Le penne dell’arcangelo

I dibattiti degli ultimi decenni sui casi di Nietzsche e di Heidegger hanno coinciso con le accuse relative all’adesione al Movimento Legionario da parte di alcuni intellettuali di fama europea come Mircea Eliade ed Emil Cioran. Secondo una pratica seguita non soltanto dalle polizie segrete dei regimi totalitari, sono stati addirittura fabbricati dei documenti falsi per dimostrare la loro “colpevolezza”, mentre gli avvocati della difesa, da parte loro, hanno cercato di “delegionarizzarli”, invocando circostanze attenuanti o assolvendoli da ogni colpa.

Claudio Mutti, un importante ricercatore del fenomeno sociopolitico e culturale interbellico della Romania, autore di numerosi studi tra cui anche una breve monografia su Mircea Eliade (1984), editore, traduttore e pubblicista italiano, perfetto conoscitore della lingua romena, ha osato intraprendere – sulla base di una solida documentazione bibliografica – un’ampia indagine sine ira et studio circa i rapporti di Nae Ionescu, Mircea Eliade, Emil Cioran, Constantin Noica e Vasile Lovinescu col Movimento Legionario. Il suo libro, che reca il titolo suggestivo Le penne dell’Arcangelo, è stato inizialmente pubblicato in Francia e in Italia, poi, nel 1997, è apparso in una traduzione romena curata da Razvan Codrescu presso l’editrice Anastasia.

L’autore si propone in primo luogo di far luce nel fascicolo dei cinque intellettuali romeni, al di là delle accuse infami lanciate contro alcuni di loro e dello zelo dei loro apologeti e difensori. Infatti il volume comprende cinque brevi monografie (quella dedicata a Vasile Lovinescu risponde in minor misura allo scopo della ricerca, mentre le più documentate sono quelle dedicate a Nae Ionescu e a Mircea Eliade) e due appendici: L’Inquisizione contro Mircea Eliade e Il caso Eliade attraversa le Alpi.

Lo studio si avvale di un’interessantissima prefazione firmata da Philippe Baillet, un eccellente conoscitore del fenomeno romeno interbellico. Tra l’altro, Baillet parla di una certa specificità del Movimento Legionario nel quadro dei fascismi e concorda con l’idea di altri ricercatori, secondo cui il Movimento Legionario non è altro che un “falso fascismo”, dato il suo carattere religioso e data la dottrina del sacrificio che affonda le proprie radici nel cristianesimo romeno. In questo senso, l’appello fatto dal prefatore francese alla testimonianza di Mircea Eliade è rivelatore di per sé e non necessita di alcun commento. Lo storico delle religioni afferma, nel vol. II delle sue Memorie, che per Corneliu Codreanu “il Movimento Legionario non costituiva un fenomeno politico, ma era di essenza etica e religiosa. Aveva ripetuto tante volte che non gli interessa la conquista del potere, ma la creazione di un uomo nuovo. La necessità del sacrificio, leit motiv della dottrina legionaria, è spiegato da Baillet con la persistenza del tema arcaico giunto al cristianesimo per il tramite della poesia popolare (vedi la Ballata di Mastro Manole) della costruzione spirituale.

Il contributo di Claudio Mutti è tanto più necessario, in quanto la nostra storiografia, con poche eccezioni, è metodologicamente tributaria di quel modo di pensiero unilaterale e tendenzioso che si esprime nel gergo democratichese. I manuali di storia qualificano il Movimento Legionario come una filiale della Germania hitleriana e lo accusano, tra l’altro, di aver propagato una “ideologia mostruosa”. In molti studi romeni e non romeni, la Guardia di Ferro è per lo più etichettata, in maniera pura e semplice, come l’ala paramilitare del Movimento Legionario, mentre Guardia di Ferro è uno dei nomi che furono assunti dal Movimento Legionario. In realtà, il fenomeno è molto più complesso e variegato e la sua comprensione presuppone che il pensiero venga liberato da decine di pregiudizi relativi alla storia moderna e contemporanea della Romania.

Dato questo svantaggio, che consiste nel carattere lacunoso delle nostre conoscenze, non potremo mai offrire un’alternativa oggettiva, scientifica, del fenomeno in questione. Ebbene, lo studio di Claudio Mutti non è uno studio critico di storia letteraria e neanche uno studio storico, bensì uno studio sulla storia delle idee, che si propone di dissolvere non solo i nostri pregiudizi, nati dall’ignoranza, ma anche le accuse e i punti di vista ostili. L’autore cerca di determinare la specificità del Movimento Legionario nel quadro del fascismo o dei fascismi, giungendo alla conclusione che il fenomeno ha un carattere profondamente religioso, essendo esso inizialmente un movimento di rigenerazione nazionale nello spirito cristiano. In questo senso, Claudio Mutti cita il notevole punto di vista del medievalista italiano Franco Cardini, secondo cui la Guardia di Ferro è un movimento religioso-militare, più che un movimento politico: data la sua stretta connessione con le tradizioni romene, esso richiederebbe una ricerca sociologica e antropologico-etnologica, più che un’indagine ideologico-politica. La rivoluzione legionaria è una rivoluzione interiore, di rigenerazione morale, basata su una pedagogia comportamentale esemplare (vedi i campi di lavoro e le cooperative di commercio legionario). Secondo Petre Tzutzea, il legionarismo non sarebbe altro che il nazionalismo assoluto, con un errore alla propria base: il nazionalismo integrale, che a suo parere era, in quelle determinate condizioni storiche, impraticabile. Sempre Philippe Baillet, nella prefazione più sopra menzionata, definisce il Movimento Legionario non un partito politico, bensì un ordine in cui il neofita, prima di diventare membro di pieno diritto, deve superare diverse prove. Secondo l’espressione di Codreanu, la rivoluzione legionaria, “prima di essere un movimento politico, teorico, economico ecc. (…) è una scuola spirituale: se vi entrerà un uomo, dall’altra parte dovrà uscirne un eroe”.

Significativa, a questo proposito, è anche la citazione che Mutti riporta da un articolo di Mircea Eliade, Una rivoluzione cristiana (1937): “Tra le rivoluzioni che sono state fatte o stanno per essere fatte, nessuna si è svolta così integralmente sotto il segno della spiritualità, come quella della gioventù romena. Anzi, nessuna ha tentato una così completa ‘riattualizzazione’ del cristianesimo orientale. Da parecchie centinaia d’anni, sembrava che il cristianesimo orientale non potesse più creare forme storiche (…) Ed ecco, tutt’a un tratto, a dieci anni dalla sincope dell’Ortodossia russa (…) appare una nuova forma di vita storica, rivoluzionaria, alimentata dall’Ortodossia!”. Altrettanto significativa è la testimonianza di fede dello storico delle religioni pubblicata in ‘Buna Vestire’ in quel medesimo anno: “Credo in questa vittoria, perché, prima di tutto, credo nella vittoria dello spirito cristiano. Un movimento scaturito e alimentato dalla spiritualità cristiana, una rivoluzione spirituale che lotta in primo luogo contro il peccato e la bassezza, non è un movimento politico. È una rivoluzione cristiana (…). Mai una nazione intera ha vissuto una rivoluzione con tutto il suo essere, (…) mai una nazione intera ha scelto come proprio ideale di vita il monachesimo, e come sposa la morte”. Secondo Eliade, la rivoluzione legionaria è il cambiamento più significativo conosciuto dalla Romania moderna, per il fatto che questa rivoluzione tende a creare una nuova aristocrazia dello spirito, avendo dalla sua parte la coscienza della propria missione storica e “la redenzione della nazione”.

Come si spiega, dunque, l’adesione di questi intellettuali di prima grandezza al Movimento Legionario? Quale è stato il movente di una tale opzione e come si sono manifestati i cinque intellettuali in questione nel rispettivo contesto socio-politico e culturale? Riprendendo ad un livello superiore la tradizione del nazionalismo formulata da Eminescu, l’élite intellettuale romena del periodo interbellico ha aderito al Movimento Legionario; ciò in primo luogo è dovuto al fatto che, in Romania come altrove, i principali protagonisti del bolscevismo erano, all’epoca, elementi allogeni. Mentre il cuzismo ebbe un carattere fondamentalmente antisemita, il legionarismo (almeno se consideriamo la sua prima fase, fino all’assassinio di Codreanu), ha avuto un carattere religioso. In questo senso, Constantin Noica si preoccupa tra l’altro, nella sua pubblicistica, di differenziare il Movimento Legionario dal cuzismo. Dal suo punto di vista, il legionarismo ha scoperto il parassita che si trova all’interno della natura del Romeno, non il parassita esteriore.

Emil Cioran, dopo essersi dissociato pubblicamente dal proprio passato, in un’intervista rilasciata a Gabriel Liiceanu nel 1990 accusava il professor Nae Ionescu di aver trascinato la sua generazione in un gioco politico pericoloso e nefasto, poiché, come è noto, il professore di metafisica è stato considerato da molti come l'”eminenza grigia” del Movimento. Sempre Cioran, in un’altra intervista rilasciata nel 1972 a F. Bondy, spiega l’adesione dell’intellettualità romena al legionarismo con una sorta di alienazione, in particolare col carattere profondamente fatalista del Romeno, sicché la Guardia di Ferro avrebbe rappresentato per la sua generazione, né più né meno, “un antidoto contro tutti i mali, dalla noia alla blenorragia”. Lo stesso Cioran, che negli anni Trenta era animato da un fanatismo illimitato dichiarava che i Balcani erano “lo spazio ideale della negligenza e del fallimento”. Cioran procedette su una strada che, rispetto al Movimento Legionario, era parallela, perché egli era un antitradizionalista. Nella Trasfigurazione della Romania, Cioran è animato da un fanatismo inequivocabile. Ciò lo induce a parlare di una vera “trasfigurazione della Romania”, una trasfigurazione non astratta, mediocre, vuota di senso, ma una trasfigurazione viva, animatrice, esaltante, rappresentativa della “mentalità dei giovani nella Nuova Romania”. A Cioran ripugna il sistema parlamentare, considerato “vergogna della specie umana, simbolo di una mentalità degenere, senza passioni e senza convinzioni”. La sua avversione per la democrazia egli la testimonierà anche ad Eliade: “Qualunque gesto di distruzione della democrazia in Romania è un atto creatore”, sicché, per lui, “la rivoluzione legionaria è l’ultima possibilità della Romania”.

Per quanto concerne Nae Ionescu, questi si è dimostrato, nell’attività universitaria, adepto di un “cristianesimo metafisico”: il professore aveva un culto per la tradizione della dottrina cristiana nel senso del suo sviluppo organico. Secondo l’espressione di Mircea Vulcenescu, Nae Ionescu dimostrò di essere “un uomo di sinistra nella politica sociale e un reazionario di estrema destra nella tecnica politica”. Egli fece del giornale “Cuvàntul” la tribuna principale per la denuncia degli “abusi governativi” (dopo che il giornale era stato un organo ufficioso del Palazzo reale), criticando apertamente la politica di Carol II e della sua camarilla. Il professore dimostrò di essere, per via della sua grande autorità intellettuale, la guida diretta di alcune delle élites legionarie, con le quali mantenne un rapporto permanente. Non a caso, Nae Ionescu è stato considerato il maestro spirituale della generazione degli anni Trenta. Nel 1933 “Cuvàntul” viene sospeso, mentre Nae Ionescu è arrestato, rinchiuso a Jilava e in altre carceri. Muore nel 1940, assassinato, a quanto pare, per ordine dell’amante di Carol II. Arrestato e internato a Miercurea Ciuc, con le sue conferenze (poi raccolte nel volume Il fenomeno legionario) Nae Ionescu trasforma il campo di concentramento in una vera e propria università. Era stata probabilmente l’idea di una simile scuola spirituale a ispirare Codreanu, allorché questi affermava che il Movimento Legionario non è un movimento politico. Il poeta Radu Gyr, rinchiuso anche lui nel campo di concentramento, ricordava: “Nae Ionescu dominava il campo, per la sua formidabile linea di pensiero e di analisi degli avvenimenti, per il prestigio con cui, malato, sopportava il dolore, per la dignità e la nobiltà con cui faceva fronte a tutti i cavilli delle guardie e a tutti i terribili rigori del campo di concentramento” (R. Gyr, in Al passo con l’Arcangelo, Parma 1982).

Nessuno di questi corifei della “cultura impegnata” fu iscritto alla Legione nel senso formale e burocratico del termine, anche se esistono alcune testimonianze (la più eloquente è quella di Julius Evola) secondo cui Mircea Eliade avrebbe fatto parte del cuib “Axa” diretto da Mihail Polihroniade; nondimeno tutti quanti hanno vissuto – né poteva essere diversamente – lo spirito della loro epoca.

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