancì l’allontanamento di Beck, von Fritsch e von Blomberg dando il via a una massiccia immissione nei ranghi dell’esercito di giovani ufficiali formatisi ideologicamente alla scuola nazionalsocialista. La saldatura tra burocrati reazionari soppiantati dai Gauleiter e alti ufficiali estromessi generò il malcontento. Gliela giurarono a Hitler. In precedenza, non una parola sull’erezione del regime a partito unico, sulla soppressione della libertà di stampa, sulla costituzione dei campi di prigionia per avversari politici, sulla legislazione antiebraica del ‘35. Nulla da eccepire neppure sulla “purga” del 30 giugno ‘34, ma anzi compiacimento per la messa in riga delle SA. Non un gesto neppure in occasione della “notte dei cristalli” e delle violenze antiebraiche del novembre ‘38. La storia riporta piuttosto che fu la casta militare a spingere Hitler sulla via del riarmo, sin dal ‘34. E che, quando Hitler, alla fine del ‘38, sottopose ai generali il protocollo Hossbach (inevitabilità della guerra entro un anno), nessuno di loro obiettò qualcosa al Capo dello Stato.

Il fatto che l’opposizione occulta – molto occulta – al nazismo nascondesse solo la paura della sconfitta, e non implicasse affatto una sostanziale divergenza nei fini, è dimostrato da quanto scritto da Fest, che ha ricordato a chiare lettere che «c’è chi è arrivato a dire che la resistenza nazional-conservatrice avrebbe mirato, sostanzialmente, a conseguire senza Hitler gli stessi obiettivi hitleriani».

Nella “resistenza” tedesca, il passaggio dalla fase del mugugno impotente a quella dell’esecuzione di un piano qualsiasi, lo si ebbe soltanto con l’ingresso sulla scena cospiratoria dell’unico che ebbe il fegato di agire, von Stauffenberg. L’epoca è il tardo 1942, con la sconfitta di Stalingrado alle porte. Non prima. Anzi, a quanto riferisce il suo biografo Wolfgang Venohr, il giovane colonnello plurimutilato era stato fino ad allora un fervente nazionalsocialista. Venhor documenta che Stauffenberg «diede il suo consenso illimitato» a Hitler quando salì al potere. Lo stesso autore scrive che nel ‘38, agli occhi del futuro congiurato, «Hitler e il suo movimento apparivano in quel momento personificare l’idea più progressista del secolo: autodeterminazione, parità di diritti, solidarietà, collettività nazionale…». Lo storico Roger Moorhouse aggiunge che Stauffenberg, quando dopo la campagna polacca «i suoi colleghi lo misero a parte dei loro piani di sedizione, disse alla moglie che attività del genere equivalevano a un tradimento». Si era esaltato dinanzi al «fantastico morale» del soldato tedesco, così come più tardi si lamentò che le misure per la “guerra totale” non fossero così radicali come promesso. Più oltranzista di Hitler.

La “resistenza” tedesca ha dato tenui cenni di vita solo in coincidenza con i momenti di pericolo, e ha messo la testa allo scoperto solo nel luglio del 1944, sotto lo shock di una serie di catastrofiche sconfitte tedesche: la caduta di Roma, lo sbarco in Normandia, il gigantesco sfondamento sovietico ad est: questo non depone a favore della purezza ideale dei suoi intendimenti. Il 20 luglio, come ha scritto Fest, non è stato che il gesto disperato di una classe politica e sociale esautorata, che aveva il terrore di perdere le proprie residue posizioni di potere. L’incoerenza, l’irrealismo, la pochezza politica, la pavidità, l’irresolutezza: queste le caratteristiche che gli storici attribuiscono ai cospiratori. Che erano pochissimi: qualcuno al controspionaggio, un nucleo presso il Comando di Parigi, uno presso quello della riserva a Berlino, qualche vecchio politico pre-nazista, uno o due ex-sindacalisti dell’epoca weimariana, un paio di religiosi e poco altro. Dall’altra parte: ottanta milioni di tedeschi. Venhor ha scritto che questa “resistenza” non riuscì a trovare alcun elemento di fiducia neppure in città grandi come Praga o Posen: «E neppure gli fu possibile formare una lista di uomini fidati per i posti di sottoincaricati per circa la metà dei distretti».

Se democrazia significa avere il popolo dalla propria parte, consideriamo che, secondo Fest, i congiurati dettero vita a «una resistenza senza popolo» e anzi «temevano il popolo». E valutiamo anche quanto rilevarono i sondaggi fatti da alcuni “resistenti”, come Leber e padre Delp. Queste indagini, riporta lo storico tedesco, «dimostrarono che la grande massa dei lavoratori dell’industria continuava ad appoggiare lealmente il regime anche durante la guerra, e i rapporti sugli stati d’animo della popolazione redatti dall’SD nei giorni successivi al 20 luglio registrarono una crescente popolarità di Hitler persino in quartieri tradizionalmente “rossi” come quello di Wedding a Berlino». Su questa base, appare decisamente fuori luogo presentare la “resistenza” tedesca al nazismo come uno schieramento che avesse qualcosa a che fare con la volontà del popolo. Nel prossimo articolo, vedremo come il mito artefatto della “resistenza” tedesca, divulgato in Germania a livello politico, abbia anche in Italia i suoi celebratori.

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Tratto da Linea del 31 ottobre 2008.

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