Liguri, non Siculi, non proto-Illiri, ma sempre ethnos indoeuropeo. Seconda parte

[Qui la prima parte dell’articolo].

Circa il fiume Po[1], idronimo di origine celtica[2], che in epoca antica aveva un’importanza secondo me maggiore rispetto al Rubicone come limes, in quanto più di quest’ultimo separava le varie gentes che popolavano l’Italia, creando quadri geo-politici nettamente più marcati, sebbene molto distanti da Roma (pertanto il Pomerium era il Rubicone), mi limito a dire che i due idronimi liguri, quali Bodincos e Bodincomagos (sebbene quest’ultimo sia poi divenuto un toponimo, indicante Industria) sono un’ulteriore conferma della indoeuropeità dell’ethnos dei Liguri, sempre messa in dubbio nelle Accademie universitarie. Qui abbiamo a che fare con forme fono-radicali che nulla c’entrano con le possibili e probabili influenze celtiche del Ligure o d’altro ceppo indoeuropeo (a partire dalla Cultura di Canegrate, XIII sec. a.C., e proto-Golasecca, XII sec. a.C.), sebbene la regione mostri chiaramente a livello idronimico (ma anche coronimico, oronimico e toponomastico) la forte presenza celtica prepotentemente incuneata tra quella ligure e di altri ethne: forme radicali idronimiche come seg-/sag– ‘’dividere/tagliare’’ < *sik– (grado 0 di *sehxjk-); oronimiche e toponomastiche come brig– ‘’altura’’ < *bhṛgh-, a volte entrambe combinate (come nel caso del popolo celtico dei Segobrigi), che si rispecchiano maggiormente negli etnonimi celtici (vedasi Sequani, Brixi etc.). Queste forme radicali contengono uno spettro fonetico ascrivibile solo al Ligure e pertanto trattasi di una specifica rotazione del Ligure rispetto alla forma ancestrale indoeuropea: bod– < *beh3d– ‘’profondo’’ dalla forma ancestrale *bhehx(w)dh– (in Gallico abbiamo bad-/bed-, dunque con h2/h3; in Latino abbiamo fundus, con bh– > ph-/f– e grado 0); mag– ‘’grande’’ dalla forma ancestrale *mehxg– (in Gallico abbiamo mac-/mc-, sempre con h2 e poi con grado 0; in Latino mag-, da cui magnus). Ecco perché precedentemente ho messo in evidenza Industria, perché il suo antico nome cela un’altra prova dell’inequivocabile indoeuropeità dei Liguri. A questo punto è facile dimostrare ancora una volta che il Ligure, oltre ad essere una lingua schiettamente indoeuropea, è una lingua che non ha alcuna coincidenza con il Siculo, a parte il fatto di essere entrambe lingue indoeuropee, sebbene di ramo genealogico differente, con rispettive posizioni non vicine nella medesima struttura genealogica ad albero delle lingue indoeuropee, questo tenendo a mente la cosiddetta Stammbaumtheorie. Pertanto i Siculi non erano Liguri, scambiati quest’ultimi irrimediabilmente nelle successive epoche dai copisti di Filisto e Diodoro Siculo per i Liburni a causa dell’affinità fonetica (e questi veramente ‘’cugini’’ dei Siculi, con i quali hanno condiviso sia il territorio balcanico sia quello peninsulare italiano della Regio V Picenum), commettendo purtroppo un grossolano errore, ahimè, ancora oggi virulento; dunque il Siculo non era una lingua nata dalla frammentazione del Ligure, avendo entrambe le lingue rispettivamente caratteri e spettri fonici differenti, nonché un bagaglio lessicale non sovrapponibile per coincidenza fono-componenziale. Ad esempio: in Siculo batom ‘’fondo’’, in Ligure bodos ‘’fondo’’; simili sì, perché entrambe indoeuropee, ma non coincidenti a livello di spettro fonico; stessa cosa dicasi sempre per ‘’fondo’’, in Siculo batom, in Latino fundus, simili sì, perché sempre lingue indoeuropee, tuttavia non coincidenti ancora una volta a livello fono-componenziale. Questo teorema valga anche per coloro che considerano ancora il Siculo una lingua accostabile al Latino.

E sempre ad ulteriore conferma dell’indoeuropeità dei Liguri, ormai indubbia, posso citare quella tribù dei Liguri Bagienni[3], stanziata in prossimità del Monte Vesulo/Monviso (3.841 m. s.l.m.), dove ha appunto origine il fiume Po, il cui nome riporta ai nostri occhi una delle radici semantiche più conosciute della Linguistica comparata indoeuropea: *bhāgos < *bhehxg ‘’faggio’’. Questi Bagienni traggono il loro nome dalla forma radicale propriamente ligure *bāg– < *beh2g-, diversa da quella corrispondente celtica o romana, indicante sempre il ‘’faggio’’, ossia la fagus silvatica, pianta arborea tipica dell’Urheimat dell’Urvolk indoeuropeo. Pertanto i liguri Bagienni erano i ‘’Liguri dei faggi’’. Tale elemento radicale, *bhāg-, noi lo ritroviamo, come ben si vede, nel Ligure nella forma bāg-, con b– < bh– (poi ā < h2e, a sua volta un allungamento di compenso da un precedente sviluppo fonico per interversione a < eh2), così come in Latino nella forma fāg– di fāgus, con ph-/f– < bh– (e sempre con ā < h2e), quest’ultima tale e quale a quella corrispondente del Greco antico; in Celtico abbiamo invece bāk-, che, come ben si vede, non corrisponde a quella del Ligure, per via della rotazione di g > k, e questo sempre a favore dell’ormai indubbia, inequivocabile ed indiscussa indoeuropeità del Ligure.

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In alto la Valle Po delle Alpi Cozie (territorio di Cuneo), presso il Monviso, area di insediamento dei Liguri Bagienni, i ‘’Liguri dei faggi’’; sotto, mappa del corso del Po, via d’espansione della Cultura di Polada dell’ethnos ligure.

Ma poi, è lo stesso etnonimo dei Liguri a mostrarsi folgorante in tutta la sua indoeuropeità: infatti esso deriva, come ho dimostrato esaustivamente nei miei saggi, dalla radice semantica ancestrale *lehx(j)kh– > *lehx(j)g– ‘’legare’’ (dalla quale in Latino si ha lex ‘’legge’’, ossia ciò che ‘’lega’’ un popolo, e religio, ciò che tiene ‘’saldo/unito’’ un popolo, dal verbo religare ‘’fissare/annodare più volte una moltitudine di elementi omogenei’’, dunque ‘’fasciare’’), che nella forma ligure, al grado 0, dà *lig– ‘’lega [di uomini]’’, dunque per estensione ‘’clan/tribù/popolo’’, ossia un ethnos. È una radice semantica che possiamo rintracciare ovunque nel mondo indoeuropeo, avendo sempre a sostegno il metodo delle aree laterali[4].

È altresì interessante accogliere anche la proposta etimologica ed eziologica del grande Prof. Renato del Ponte, sebbene io rimanga saldamente ancorato alla mia teoria, trovando ad uopo anche una confutazione all’enunciato del nostro grande Professore (per il quale, tra l’altro, nutro una grandissima stima, approfittando della circostanza per volgergli un mio calorosissimo saluto). Secondo il nostro Professore, infatti, la radice semantica dell’etnonimo dei Liguri sarebbe *liga, indicante ‘’luogo paludoso’’, ‘’acquitrino’’, un ambiente, questo, rintracciabile lungo le coste paludose delle foci del fiume Rodano, luogo d’incontro tra Liguri e Greci. Così infatti il nostro si esprime nell’articolo Le origini etniche dei Liguri pubblicato sul Centro Studi La Runa[5]: <<È uno scherzoso paradosso affermare che, allorché si costituiva il primo germe delle futura etnia dei Liguri, essi naturalmente non sapevano di chiamarsi così. Ma, del resto, neanche dopo lo avrebbero saputo, perché questo nome venne loro attribuito dai Greci prima (*Liguses) e poi dai Romani (Ligures), formandolo probabilmente da una base linguistica preindoeuropea *‘’liga”, “luogo paludoso”, “acquitrino”, ancora viva nel francese “lie” e nel provenzale “lia“: e questo perché il primo incontro fra i mercanti greci e gli indigeni sarebbe avvenuto proprio sulle coste paludose delle foci del Rodano>>.

Quel che dice il Professore, sebbene io stia apportando le dovute rettifiche, ha un’importanza davvero enorme ed è rivelatore di altri dati utili in altri ambiti dell’Indoeuropeistica. Pian piano ora ve lo mostro. Quel popolo che i coloni greci di Μασσαλία/Massalìa (in Latino Massilia, nella Gallia Narbonense, attuale Marsiglia, in Provenza, nel Sud-Est della Francia)[6] ed i navigatori Greci avventuratisi nella risalita dell’Eridano (attuale fiume Po) hanno incontrato e conosciuto non erano altro che i Λίγυες, ovvero i Liguri, presentaticeli poi così come hanno codificato nel loro linguaggio quanto giungeva direttamente alle loro orecchie da quello stesso popolo: qualcosa come Liguēs/Liguās, persino in forme varianti sub-dialettali come Libēs/Libās > Libuēs/Libuās (da non confondere assolutamente con la questione dei proto-illirici Liburni infiltratesi risalendo il fiume Po, perché si commetterebbe un errore micidiale, da manicomio criminale), con metafonia della labio-velare sonora in bilabiale sonora, con riguadagno dell’elemento labiale, il digamma (w) per sovrapposizione di isoglosse sub-dialettali (gw > b > b + w, cosa, questa, che spiega molte confusioni fatte dagli studiosi moderni tra alcuni toponimi liguri ed i Libues biondi Cro-Magnon stanziati nel Nord Africa, che nulla c’entrano, assolutamente). La variante magno-greca, Λίγυσες, sarebbe stata quella poi acquisita dai Romani, che da Ligusēs per effetto del rotacismo (la sibilante intervocalica che muta in vibrante) l’etnonimo è divenuto poi Ligurēs. La variante sub-dialettale, Libēs/Libās > Libuēs/Libuās, andrebbe spiegata in quest’altro modo: la metafonia della labio-velare sonora in plosiva bilabiale sonora è tipico della rotazione verificatasi nello spettro fonetico celtico, quella delle Culture di Canegrate, proto-Golasecca e Golasecca, per cui sarebbero stati i Celti a pronunciare l’originario Ligwēs > Liguēs, propriamente ligure (con metafonia della glottale velare sorda radicale kh > gh > gw, in cui l’elemento laringale/spirante si sarebbe labializzato), nella forma Libēs (con metafonia gw > b, fenomeno di facile osservazione nelle lingue celtiche e germaniche); successivamente, la sovrapposizione tra le varie parlate liguri e quelle celtiche in un ambito territoriale ristretto, quale quello che oggi comprende Liguria, Piemonte, Val D’Aosta e parte occidentale dell’Emilia-Romagna, avrebbe fatto sì che il digamma originario, ossia l’elemento labiale w, sarebbe nuovamente riapparso a seguito di vari processi di ri-acquisizione, di calchi fonetici reiterati tra tutte queste lingue poste a stretto contatto. In pratica, gli Elleni, coloni e/o navigatori che fossero, sono stati coloro che hanno presentato questo ethnos non solo con il loro nome originario ma anche nella forma più vicina alla sua originaria pronuncia: Ligwēs > Liguēs. La forma magno-greca, sempre da me ipotizzata e ricostruita, Λίγυσες/Ligusēs, è rivelatrice di questo fonema radicale originario, la labio-velare sonora gw, proprio perché sono stati gli Italioti stessi ad aggiungere questa sibilante (s), in conformità alle leggi fonetiche e morfo-sintattiche che regolavano il loro idioma, per distinguere la vera ed originaria radice semantica dell’etnonimo dalla/e desinenza/e che avrebbero regolato la funzione logica nelle fasi di pensiero, concettualizzazione e linguaggio. I Liguri storici, infatti, sono stati i discendenti della Cultura eneolitica di Polada (Euganei), un’orizzonte culturale che è archeologicamente visibile in quasi tutto il versante settentrionale della penisola italiana, giungendo anche in Istria, Corsica e Gallura, in Sardegna[7]. Abbiamo visto che fino a Modena, la Cultura di Polada ligure era presente e che proprio questa Cultura ha caratterizzato l’area padana durante il neolitico, fungendo da spartiacque tra la Cultura di Remedello dei futuri Osco-umbri (già raggiunti e leggermente influenzati dalla Cultura del popolo del bicchiere campaniforme) e la Cultura sicula pre-rinaldoniana d’origine balcanica caratterizzante tutta quella fascia costiera adriatica tra Abruzzo, Marche ed Emilia-Romagna. Proprio al tempo del dissolvimento della Cultura di Polada nell’area padana, avvenne il transito degli Osco-umbri con la progressione culturale delle tombe a fossa e con la conseguente cacciata nel versante tirrenico dei Siculi, i quali diedero poi nuovo impulso e diffusione alla vera e propria Cultura di Rinaldone in Toscana meridionale e nell’alto Lazio, addirittura anche con certe tracce di Cultura del vaso campaniforme, ivi giunto anche grazie alla strada tracciata dal gruppo osco-umbro, con il quale nell’epoca precedente aveva condiviso gli spazi del Settentrione peninsulare. La completa discesa nel centro peninsulare del gruppo osco-umbro lasciò dunque lo spazio nell’Italia settentrionale alla prima formazione della Cultura terramaricola giunta sempre dal centro dell’Europa: erano i proto-Latini/Falisci, altro gruppo che, assieme a quello paleoveneto della seriore Cultura atestina incineratoria (influenzata essa dalla Cultura dei campi d’urne) della tarda età del Bronzo, faceva parte dello stesso macro-gruppo a cui ascrivasi quello osco-umbro. I Liguri avrebbero avuto contese territoriali sia con popoli celtici, tra cui i Sequani, stanziati vicino alla colonia greca di Massalìa, sia con i sub-carpatici Sicani in tempi molto più antichi. Ed è stata proprio la confusione creatasi dalla sovrapposizione tra ciò che era ormai da tempo tradizione etno-storica ligure e quanto i coloni di Massalìa vedevano e riconoscevano nei loro dintorni, ovvero i celti Sequani, a creare la tristemente famosa ‘’storia’’ dei ‘’Sicani che scappavano dall’Iberia perché attaccati dai Liguri’’. Ho già spiegato esaustivamente in altre sedi questo argomento, ed i risultati di quest’altra ricerca saranno presto pubblicati assieme a tutti gli altri. Ma vari cenni a riguardo, tra l’altro abbastanza chiari, si possono leggere già nei miei saggi sui Siculi e le altre popolazioni anelleniche ed epicorie della Sicilia e dell’Italia peninsulare. È vero che i Sicani furono cacciati via dal versante tirrenico settentrionale dai Liguri in un’epoca molto remota (Sicani che avrebbero raggiunto l’Italia dai Balcani, via terra), e che poi sarebbero migrati in massa, seguendo sempre il versante tirrenico, fino al Lazio ed all’Italia meridionale, inaugurando in Italia l’Aurea Aetas, l’Età prospera di Saturno, durata fin quando dai Balcani (via mare) giunsero gli Ausoni, proto-Illiri, che entrarono subito in conflitto con i Sicani, determinandone la cacciata in gran parte in Sicilia (nell’antica età del Bronzo, in Sicilia, ebbe inizio infatti la Cultura sicana di Castelluccio di Noto); mentre gli Ausoni presero nella loro inesorabile avanzata possesso di tutti i territori dalle estremità meridionali fino al Lazio, così che la Saturnia Tellus divenne Ausonia, un vasto dominio che subì successivamente un grosso ridimensionamento allorquando giunsero sempre dai Balcani gli Enotri ed i Peucezi, con la formazione dell’Enotria (a cui si aggiunsero nel tempo i balcanici Coni, i Messapi, poi ancora Siculi, ed infine i Dauni ed il grande sciame delle popolazioni osche).

Il Professore sostiene che sarebbero stati i Greci a chiamare in tal modo i Liguri, facendo uso di questo elemento radicale, *liga, che avrebbero appreso direttamente dall’idioma di questo popolo che viveva in prossimità di acquitrini, di aree paludose. Ma come abbiamo visto, non sarebbe andata proprio così: i Greci avrebbero invece appreso proprio questo etnonimo dal popolo stesso con cui essi vennero a contatto, e questa forma radicale è schiettamente indoeuropea. E se il Professore insiste su una ‘’pre-indoeuropeità’’ dell’elemento radicale *liga, indicante ‘’luogo paludoso’’ e/o ‘’acquitrino’’, sappia allora che anche questa ipotetica forma radicale è schiettamente indoeuropea. È stata soltanto scritta male, in modo erroneo, ma pur sempre indoeuropea: la radice semantica ancestrale per ‘’lago’’, ma primieramente ‘’fosso/pozzo/bacino/depressione’’ d’acqua, e ancora più precisamente una concavità del terreno dove si accumula l’acqua, è infatti *lehxk-, la quale ha dato tutti i vari esiti in tutte le lingue indoeuropee, da lacus ‘’lago’’ e ‘’cisterna/tino/grossa tinozza’’ (ma anche locus ‘’luogo’’, inteso primieramente come ambiente riconosciuto ‘’concavità’’ nel territorio; non lucus ‘’bosco sacro’’ che invece proviene da un’altra radice semantica, *lehxwk– ‘’luce/fulgore/chiarore/bianco’’) in Latino, a λάκκος ‘’cisterna’’ in Greco antico, a loch ‘’lago’’ in Antico Irlandese ed in Gaelico scozzese, a llwch in Cimrico/Antico Gallese, a lagen in Antico Cornico e Bretone, a lagu in Anglo-sassone e Antico Sassone (da *lakú-), a lǫgr in Norreno e Antico Islandese, a lȍkva in Serbo, ed ancora a Lache in Tedesco moderno, a lake ‘’lago’’ in Inglese moderno. Basta andare a vedere nel Dizionario Etimologico Indoeuropeo di J. Pokorny, sebbene lo studioso parta da una forma radicale ancestrale alquanto insolita, in *laku[8]. Come potete ben osservare non c’è mai niente in Europa di ‘’pre-indoeuropeo’’, e qualora ci fosse qualcosa di precedente all’Indoeuropeo o susseguente all’Indoeuropeo in qualità di adstrato, dunque ‘’peri-indoeuropeo’’, come nel caso del Basco/Euskara, o di superstrato, quindi di ‘’para-indoeuropeo’’, abbiamo sempre a che fare con lontani parenti iperborei, come nel caso delle lingue ugro-finniche o kartveliche (si pensi sia agli antichissimi Sumeri sia agli attuali bianchissimi e biondissimi Circassi del Caucaso). Niente che non sia Cro-Magnon, Nordide, dunque nordico, iperboreo. In ogni caso, con Ligues i Liguri indicavano se stessi come ‘’popolo’’, come ‘’discendenti dalla stessa linea di sangue’’, ‘’Legati’’ dal vincolo di parentela, dal sangue, dal medesimo genoma. Non vi è dunque alcuna correlazione con il luogo di stanziamento in cui i coloni e/o i navigatori greci li avrebbero incontrati. I Liguri non erano stanziati soltanto in quelle aree paludose d’oltralpe, ma erano maggiormente presenti nelle aree pre-alpine, alpine, lungo tutta la costa ligure, e navigando il Po avevano diffuso la Cultura di Polada fino all’Emilia-Romagna, ma anche in Corsica e Sardegna. Il loro etnonimo non ha origini coronomastiche bensì di schietta Weltanschauung indoeuropea: dalla schiatta, dal sangue, dal patrimonio e dal retaggio genealogico. Ringrazio ancora una volta l’illustrissimo Professore Renato del Ponte per avermi dato la possibilità di condurre questa ricerca ancora più a fondo attraverso questa confutazione: il nostro lume evoliano vince ogni tenebra! E Lei, Professore, sarà sempre luce!

In alto, due frammenti ceramici della Cultura di Polada (prima età del Bronzo, 2200-1600 a.C. circa): anse anulari, di cui una vivacemente apicata formante un piccolo corno taurino apotropaico (simbolo di vitalità, vigore fisico), rinvenute in un podere del territorio di Modena, fin dove era giunta la Cultura ligure poladiana seguendo il corso del Po. Al centro, sempre dallo stesso podere modenese, altre immagini di reperti dei ‘’Poladiani’’, durante la massima espansione dei Liguri nel Settentrione italiano, fino al ridimensionamento territoriale cominciato a seguito della discesa del gruppo osco-umbro della Cultura delle tombe a fossa e perdurato con Culture di altri ethne (quella di Canegrate e proto-Golasecca con l’arrivo dei Celti, quello proto-villanoviano con gli Etruschi ed infine la conquista romana a partire dal III sec. a.C.): frammenti di vasi carenati, tipici della facies poladiana (XXIII-XVII sec. a.C.), qui in particolare le anse ad anello sormontate da piccoli corni apotropaici; piccola ciotola anatematica, libatoria; pesi da telaio; tre frammenti di corni taurini fittili apotropaici (di cui uno ne è la sommità); un indistinto pezzo ceramico; un frammento di kernos o d’ornamento fittile ascrivibile ad epoche seriori come quella terramaricola (XVII-XII sec. a.C.). In basso, ingrandimento: i tre frammenti dei corni fittili taurini apotropaici. Dagli archivi di Daudeferd.

Note

[1] Il fiume Po, fiume più lungo ed importante d’Italia, nasce alle falde del Monviso (e gremio Vesuli montis ‘’dal grembo del Monviso’’), detto il ‘’Re di pietra’’, la più alta vetta delle Alpi Cozie e di tutto il complesso alpino (3.841 m. s.l.m.), in una località della provincia di Cuneo denominata Pian del Re, nel comune di Crissolo, nell’Alta Valle del Po, ed attraversa ben 13 provincie, dal Piemonte fino al Veneto, dal territorio di Cuneo fino a quello di Rovigo, attraversando la Piaura Padana, che da esso prende nome, e sfociando nel Mar Adriatico in un ampio delta con sei diramazioni. I Greci lo chiamavano Ἠριδανός, ma avevano anche acquisito la denominazione celtica di Pados, che in Greco antico era Πάδος, passato poi in Latino nella forma Padus.

[2] L’idronimo ‘’Po’’ non è di origine ligure, ma celtica. Esso era detto dai Celti del luogo (quei Gallici delle Culture di Canegrate, proto-Golasecca e Golasecca) Pados, che significava nel Gallico-Celtico p, ‘’[Fiume] degli alberi della pece’’. Vedasi: Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, libro III, 16, 122. Plinio dice proprio questo: il fiume prende il nome da quegli alberi che producono pece detti dai Galli padi, ma è detto dai Liguri Bodincos perché ‘’profondo’’. Io ho già dato esaustiva spiegazione sull’idronimo celtico: pados < kwados ‘’guado/pece’’ (sostanza grassa, resinosa, con la quale tingersi anche il volto ed il corpo a scopi rituali e per prepararsi alla battaglia), con rotazione di kw > p caratterizzante il tronco gallo-bretone (l’altro tronco, goidelico/gaelico-celtibero, è quello detto kw). Vedasi: Alessandro Daudeferd Bonfanti, Siculi Indoeuropei. Le origini nordiche dell’Ethnos. Tomo I, Centro Studi Antica Europa ed. – Collana La Ruota del Sole, Noto-Siracusa (I e II ed.) 2020, Noto-U.S.A. (III ed.) 2021, pagg. 30-31.

[3] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, libro III, 5, 47; 16, 117.

[4] Vedasi: Alessandro Daudeferd Bonfanti, Siculi Indoeuropei. Le origini nordiche dell’Ethnos. Tomo I, Centro Studi Antica Europa ed. – Collana La Ruota del Sole, Noto-Siracusa (I e II ed.) 2020, Noto-U.S.A. (III ed.) 2021, pagg. 157-158; Alessandro Daudeferd Bonfanti, Il Pantheon dei Siculi, in Atrium, a cura del Prof. Nuccio D’Anna, n. 4/2021 (ma in uscita nel 2022), Roma 2022, nota 2.

[5] Articolo pubblicato in Centro Studi La Runa, in data 1 Gennaio 2000, a cura del Dott. Alberto Lombardo; a sua volta estratto dalla Conferenza tenuta ad Aosta nel corso del III Festival Celtique. Vedasi: http://www.celti.it/revue/revue12.htm#I%20LIGURI.

[6] I coloni provenivano da Focea anatolica ed ivi giunsero, nell’attuale Provenza, intorno al 600 a.C. La regione si estendeva nei tempi passati dalla riva sinistra del basso corso del fiume Rodano a Ovest fin quasi all’attuale confine con l’Italia ad Est, dunque nel versante Sud-orientale, delimitata a Sud sempre dal Mar Mediterraneo. Oggi ha un’estensione più limitata, entro quel distretto regionale corrispondente al nome di Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Sulla fondazione della colonia ellenica e sulle vicende dei coloni vedasi: Erodoto, Storie, libro I, 167; Tucidide, Storie o Guerra del Peloponneso, libro I, 13; Aristotele, Politica, libro VII, 5, 2; Polibio, Storie, libro XXVII, 5; libro XXXIII, 7-11; Tito Livio, Ab Urbe condita libri CXLII, libro XXI, 25, 1; Strabone, Geografia, libro III, 4, 7; libro IV, 1, 4-5; Lucio Anneo Seneca, Naturales Quaestiones, libro IV, 2, 22; Lucio Cassio Dione, Storia romana, libro L, 10a; Marco Giuniano Giustino, Historiarum Philippicarum T. Pompeii Trogi Libri XLIV, libro XLIII, 4, 3-10; Ateneo di Naucrati, Deipnosophistai, libro XIII, 36.

[7] La mia teoria circa l’appartenenza e/o la partecipazione dei Liguri alla Cultura eneolitica di Polada, in effetti, trova molti punti in comune con quelle di parecchi rinomati studiosi. Vedasi: Giovanni Ugas, L’alba dei Nuraghi, Cagliari 2006, pag. 34; Martín Almagro Basch, Ligures en España, in Rivista di Studi Liguri, n. 15, 3-4 luglio-dicembre 1949, pagg. 195-208 (secondo lo studioso, la Cultura di Polada, ligure, è rintracciabile fino al fiume Ebro); Antonio Sciarretta, Gli italici occidentali, in Toponomastica d’Italia. Nomi di luoghi, storie di antichi popoli, ed. Mursia, Milano 2010, pagg. 92-112 (secondo Sciarretta, Liguri e Sicani farebbero parte di uno strato indoeuropeo antichissimo comune, diffusosi esso fino in Sicilia).

[8] Vedasi: Julius Pokorny, Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, 2 Voll., A. Francke ed., Tübingen-Bern-München 1957-1969 (I ed.), 2005 (V ed.), pag. 653 (radice n. 117).

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Alessandro Bonfanti, ricercatore e studioso di Archeologia ed Antropologia, è nato a Noto, cittadina della provincia di Siracusa, nel lembo Sud-orientale, il 26 Agosto 1977. Ha compiuto i suoi studi presso l'Ateneo di Catania, conseguendo i titoli accademici con il massimo dei voti. Ha svolto lavori di ricerca e di perfezionamento presso gli enti museali della sua regione, collabora con giornali e riviste del settore, essendo massimo esperto non soltanto della più remota preistoria siciliana, ma soprattutto della più remota preistoria europea, qualificandosi come indoeuropeista di formazione globale, ossia non semplicemente linguistica, ma abbracciando vari campi scientifici e soprattutto formulando ad uopo nuovi metodi di indagine e di analisi volti ad infirmare nuove teorie senza mai distaccarsi dagli studi dei veri pionieri del settore che ebbero rinomanza e riconoscimento di grandi onori nelle accademie europee fino alla prima metà del secolo scorso. Fare scienza indoeuropeistica per Alessandro Bonfanti, attento seguace evoliano e romualdiano, significa unire innanzitutto Antropologia fisica e culturale con la Glottologia e la Linguistica generale, per poi trovare altri appigli probatori nella cultura materiale dei popoli antichi, ossia tramite l'Archeologia stricto sensu, se non prima leggendo accuratamente le fonti nelle lingue originali, così come facevano gli insigni studiosi dell'800 usando la nota frase ''Pausania alla mano''. L'amore smisurato, l'inestinguibile passione e lo sfavillante ardore con cui Alessandro Bonfanti svolge le sue ricerche trovano ragion d'essere nella sua Weltanschauung assolutamente tradizionale ed etnocentrica, nell'orgoglio di sentimenti ancestrali come Blutesbund e Volkssturm, dunque principalmente nella sua fortissima spiritualità ariosofica. Le sue ricerche condotte con ardente passione hanno avuto inizio molti anni innanzi al completamento della sua formazione accademica, che egli stesso considera ''mai attesa con tanta soddisfazione intellettuale'' se non per meri scopi burocratici, ma sin dalla sua più tenera fanciullezza, sostenuta negli anni da frequenti viaggi nel Nord Europa (Scandinavia, Islanda, isole britanniche, Germania etc.) alla scoperta sempre della vera Heritage indoeuropea. Il suo percorso iniziatico ed ascetico nell'Antica Tradizione gli ha conferito il cognomen alto-norreno di Daudeferd, stando a significare il vero senso metafisico e metastorico delle sue idee e delle sue imprese come ponte tra passato, presente e futuro, dunque come erede, guardiano e milite della Tradizione indoeuropea. Con le tre seguenti pubblicazioni, Siculi: popolo Ario venuto dal Nord e Siculi Indoeuropei. Le origini nordiche dell'Ethnos. Tomi I-II, Alessandro Bonfanti ha inaugurato la collana speciale LA RUOTA DEL SOLE, dedicata interamente all'Archeologia, Antropologia, Filologia, Linguistica, Glottologia e Storiografia relative ai popoli indoeuropei.

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