Tacito. La ricostruzione del Campidoglio

Publio Cornelio Tacito (55 – 117)

Tacito, il “più grande storico dell’Impero e ultimo grande classico della letteratura romana”[1], “vive essenzialmente nella propria opera: i particolari biografici spiccioli, come il luogo e la data di nascita e di morte, e perfino la forma completa del nome, rimangono nell’incertezza. Il praenomen, secondo il più antico e autorevole codice degli Annales, sarebbe Publius, e tale è la forma oggi comunemente accolta, sebbene Sidonio Apollinare[2] attesti invece Gaius, e recentemente sia stato proposto anche Sextus, sulla base di fragili congetture epigrafiche”[3]. La data di nascita viene fissata tra il 54 e 56 dell’era volgare in base al cursus honorum dello scrittore ed all’affermazione di un’epistola[4] dell’amico Plinio il Giovane, mentre incerto rimane il luogo. Le argomentazioni che lo vorrebbero originario della Narbonense non sono probanti[5]. “Per la sua origine italica, segnatamente ternana, propende chi, puntando su una testimonianza di Flavio Vopisco[6], un compilatore di biografie imperiali ritiene giustificata l’affermazione dell’imperatore” Gaio Marco Claudio Tacito[7] (nato a Terni, Interamna) che vantava di esserne discendente[8]; “per quella romana, invece chi dà risalto al disdegno che Tacito dimostra verso i provinciali (‘municipales’) , sottolineando in pari tempo i suoi spiriti aristocratici, l’educazione spiccatamente romana, il severo conservatorismo di tradizioni quiritarie, che traspare da tutte le sue opere”[9].

Il nostro autore percorse una carriera senatoria regolare, iniziata sotto l’imperatore Vespasiano; nel 77 sposò la figlia di Giulio Agricola; quando “nell’88 ottenne la pretura, era già membro del famoso collegio sacerdotale dei Quindecemviri[10],” e “pertanto prese parte ai ludi saeculares, che Domiziano fece in quest’anno celebrare”[11]; nominato consul suffectus nel 97, come tale pronunciò l’elogio funebre di Virginio Rufo console ordinario di quell’anno; infine proconsole d’Asia (112-113) sotto l’optimus princeps[12] Traiano.

Il 97 fu anche l’anno in cui scrisse la sua prima opera (De vita Iulii Agricolae) dedicata alla vita e alle imprese del suocero (console nel 76 e per molti anni governatore in Britannia); di poco posteriore é la Germania, il famoso e fortunato trattato etnografico (titolo originale completo: De origine et situ Germanorum) mentre il terzo titolo è il Dialogus de oratoribus. Tacito[13] scrisse i libri delle Historiae, che comprendevano la trattazione della storia romana dalla morte di Nerone (69) a quella di Domiziano (96), tra il 100 e il 110 dell’e.v. Di essi si sono conservati solo i primi quattro libri e l’inizio del quinto, mentre dei sedici libri degli Annales (ovvero Ab excessu divi Augusti), scritti dopo di quelli delle Historiae ma che trattavano il periodo di storia precedente: dalla morte d’Augusto a quella di Nerone; sono rimasti solo i primi sei e gli ultimi sei (con lacune che hanno danneggiato i libri V, VI e XVI).

Qui proponiamo la nostra versione di Historiae IV, 53 basata sul testo latino dell’edizione critica teubneriana (P. Cornelii Taciti libri qui supersunt) riprodotta nell’Opera omnia di Tacito [edizione con testo a fronte, a cura di Renato Oniga, vol. I, Torino 2003], cercando di non “tradire” il testo originario, che tratta dei riti preliminari alla ricostruzione del Tempio Capitolino dopo l’incendio del 69 dell’e.v.

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La cura della ricostruzione del Campidoglio[14] fu conferita[15] a Lucio Vestino[16], personalità di rango equestre illustre per autorevolezza e fama. Gli aruspici[17] da lui convocati sentenziarono che bisognava scaricare le reliquie[18] del tempio precedente nelle paludi[19] e innalzare il nuovo sopra le medesime fondamenta[20]: gli Dèi negavano di mutare l’aspetto antico (nolle deos mutari veterem formam). Il ventuno di giugno[21] (XI kalendas Iulias), sotto un cielo luminoso di sole (serena luce spatium omne), tutta l’area dedicata al tempio venne cinta con bende sacre e corone; vi entrarono col capo incoronato dei soldati dai nomi fausti, recanti rami [d’alberi] felici[22]; poi le vergini Vestali, con ragazzi e fanciulle aventi padre e madre ancora viventi (patrimi e matrimi), la aspersero con acqua attinta da fonti e da fiumi[23]. Allora il pretore Elvidio Prisco[24], istruito sulle formule dal pontefice Plauzio Eliano[25], lustrò l’area con i suovetaurilia[26], e, deposte le viscere su un altare composto di zolle erbose, invocò Giove, Giunone e Minerva e gli Dèi protettori dell’Impero, perché assecondassero l’opera iniziata ed elevassero, con la loro divina assistenza, quella loro dimora, iniziata dalla pietà degli uomini. Poi toccò le sacre bende avvolte attorno alla prima pietra[27] e alle funi che la reggevano, mentre gli altri magistrati, i sacerdoti, il senato, i cavalieri e gran parte del popolo, univano, con gran partecipazione e letizia, i loro sforzi[28] per trascinare quel gran blocco. Nelle fondamenta vennero disseminati pezzi d’argento e d’oro e metalli grezzi[29] (metallorum primitiae), non domati da nessuna fornace, ma così come natura li produce. Gli aruspici avevano ingiunto che la costruzione non andasse contaminata con pietra o con oro destinato ad altro uso. L’altezza dell’edificio fu accresciuta: solo questo consentiva lo scrupolo religioso, solo quest’unica modifica si riteneva fosse mancata alla magnificenza del tempio precedente.

Modello di Roma arcaica, Museo della Civiltà Romana. Campidoglio e foro romano. Fotografia di Kalervo Koskimies

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[Pubblicato in La Cittadella, 18 n.s., apr.-giu. 2005, 3-9]


[1] Dizionario Letterario Bompiani degli Autori, s.v. Tacito (Cornelius Tacitus), Milano 1963, II ed., vol. III, p. 633.

[2] Vescovo del V sec.

[3] R. Oniga, Introduzione, a Tacito, Opera omnia, a cura di Id., Torino 2003, I, p. IX

[4] VII, 20, 4.

[5] Sostenute “con calore campanilistico da critici francesi” [Dizionario Letterario cit.] ed anche da R. Oniga, cit., p. X.

[6] Hist. Aug., Tac., XXVII, 10.3.

[7] Scelto come successore d’Aureliano dal senato, di cui era princeps, all’età di 75 anni; imperatore (275-276) sconfisse i goti che erano dilagati nel Ponto. La mancata dimostrazione della discendenza tra i due, non può escluderne la probabilità. Tenuto conto che meno di un secolo trascorre tra la morte dello storico e la nascita del futuro imperatore e che entrambi rappresentarono i Taciti in senato, il secondo se non era “discendente diretto” ne era almeno “l’erede”. Naturalmente ciò non può dimostrare che fossero nati nella stessa località.

[8] Dizionario cit., cfr. anche R. Oniga, cit. (“Di certo sappiamo però che l’imperatore Tacito , dando ordine di diffondere  e copiare in tutte le biblioteche le opere dello storico, diede un contributo non disprezzabile alla loro conservazione”).

[9] Dizionario cit.

[10] Pertanto sono da tenere nella più alta considerazione le informazioni sulla religione romana contenute nelle sue opere, da annoverarsi fra quelle “fonti secondarie”, giusta la definizione della gerarchia delle fonti esposta da F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, I. Libri e commentari, Sassari 1983, p. 145 sgg.

[11] F. Luebker, Lessico ragionato dell’antichità classica, s.v. Tacitus, [Roma 1898] rist. anastatica Bologna 1989 [p. 1172].

[12] Appellativo conferito a seguito di un senatoconsulto del 98 (Cfr. Optimus Princeps. La figura di Traiano fra storia e mito, Roma 1999).

[13] “[…] in Tacito io vedo uno storico onesto e veritiero”: E. Pais, Roma, dall’antico al nuovo Impero, Milano 1938, p. 358.

[14] Si tratta della seconda ricostruzione del Campidoglio (la prima avvenne dopo l’incendio dell’83 a.C. ricordato anche da Giulio Ossequente, Prodigi, 57[cfr. la nuova edizione a cura di P. Mastandrea e M. Gusso, Milano 2005]. Su tale incendio ed il suo inquadramento storico epocale vedi ora A. MASTROCINQUE, L’incendio del Campidoglio e la fine del saeculum etrusco, in corso di stampa [ringrazio il Prof. Attilio Mastrocinque per la gentilezza di avermene anticipato il testo] in “Geriòn”, 23.2, 2005): nell’anno d’anarchia che seguì alla morte di Nerone (69 d.C.) si sviluppò una battaglia intorno al colle tra i seguaci di Vespasiano, comandati dal fratello Flavio Sabino che vi si erano rifugiati, e quelli di Vitellio. “Ne nacque un terribile incendio, che devastò di nuovo il Campidoglio” (F. Coarelli, Guida archeologica di Roma, Milano 1974, p. 41 vedi anche pp. 44-45). Nell’80 un nuovo incendio divampò e dopo aver raso al suolo il Campo Marzio si arrampicò sul colle e ne distrusse gli edifici. Toccò a Domiziano l’onere della ricostruzione (sulla storia ed i monumenti del Campidoglio vedi F. Coarelli, op. cit., pp. 39 – 49, sui significati vedi R. Del Ponte, Il Campidoglio e il suo simbolismo assiale, in id., La città degli Dei. La tradizione di Roma e la sua continuità, Genova 2003, pp. 27-32).

[15] Da Vespasiano il quale presenziò alle rimozioni delle macerie (Suetonio, Vesp.8.5, Dione Cassio, LXVI 10.1a).

[16] Di rango equestre, prefetto d’Egitto tra il 59 e il 62, originario di Vienne è il personaggio vistosamente ricordato da Claudio nel celebre discorso sulla concessione della cittadinanza ai provinciali di Gallia (CIL XIII, 1668, col. II, 10-14).

[17] Sono detti haruspices, nelle fonti latine, “gli interpreti della ‘mente e volontà’ degli Dei secondo la tecnica divinatoria etrusca” (P. CATALANO, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, “Aufstieg und Niedergang der Roemischen Welt“,  Band II.16.1, Berlin – New York 1978, [pp. 440-553] p. 455). Facevano parte dell’organizzazione del sacerdozio pubblico romano: Ordo LX haruspicum. Benché sia difficile, dalle fonti rimaste, stabilire le date della formazione dell’Ordine degli aruspici dovevano essere molto antiche.

L’Imperatore Claudio, come ricorda Tacito (Ann. XI, 15), perorò in senato la riorganizzazione del collegio degli aruspici perché non andasse perduta per trascuratezza questa “vetustissima Italiae disciplina” di contro alle “externae superstitiones” (ibid.) e conseguentemente provvidero i pontefici (ex senatusconsulto) a tale riordino. Il Catalano (Aspetti spaziali cit, p. 460) conferma che “giustamente il Thulin [C. O. THULIN, Die etruskische Disciplin, 3, Goteborg 1909, 142 ss.] vede il ‘punto di partenza’ dell’istituzione dell’ordo già dopo il primo intervento del senato a sistemare le cose dell’aruspicina etrusca, durante la Repubblica”. Infatti, Cicerone (De div., I, 92) ricordava “giustamente, perciò, al tempo dei nostri antenati, quando il nostro Stato era in pieno fiore, il senato decretò che dieci figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche, fossero fatti istruire nell’aruspicina, per evitare che un’arte di tale importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e di guadagno” (trad. di S. Timpanaro, Milano 1991).

Nonostante le persecuzioni subite dall’antica religione dopo l’editto teodosiano, nel VI secolo dell’e.v. per Giovanni Lido e Procopio di Cesarea la disciplina Etrusca poteva avere risvolti ancora attuali (Cfr. A. Pellizzari, Servio. Storia, cultura e istruzioni nell’opera di un grammatico tardoantico, Firenze 2003, p. 206; vedasi la mia Rassegna Bibliografica, in “Arthos”, 12 n.s. (2004) [pp. 247-253] pp. 249-252).

[18] Solitamente tradotto come rovine o macerie.

[19] “La ‘ritualizzazione’ implicita nel gesto rinvia alla volontà di rimuovere il turpe confinandolo in uno spazio ‘marginale’ come le paludi” ([C. Franco] Commenti a Tacito, Opera omnia, cit., I, p. 1232). I resti del tempio profanati dalle armi e dal fuoco furono trattati, seguendo ancestrali riti, come le armi prese ai nemici in età protostorica che venivano offerte, dopo la loro defunzionalizzazione, con il loro annientamento sul fuoco e/o dentro le acque (su tali riti vedi: G. Rizzetto, I cigni del sole, culti, riti, offerte dei Veneti antichi nel Veronese, Verona 2004; cfr. M. E. Migliori, “Archeologia del culto”: il “lago degli Idoli”, in “La Cittadella”, 17 n.s. (gen.-mar. 2005), pp. 26-35 ).

[20] Il medesimo scrupolo verso la volontà divina fu sempre rispettato anche nelle altre ricostruzioni.

[21] “Nessuno ha finora notato che questa riconsacrazione del tempio capitolino è avvenuta il solstizio d’estate, il 21 giugno” scriveva venti anni fa R. del Ponte (Dei e Miti Italici, Genova 1985, III ed. dalla quale si cita 1998, p. 103 n. 118).  Oggi c’è la tendenza a minimizzare: “non pare che la scelta sia significativa” (Commenti, cit. p. 1233) contraddicendosi con quanto affermato pochi righi dopo: “Notevole (…) la precisione sui dati, che potrebbe derivare da fonti sacerdotali” (ibid.). Quindi la scelta della data non fu casuale come non casuali furono tutte le altre precise scelte rituali.

[22] Su gli alberi felici vedi R. del Ponte, Aspetti del lessico pontificale. Gli arbores felices”, in id., La città cit., pp. 71-74. Sul culto degli alberi vedi: E. Caetani Lovatelli, Il culto degli alberi, in “La Cittadella”, n. 17 cit., pp. 44-64.

[23] “Gli elementi del rito sono caratterizzati nel segno della purezza naturale (le acque di sorgente, i metalli non coniati) e della vita: i partecipanti recano nomi di fausto auspicio (come Valerius, Salvius, Victor) e così le fronde (…) , mentre tutti i giovani sono, grecamente, amphithaleis, cioè hanno padre e madre viventi. Naturalmente il lessico riflette la pervasività del rito, con termini propri del linguaggio tecnico sacrale come faustus, felix, reddere exta, prosperare” (Commenti, cit. p. 1233). Sul culto delle acque vedi M. E. Migliori, art. cit., pp. 27-29 e 32.

[24] “Elvidio Prisco pretore designato e forse Quindecemvir presenzia al posto di Domiziano, o perché questi era già partito per la campagna in Germania, o perché era troppo giovane” (Commenti, cit. p. 1233).

[25] Tiberio Plauzio Silvano Eliano, pontefice che presenzia al posto di Vespasiano, era stato questore, comandante della V legione Alaudae, legato di Claudio in Britannia, console suffectus nel 45, governatore dell’Asia, legato in Mesia e Terraconensis forse nel 70, prefetto di Roma come successore di Sabino, fino al 73, quindi ancora suffectus nel 74, morto prima del 79 (Cfr. Commenti, cit. p. 1233).

[26] Rito in cui erano immolati un suino, un ovino e un toro. “I suovetaurilia attestati anche negli inni vedici dell’antica India, rappresenterebbero un antichissimo sacrificio risalente alla ‘religione comune’ dei popoli indoeuropei” (F. Sini, Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, Torino 2001, p. 198).

[27] Tacito descrive “il rito preliminare alla ricostruzione vera e propria, durante il quale venne spostato con tutte le cautele del caso il terminus piantato nel terreno (sic) all’interno del tempio distrutto” (Commenti, cit., p. 1232). Renato del Ponte in Dei e Miti Italici (cit., p. 102-103), dopo aver riportato quasi interamente il testo originale di Tacito da noi preso in considerazione, scrive: “Di fronte a questo passo Giulia Piccaluga [“Terminus”. I segni di confine nella religione romana, Roma 1974] si è chiesta se potesse essere accettata la tesi degli editori delle Historiae tacitiane secondo cui, per il lapis di cui sopra, si sarebbe trattato di una ‘pietra di fondazione’: tesi dalla studiosa (per la quale si tratta di Terminus) respinta, di fronte alla constatata assenza di usanze del genere presso i Latini. In realtà, quel lapis o saxum ingens è contemporaneamente Terminus e la ‘pietra di fondamento’: quest’ultima, nel simbolismo architettonico, non deve tanto intendersi come la moderna ‘prima pietra’ con cui si inaugura la costruzione di un edificio, quanto l’’anima’ o ‘cuore’ dell’edificio stesso: potrebbe dunque essere, ad esempio, ‘una pietra di focolare o una pietra d’altare (che sono poi la stessa cosa nel loro principio)’, non necessariamente al centro della costruzione stessa. Nel nostro caso, a maggior ragione, la ‘colonna’ – che dovette essere anche nello stesso tempo un altare del rudis lapis che, preesistente al tempio medesimo di Giove, ne costituisce il centro cosmico, il tramite fra terra e cielo”.

[28] L’azione rituale attuata collettivamente a significare l’impegno di tutta la comunità (cfr. Commenti, cit., p. 1233).

[29] Vedi n. 23.

Segui Mario Enzo Migliori:
Nato a Prato nel 1953. Collabora alle seguenti riviste di studi storici e tradizionali: Arthos; La Cittadella; Vie della Tradizione; ha collaborato a Convivium ed a Mos Maiorum. Socio della Società Pratese di Storia Patria; dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Centro Camuno di Studi Preistorici. E' stato tra i Fondatori del Gruppo Archeologico Carmignanese.

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