Tradizione iperborea e spiritualità eroico-solare in una serie monetale romana di bronzo

La serie monetale bronzea che ci riproponiamo di esaminare comporta parecchi problemi di difficile risoluzione [1].

Essa è stata collocata cronologicamente tra il 317 e il 211 a.C. (Babelon), tra il 286 e il 268 a.C. (Haeberlin), dopo il 269 a.C. (Grueber), poco dopo il 268 a.C. (Mommsen), tra il 217 e il 215 a.C. (Crawford).

Il peso di queste monete è piuttosto eccezionale in quanto si avvicina a uno standard semilibrale (in quanto battute sul piede di un asse teorico di circa 128 grammi, un peso prossimo a quello della metà della libbra) ed è notevolmente più pesante di quelle che si ritengono essere le serie “regolari” battute contemporaneamente a Roma.

Per quanto riguarda il luogo di coniazione è stata proposta Roma, l’Apulia, e la Campania indicando in particolare Capua come città emittente.

I tipi che recano i diversi nominali vengono tacciati di scarsa originalità essendo ritenuti semplicemente copie o adattamenti di raffigurazioni già utilizzate nelle monete dell’Italia centrale, della Campania e dell’Apulia.

Assegnando queste monete al 268 a.C. si è voluto vedere in più raffigurazioni un’allusione a recenti fatti storici.

I tipi con Ercole e il centauro e quelli con il toro rampante sono stati messi in relazione con la vittoria su Pirro; nel cavaliere è stata vista una possibile allusione ai servigi resi dalla cavalleria romana in quella guerra, così come la cavalleria campana fu celebrata per la sua efficienza e per il suo valore, mentre nella testa femminile con corona turrita si è voluto vedere la personificazione della città di Capua.

Nell’aquila si è voluto vedere un’allusione agli àuguri che predissero il successo finale di Roma e dei suoi alleati, e l’associazione con la lupa e i gemelli richiamerebbe alla fondazione di Roma quando Romolo si servì dell’augurio di aquile.

Nella testa radiata e nel crescente lunare si volle vedere un riferimento al culto di Sol e di Diana, un culto che veniva onorato in special modo dai Latini e dai Sabini.

Fin qui l’arida e superficiale analisi degli studiosi razionalisti e storicisti.

Noi ci riproponiamo in questa sede di leggere con i criteri della critica tradizionale le raffigurazioni monetali presenti in questa serie definita “anomala” rispetto a quelle regolari battute a Roma.

Nelle antiche civiltà tradizionali l’elemento spirituale pervadeva completamente ogni aspetto della vita quotidiana dando sempre, ad ogni cosa (costumi, armi, ornamenti, oggetti di uso comune), un preciso contenuto simbolico volto a ribadire quale fosse la visione generale e centrale della vita [2].

Uno dei maestri degli studi della tradizione come René Guénon scrisse che le monete antiche sono letteralmente coperte di simboli tradizionali scelti in particolare tra quelli che presentano i significati più profondi. La moneta nelle antiche società tradizionali era cosa tutt’altro che profana e anzi essa era posta sotto il diretto controllo delle autorità spirituali. Se si prescinde da questo aspetto non si potrà mai comprendere come diverse tradizioni considerino la moneta come un oggetto colmo di una “influenza spirituale” la cui azione veniva esercitata in virtù dei simboli che normalmente le ricoprono [3].

Per usare le parole di un interessantissimo studioso romeno, Vasile Lovinescu (alias Geticus), uno degli aspetti più interessanti della tradizione è la numismatica che se viene studiata in una certa prospettiva potrebbe aprire molte porte [4].

Fig. 1

Al rovescio del triente, il nominale maggiore della serie, vi è una raffigurazione di straordinaria vigoria e di energico dinamismo: l’immagine di Ercole in piedi nell’atto di accingersi a colpire un centauro con una clava che regge nella mano destra alzata mentre lo afferra per i capelli con la sinistra. A destra, nel campo, quattro globetti indicanti il valore (quattro once) e nell’esergo il nome dell’autorità emittente ROMA. (fig. 1)

Ercole è l’eroe simbolico delle stirpi dorico-achee [5]; è l’esempio del sacrificio e dello sforzo eroico attraverso il quale si può, come lui, sfuggire al tenebroso mondo dell’Ade e raggiungere l’immortalità gloriosa.

Per le tradizioni indoeuropee, e in particolar modo per quella romana, in ogni eroe e in ogni condottiero vittorioso si voleva vedere una manifestazione divina avendo esso raggiunto, in qualche modo, l’immortalità [6].

L’Ercole romano venne sempre concepito come il tutore dello Stato e della sua libertà contro i nemici. Quando un generale ritornava vittorioso, Ercole veniva vestito con l’abito trionfale e a questa divinità il vincitore rendeva omaggio e innalzava templi e statue in segno di ringraziamento per aver allontanato il pericolo. Gli imperatori vittoriosi sui nemici dell’impero si identificheranno con Ercole venendo acclamati con gli appellativi Hercules Victor, Hercules Invictus, Hercules Augustus. Il culto di Giove e di Ercole divennero espressione di Roma, rappresentativi di Roma e della sua missione nel mondo; del movimento culturale di Roma nel mondo antico [7].

Nella lotta tra Ercole e Caco, figlio di Vulcano dio del fuoco sotterraneo, figura mostruosa mezza uomo e mezza fiera dell’antica mitologia romana sulla quale si sofferma Virgilio (Eneide VIII, 194-265), e nella morte immediata e fulminea del mostro per opera del dio vendicatore, si sarebbe voluto rappresentare lo scontro tra la spiritualità eroica e solare propria delle genti del ceppo iperboreo e il sostrato pelasgico non ario [8].

Il significato del centauro raffigurato al rovescio della moneta è simbolicamente sovrapponibile a quello di Caco.

Il centauro rappresenta le forze inferiori, l’umanità ancora per metà animale guidata degli istinti e dalle passioni bestiali, l’opposto dell’eroe superiore che si volge al cielo e alla luminosità olimpica.

Ricordiamo che nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia si raffigura il dio Apollo, il dio della luce delle superiori stirpi iperboree, che arresta un centauro con un semplice gesto, imperturbabile nella sua serenità olimpica, nella nobile semplicità e nella quieta grandezza tanto nella postura quanto nell’espressione, quelli che sono i caratteri della bellezza ideale greca di winckelmanniana memoria.

Nella moneta in esame si decise di adottare l’immagine del centauro, anziché ad esempio quella di Caco, perché senza dubbio doveva risultare più familiare e più comprensibile agli occhi ellenizzati dell’Italia meridionale alla quale queste emissioni si rivolgevano.

L’«ellenizzazione», nei suoi aspetti più importanti, più particolarmente quelli connessi all’accoglimento delle grandi divinità olimpiche, ebbe piuttosto il significato di una rivivificazione o reintegrazione di un antichissimo retaggio comune che, nelle genti italiche, spesso era oscurato e degradato dall’influenza di culti prevalenti nel mondo mediterraneo preindoeuropeo. Nel caso di Roma, invece di riferirsi all’ellenizzazione come a una mera alienazione passiva, si dovrebbe piuttosto parlare di un ritorno alle fonti originarie attraverso l’elemento greco […] Roma accolse e prese per sé le divinità greche perché trovò in esse la più perfetta espressione delle intuizioni religiose che già formavano parte del suo retaggio, sebbene sotto forme più confuse e incomplete, potremmo quasi dire sotto forme mute [9].

Al dritto la moneta presenta una bella effigie femminile volta a destra, con un orecchino a pendente e indossante un alto diadema che assume la forma di una visiera (frontale) e che è ornato al lato con una piccola cresta di un elmo; tre trecce di capelli ricadono sul collo dietro alla nuca. Un lungo scettro è appoggiato alla spalla sinistra.

La figura viene identificata dubitativamente dai compilatori numismatici con Giunone o Era per il fatto di avere lo scettro, che la connoterebbe come regina dell’Olimpo, e il diadema terminante come un cimiero, che la indicherebbe come madre di Marte o Ares. Pare però davvero strano che si sia voluto abbinare al rovescio prima descritto l’immagine della Grande Dea (di cui Giunone è appunto una manifestazione), il culto della quale fu proprio del ciclo delle civiltà telluriche pre-indoeuropee nelle loro varianti matriarcali, afroditiche e demetriche, in particolare di derivazione asiatica, contro le quali lottarono le civiltà arie della luce e del fuoco nelle forme della spiritualità eroica e aristocratica [10].

Riteniamo piuttosto che possa trattarsi della raffigurazione di Venere, identificata dal diadema e dallo scettro che sono suoi attributi distintivi (assieme alla colomba, al pomo, a Cupido), vista come Venus Victrix. Questa era la dea guerriera romana (da qui il fatto che il diadema finisca con il prendere gli aspetti di un elmo militare), equivalente alla greca Aphrodite Areia e Aphrodite Nikephoros, capace di donare il potere della vittoria e di guidare al trionfo virile ed eroico, che venne invocata anche da Cesare prima della battaglia di Farsalo. Essa raffigurava nella luce della giovinezza perenne una forza trascendente, incarnava la mistica della vittoria, l’ascesi guerriera che si manifestava nello slancio eroico capace di liberare nel turbine della battaglia le forze latenti nel singolo in una specie di mistica trasfigurazione che portava ciascuno al di là delle condizioni umane facendo della guerra un fatto spirituale, un’ascesi che conduceva da realtà visibili a realtà invisibili [11].

Questa entità guerriera femminile, che era comune alle diverse tradizioni indoeuropee (identica alle vergini tempestose delle battaglie come le valchirie germaniche e le fravashi iraniche), finisce con l’assumere l’aspetto della Victoria e della Nike [12].

Questa identificazione sarebbe perfettamente complementare con l’Ercole del rovescio.

L’immagine dell’Ercole solare è il toro bianco, essendo questo il colore della luce, come la vacca bianca è sacra alla Mater Regina Juno etrusca [13] (inevitabilmente connessa mondo femminile demetrico e lunare o materno-tellurico).

Fig. 2

Il toro rampante a destra con sotto un serpente strisciante è raffigurato al rovescio del quadrante (contraddistinto da tre globetti indicati il valore di tre once) della stessa serie monetale. Nell’esergo la legenda ROMA. (fig. 2)

Il significato del toro, simboleggiante la forza generatrice, è complesso e può presentarsi in tre diversi stadi: ctonio, lunare e solare Il toro si trasforma in solare quando vince quello più antico riferito al culto lunare [14].

Il toro solare è considerato l’animale totemico delle popolazioni boreali, in opposizione al drago delle genti dei climi bruciati dal sole, e viene assimilato al dio Thor simbolo del cielo e del padre [15] (un toro balzante molto simile compare in denari d’argento del 90 a.C. circa coniati della gens dal significativo nome di Thoria – fig. 3) [16], sancendo in questo modo la loro superiorità sulle forze oscure e sulle stirpi inferiori rappresentate dal rettile.

Fig. 3

Il toro è nell’atto di balzare, di sovrastare e quindi di travolgere un serpente.

Il serpente (draco in latino) che striscia e scompare nelle viscere della terra rappresenta simbolicamente quelle genti appartenenti al precedente ciclo tellurico, volte ai culti della terra, della natura e della fecondità, contro le quali combatté Roma che incarnava e ravvivava nella sua componente aristocratica il retaggio eroico e solare delle stirpi di origine iperborea.

È la lotta della spiritualità uranica dei culti delle divinità olimpiche della luce splendente contro ciò che è volto alla terra, infero e tellurico.

Illuminante a riguardo è il mito di Apollo, il dio iperboreo della luce, che fondò il suo oracolo a Delfi. Là, dopo aver ucciso il mostro-serpente Pitone strappò l’oracolo alla Madre Terra, alla quale apparteneva in precedenza, e quindi i suoi sacerdoti iperborei Pagaso e Aguieo vi stabilirono il suo culto [17].

Teniamo anche presente che queste monete sono state coniate in età di guerre puniche che rappresentarono la lotta del superiore elemento virile e guerriero della civiltà euro-occidentale contro il sensualismo e il basso materialismo della civiltà tellurica di derivazione asiatica [18].

Enea, l’eroe leggendario delle origini romane, che si sottrae a Didone, che spezza cioè il vincolo della preminenza afroditica, vince in Italia un draconteum genus; e si sa che la serpe sempre appartiene ai culti ctonici, ai quali si può ricondurre il rito della sepoltura, opposto a quello ariano dell’arsione e coesistente con esso nella romanità, come uno dei tanti segni di due strati sovrapposti, probabilmente, di una visione patrizia e di una visione plebea del post-mortem, di una religione patrizia solare e di una religione plebea ctonico-demetrica; strati mescolati insieme, ma non per questo confondibili [19].

Il quadrante al dritto raffigura la testa di un giovanile Ercole, volta a destra, che qui eccezionalmente non indossa la pelle del leone di Nemea (la leontè) ma quella di un cinghiale, annodata sotto al mento.

Il simbolo del cinghiale era comune a più popoli indoeuropei, veniva ad esempio raffigurato sulle insegne militari romane, su quelle celtiche e sugli elmi dei Germani, e rappresentava la presenza protettrice divina sul guerriero e sull’esercito. Se la pelle del leone solare (in antoniniani, doppi denari, di Caracalla sarà raffigurato con la testa radiata) indossata normalmente da Ercole simboleggia il potere regale, quella del cinghiale simboleggia il potere sacerdotale, quello del pontifex cioè di colui che mette in comunicazione questo mondo con quelli superiori. Il cinghiale era, ad esempio, l’animale araldico di Merlino, i druidi venivano associati a questo animale ed essi si cibavano ritualmente della sua carne assorbendone la potenza divina e rappresentando simbolicamente il ritorno alla patria primordiale, l’Isola Bianca o “Terra del cinghiale”, l’originaria terra iperborea [20].

Se l’Ercole romano può indossare sia la pelle del leone sia quella del cinghiale significa che riunisce il sé sia il potere regale sia quello sacerdotale incarnando in questo modo il monarca universale, o “Re del Mondo”, depositario di una tradizione sacra e attraverso il quale la Sapienza primordiale viene trasmessa attraverso le epoche. Egli deve avere una funzione ordinatrice e regolatrice (parola che ha la stessa radice di rex e regere), è colui che è posto al centro di tutte le cose e attorno a questo “Polo” che resta immobile si effettua la rotazione del mondo come la ruota gira attorno al mozzo [21].

Fig. 4

Il sestante raffigura al dritto la lupa volta a destra con la testa girata verso i gemelli, Romolo e Remo, che sta allattando. Nell’esergo due globetti che indicano il valore (due once). (fig. 4)

I due gemelli divini che sono il frutto dell’unione tra Marte, il principio della virilità guerriera, e di Rea Silvia, vestale custode della fiamma della vita. Un sigillo delle razze guerriere comune anche ad altre tradizioni.

Essi sono stati salvati dalle acque come lo sono stati Mosè e altri eroi della tradizione indoeuropea; ciò simbolicamente denota la facoltà sovrannaturale propria dell’eroe, dell’asceta e del profeta di sottrarsi al fluire di ciò che è terreno, al trascorrere di ciò che è mortale, e di porsi al di sopra del transeunte [22].

Il lupo ha un carattere ambiguo. Esso appare nel doppio aspetto di simbolo della natura feroce e selvaggia, delle forze oscure e infernali contro gli dei olimpici, ma anche della natura luminosa, infatti nel mondo antico il lupo (lykos) e la luce (lyke) venivano spesso associati per il fatto che le parole che li indicavano avevano la stessa radice.

Una dualità incarnata anche dall’antagonismo tra i due gemelli che si concluse con la morte di Remo rappresentando così la vittoria del principio solare su quello oscuro e infero [23].

Il lupo rimanda all’originaria patria iperborea.

Latona, fecondata da Zeus, per sfuggire all’ira di Era si tramutò in lupa e si trasferì dal paese degli Iperborei a Delo, dove partorì i gemelli Apollo e Artemide. Dopo il parto si trasferì in Licia (Lykia), il paese dei lupi [24].

Questo animale, quindi, veniva connesso ad Apollo (al quale fu attribuito anche l’appellativo di “licio”), il dio iperboreo nordico-ario concepito come dio solare dell’età aurea che veniva associato alla grandezza romana [25].

Fig. 5

Il lupo era sacro anche a Marte (un denario d’argento battuto nel 77 a.C. circa da P. Satrienus, probabile sacerdote di Marte, associa la lupa alla testa galeata di Marte – fig. 5) [26] ed egli, seppur identificato con il greco Ares, aveva parecchi degli attributi propri di Apollo. Marte, il progenitore delle stirpi italiche e protettore delle nuove città, era venerato al pari di Apollo e come questo era patroos e archagetes, ed era in particolare il dio dell’anno, o meglio, egli raffigurava il sole che guidava i mesi attraverso l’anno.

Marte, il principale dio degli Italici, era un dio del sole e della luce ed era in qualche modo sovrapponibile ad Apollo. Se Apollo veniva venerato come Lykeios Marte lo era come Leucetius; ad entrambi gli dei erano sacri gli stessi animali e le stesse piante [27].

Il riconoscersi nel lupo solare era una tradizione comune alle stirpi guerriere ed eroiche nordico-germaniche che si definivamo “figli del lupo” ancora al tempo dei Goti [28].

Il rovescio della moneta raffigura quella che comunemente viene identificata con un’aquila, volta a destra e con un fiore nel becco. Davanti, a destra nel campo, la legenda ROMA.

L’aquila era l’animale fatidico di Roma. Essa era il simbolo della natura regale e di chi con le proprie forze è in grado di elevarsi dalla terra fino a poter, secondo un’antica credenza, fissare il sole [29].

A Roma era sacra a Giove come lo era allo Zeus ellenico, versioni della stessa divinità olimpica della luce e della regalità venerata da tutte le stirpi arie.

L’aquila raffigurava simbolicamente la stessa forza romana, il suo imperium universale, eroico e solare, e la sua incontenibile lotta sia terrena sia metafisica contro le oscure forze del caos e della terra [30].

Il grande numismatico francese Ernest Babelon, evidentemente osservando che la figura dell’uccello è alquanto tozza e forse priva della grandezza e della nobiltà che contraddistinguono l’aquila, volle vedere in questi rovesci non quell’elegante rapace bensì un corvo.

Ricordiamo che il corvo, che nell’antichità era ritenuto essere un animale oracolare e che si supponeva ospitasse l’anima del re sacro, veniva spesso raffigurato accanto a Crono, ad Apollo, ad Asclepio, a Saturno, all’antico dio britannico Bran e a Odino, il massimo dio della mitologia norrena.

In particolare Crono, identificato con l’italico Saturno, l’antico re laziale dell’età dell’oro, i Saturnia Regna, era un titano corvo e forse il suo stesso nome cronos significa “corvo” [31].

I Romani chiamavano “Mare di Crono” il Mare del Nord, il mare artico, ritenendo che Crono “dormiente” ancora risiedesse in quella regione, e indicavano in questo modo che in un’età antichissima proprio nell’estremo nord si sarebbe svolta l’età dell’oro, collocando così nella regione artica l’antica patria iperborea [32].

Fig. 6

Il nominale base, corrispondente all’unità di misura, l’oncia, raffigura al dritto il busto giovane e frontale del Sole coronato di raggi e drappeggiato. In basso a sinistra c’è un globetto indicante il segno del valore. (fig. 6)

Per tutta l’antichità classica, sia greca sia romana, dal V secolo a.C. in poi la corona radiata è stata l’attributo del Sole, Helios e Sol, e simboleggia i raggi del dio della purezza e della luce, che tutto vede e conosce tutto ciò che è nascosto, la sua manifestazione e la sua propagazione [33].

Essa era l’attribuito anche di coloro che derivavano dal Sole la loro origine, come Latino re di Albalonga, dal quale discenderà la stirpe di Roma, che aveva il capo cinto da dodici splendenti raggi dorati quale insegna del Sole suo avo (Solis avi specimen, Virgilio, Eneide, XII, 161-164).

Non si tratta quindi di un semplice prestito estetizzante dall’ellenismo.

Il Sol Indiges era il Sole Antenato [34], la festa del quale si celebrava esattamente a sei mesi da quella dell’Aurora [35], ed egli apparteneva, come anche Ercole, agli dei Indigeti che erano gli antichi dei patri dei Romani, le divinità delle origini ricevute da precedenti cicli di civiltà [36].

Il Sole veniva definito Invictus (“Invitto”, “Invincibile”), il titolo che sarà proprio di Mithra (l’eroe solare venerato a Roma dal III secolo come fautor Imperii) e che nelle tradizioni iraniche originarie era un attributo “trionfale” spettante a ogni natura celeste e in particolare a quella del sole in quanto vincitore delle tenebre, indicando in questo modo che le forze notturne o della buia terra non prevarranno mai sulla forza luminosa uranica. Lo stesso epiteto solare divenne un titolo personale dell’imperatore romano andando ad evidenziare la sua natura superiore e stabilendo uno stretto legame tra il simbolismo solare e la regalità imperiale [37], chiarendo così quale fosse la natura ordinatrice e celeste di Roma in perenne lotta contro le forze demoniache del caos.

In innumerevoli raffigurazioni monetali il Sole alza la mano destra nel gesto pontificale di protezione o passa il globo del dominio universale all’imperatore, con frequenti dediche Soli Invicto Comiti (“al dio Sole, Compagno Invitto”).

Fig. 7

Citiamo qui due significativi aurei battuti a Ticinum (Pavia) che recano al dritto i busti sovrapposti di Costantino e del Sole radiato, con attorno la legenda Comes Constantini Augusti [38] (“Compagno di Costantino Augusto”) (fig. 7) in uno, e Invictus Constantinus Maximus Augustus [39] (“Invitto Costantino Massimo Augusto”).

In queste monete il busto dell’imperatore è posto davanti a quello del dio che sporge in secondo piano, e quest’ultimo, oltre a non avere nessuna parte del corpo visibile, pur essendo posto più in profondità ha il profilo illogicamente della stessa grandezza di quello imperiale antistante e ha la stessa espressione ispirata. Più che un busto retrostante pare essere lo sdoppiamento dell’imperatore. È l’epifania del suo spirito divino, la manifestazione del nume solare ordinatore del mondo che in lui si identifica e ri-vive.

Nell’oncia in esame il Sole è ritratto frontale e questo nelle monete era sempre raro ed era riservato a soggetti particolarmente significativi per l’autorità emittente. Sicuramente è notevole che proprio il nominale base della serie monetale raffiguri il ritratto del Sole, il dio della luce splendente tanto caro alle stirpi di derivazione iperborea, e che questo sia posto per di più di prospetto. Va notato che una tale posizione frontale si addiceva in particolar modo proprio alla figura del Sole percepito come Helios Panoptes, “che tutto vede”. Le note monete di Rodi, ad esempio, ritraevano Helios frontalmente.

Ricordiamo che la frontalità (assialità), tanto cara all’arte preclassica o extraclassica, tardoromana e poi medievale e bizantina, aveva come scopo quello di instaurare un rapporto diretto tra la figura e l’osservatore.

Questa è una caratteristica propria di una concezione religiosa e magica della figura [40].

L’immagine frontale infatti agisce direttamente sullo spettatore, entra in colloquio con esso, lo pone sotto la diretta influenza magica del suo sguardo [41]. E ancora sino a che il sentimento religioso è genuino e profondo, rimane il legame magico con l’immagine, e questa è sempre, in ogni civiltà e in ogni luogo, una immagine frontale [42].

Il rovescio dell’oncia raffigura un grande crescente lunare con sopra il globetto indicante il valore (un’oncia) e due stelle. Sotto la legenda ROMA.

Questa raffigurazione è indubbiamente legata a quella solare del dritto, simbolicamente i due lati della moneta sono complementari.

Vanno a porre la città di Roma e il suo imperio al centro di una dimensione cosmica, eterna e universale, infatti per l’uomo tradizionale romano esisteva una corrispondenza reale tra il mondo fisico e quello metafisico, un fatto visibile diviene la controparte di ciò che è invisibile, ciò che accade in terra è lo specchio dell’elemento superiore e spirituale che lo ha determinato [43].

Allo stesso modo gli antoniniani coniati a partire da Caracalla ritraevano l’imperatore indossante la corona radiata e il busto delle imperatrici, invece, veniva collocato al di sopra di un crescete lunare dimostrando in questo modo che la famiglia imperiale rappresentava il giorno e la notte del mondo, riassumendo in sé l’elemento maschile e l’elemento femminile dell’universo. Allo stesso modo il grande Shapur II (310-379 d.C.), imperatore della civiltà tradizionale iranica dei Persiani Sassanidi, si definiva “compagno delle stelle, fratello del Sole e della Luna” (particeps siderum, frater Solis et Lunae – Ammiano Marcellino, Storie, XVII, 5, 3).

Tradizionalmente il sole e la luna simboleggiano il potere regale e quello sacerdotale, cioè l’autorità spirituale, ed entrambi i princìpi sono riuniti della Monarchia tradizionale che sarà definita in questi termini ancora nel medioevo dai ghibellini, i custodi dell’antica idea dell’impero romano [44].

Si appalesava in questo modo nell’oncia quella che era la funzione di Roma, quella che sarà il caput Mundi, ribadendo il suo ruolo in previsione della costituzione di un impero universale, rendendo manifesta la sua funzione “polare”, cioè l’essere il cardine del mondo attorno al quale tutto ruota, l’immagine del Centro primordiale, della “contrada suprema”, del centro spirituale originario (TulaThule).

Fig. 8

A riguardo notiamo che una moneta simbolicamente alquanto simile, un denario d’argento di L. Lucretius Trio datato al 76 a.C. circa (fig. 8) [45], raffigura al dritto il ritratto del Sole radiato, posto qui di profilo, e al rovescio un crescente lunare sormontato da sette stelle e dal cognome del magistrato emittente Trio. Si vuole in questo rovescio, giocando con il cognomen (ma anche con il nomen Lucrezio che contiene la radice indoeuropea della luce), raffigurare le sette stelle del Grande Carro (le stelle più luminose della costellazione dell’Orsa Maggiore) chiamate dai Latini Septemtriones, Settentrione, dove il termine triones indica propriamente i buoi che trainano il Carro facendolo ruotare attorno alla Stella Polare (Isidoro di Siviglia, Etimologie, III, 71, 6-7). In un famoso epigramma di Marziale (IX,45) questi buoi vengo definiti iperborei (hyperboreostriones).

Si volle raffigurare in questo modo, simbolicamente, la patria originaria (Urheimat) della civiltà nordico-aria-solare primordiale dalla quale derivano le stirpi virili e solari dorica e romana.

Fig. 9

Viene ricondotta a questa serie anche la semioncia che raffigura al dritto un busto femminile volto a destra e calzante una corona turrita, e al rovescio un cavaliere nudo al galoppo verso destra con un frustino nella mano destra; sotto la legenda ROMA. (fig. 9)

La corona ornata di torri, com’è noto, era propria della personificazione delle città e la corona murale spettava al soldato che per primo era riuscito a raggiungere le mura nemiche.

La corona in quanto coronamento del capo rappresenta il pensiero più elevato e l’idea dominante di chi la indossa, mentre la torre e la fortezza tradizionalmente simboleggiano la “Cittadella del Sole”, il “Centro Supremo”, l’immagine di Tula, del Centro Primordiale, o di un centro secondario da esso derivato e immagine del centro “polare” attorno al quale ruota il mondo.

Fig. 10

Citiamo come significativo esempio i bronzi pseudo autonomi (fig. 10) coniati nella città di Smyrna [46] (odierna Smirne) nella Ionia al tempo degli imperatori Antonini (II secolo d.C.) che raffigurano al dritto l’amazzone Smyrna fondatrice della città che calza una corona turrita (identificandosi così anche come personificazione della città stessa) e che appoggia alla spalla destra una doppia ascia, o bipenne, che è l’arma simbolica dei ceppi iperborei [47]. Al rovescio vi è un grifone, animale che si riteneva che nascesse sui monti Iperborei (Isidoro di Siviglia, Etimologie, XII, II, 17), che posa la zampa anteriore sinistra su una ruota con quattro raggi, ostentandola e sottolineando con il gesto l’importanza di questa posta in primo piano. Il cerchio crociato è la notissima rappresentazione simbolica solare che si ritrova fin da età antichissime in Svezia e nell’Europa settentrionale, e che si diffuse verso il Mediterraneo con quelle migrazioni chiamate “doriche” (Altheim); il punto centrale e i raggi simboleggiano il principio divino e il “Centro del Mondo” (del quale il sole in tutte le tradizioni antiche era ritenuto essere immagine), e la sua emanazione [48]. Simili conii sono un condensato di riferimenti simbolici della tradizione primordiale e della derivazione dal centro iperboreo e “polare” originario, e questi simboli con tutta evidenza rettificano e purificano la figura dell’amazzone fondatrice, testimonianza di un mondo ginecocratico appartenente a un precedente ciclo di civiltà.

Per quanto riguarda il rovescio della semioncia con il cavallo lanciato al galoppo possiamo invece cogliere un qualche parallelismo con le monete auree coniate da Dionisio I tiranno di Siracusa (circa 430-467 a.C.), uomo di stirpe dorica, grande capo di stato e condottiero che estese il proprio dominio ben oltre la Sicilia, l’influenza del quale si fece sentire lungo tutta la penisola. Dionisio venne definito da Scipione “il più grande degli uomini per valore e per saggezza” (Polibio, Storie, XV,35), egli era stato infatti colui che aveva condotto energicamente la guerra contro Cartagine, una guerra che fu la riscossa del superiore elemento ellenico d’Italia contro l’avido oriente asiatico, egli fu l’uomo che aveva salvato la Sicilia, e perciò l’Italia, dalla barbarie punica [49].

Il tiranno emise in misura massiccia due serie auree: la prima reca al rovescio Eracle in lotta con il leone (i cosiddetti “ercolini”, del valore del valore di 100 litre) interpretato come probabile simbolo della lotta tra l’elemento greco, dorico in particolare, e la barbarie punica infatti il leone rappresenta normalmente l’Africa; la seconda raffigura un cavallo libero, rampante, probabile simbolo della libertà della patria (cosiddetti “cavallini”, da 50 litre) [50].

Nella mente dell’antico uomo indoeuropeo il cavallo, per la rapidità di movimento che gli è propria, simboleggiava l’infinito. Esso era l’unico animale domestico allevato non per la sussistenza ma per aumentare la propria velocità, era il solo animale significativo dal punto di vista militare ed era visto non come uno schiavo ma come un compagno d’armi [51].

Così pure nella serie bronzea semionciale romana troviamo, dopo il riferimento ad Ercole in lotta (anche se con un centauro e non con il leone), anche un cavallo colto nello slancio dell’azione, sia pure non rampante ma al galoppo veloce e retto con sicurezza da un cavaliere munito di frustino. Forse queste blande coincidenze simboliche non sono del tutto casuali in età di guerre puniche e all’attento uomo contemporaneo non dovevano sfuggire gli analoghi significati di cui potevano essere portatrici simili riduzioni simboliche monetali.

NOTE ———————————————-

[1] E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République Romaine vulgairement appelées monnaies consulaires, Parigi 1885, vol. I, pp. 18-21, nn. 15-22; H.A. Grueber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (B.M.C.), Londra 1910, vol. II, pp. 135-138, nn. 113-138; M.H. Crawford, Roman Republican Coinage, Cambrige 2001, vol. I, p. 150, nn. 39/1-5.

[2] J. Evola, La tradizione di Roma, Padova 1977, pp. 25-26.

[3] R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano 2006, pp. 107-108.

[4] Geticus, La Dacia iperborea, Parma 1984, p. 51.

[5] Evola, La tradizione di Roma, cit., p. 37.

[6] J. Evola, Etica Aria. Orizzonte e tradizione, a cura di R. Del Ponte, Genova 2018, pp. 10, 11.

[7] G.A. Colonna di Cesarò, Il “mistero” delle origini di Roma. Miti e tradizioni, Milano 1938, pp. 517, 518.

[8] Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 19, 45.

[9] J. Evola, Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970, a cura di A. Lombardo, Roma 2020, p. 126.

[10] Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 95, 96.

[11] Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 126 ss, 160 ss.

[12] Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 126 ss, 160 ss.

[13] J.J. Bachofen, Le Madri e la virilità olimpica. Studi sulla storia segreta dell’antico mondo mediterraneo, a c. di J. Evola, Padova 2009, p. 243.

[14] J.E. Cirlot, Dizionario dei simboli, Milano 1986, alla voce toro, p. 497; Bachofen, Le Madri e la virilità olimpica. cit., p. 149.

[15] Cirlot, Dizionario dei simboli, cit., p. 497.

[16] B.M.C., cit., vol. I, pp. 225-226, nn. 1615-1641.

[17] R. Graves, I miti greci, Milano 1985, mito 21, 1-3, pp. 69-70; mito 51, b, p. 160.

[18] Bachofen, Le Madri e la virilità olimpica. cit., p. 124.

[19] Evola, La tradizione di Roma, cit., p. 98.

[20] R. Guénon, Simboli della Scienza Sacra, Milano 1997, pp. 150-151; M. Polia, Il mistero imperiale del Graal, Rimini 2007, pp. 120-122.

[21] R. Guénon, Il Re del Mondo, Milano 2003, pp. 17-25.

[22] Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 37-38, 107.

[23] Colonna di Cesarò, Il “mistero” delle origini di Roma, cit., pp. 327 ss; Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 39-40.

[24] Colonna di Cesarò, Il “mistero” delle origini di Roma, cit., p. 327.

[25] Colonna di Cesarò, Il “mistero” delle origini di Roma, cit., pp. 327-328.

[26] B.M.C., cit., vol. I, pp. 392-394, nn. 3208-3237.

[27] Colonna di Cesarò, Il “mistero” delle origini di Roma, cit., pp. 330-331, 465-467.

[28] Evola, La tradizione di Roma, cit., p. 40.

[29] Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 60-61.

[30] J. Evola, Simboli della tradizione occidentale, Torino 1988, pp. 63 ss.

[31] Graves, I miti greci, cit., mito 6, 2, p. 31; mito 7, 1-2, p. 34.

[32] Evola, Il mistero dell’Occidente, cit., p. 110.

[33] L. Cesano, Di un nuovo medaglione aureo di Costantino I e del “princeps iuventutis”, in «Rassegna Numismatica», VIII, maggio-novembre 1911, n. 3-6, p. 36.

[34] C. Rutilio, Pax Deorum. La Religione Prisca di Roma, Scandiano 1989, p. 151.

[35] G. Dumézil, La religione romana arcaica. Miti, leggende e realtà, Milano 2011, p. 481.

[36] Evola, La tradizione di Roma, cit., p. 138.

[37] Evola, La tradizione di Roma, cit., pp. 143,144, 145.

[38] J. Maurice, Numismatique constantinienne, Parigi 1911, vol. II, pp. 236-237, n. XIII, tav. VII, 14 (scambiando Ticinum per Tarraco); M.R. Alföldi, Die Constantinische Goldprägung, Magonza 1963, fig. 63, n. 275; P.M. Bruun, The Roman Imperial Coinage (R.I.C.), vol. VII, Constantine and Licinius A.D. 313-337, Londra 1966, p. 368, n. 53, tav. 10.

[39] Maurice, Numismatique constantinienne, cit., vol. II, pp. 238 ss, n. XIV; Alföldi, Die Constantinische Goldprägung, cit., fig. 60, n. 118.

[40] R. Bianchi Bandinelli, Forma artistica tardo-antica e apporti parthici e sassanidi nella scultura e nella pittura, in La Persia e il mondo greco-romano. Convegno internazionale dell’Accademia dei Lincei (Quaderno 76), Roma 1966, pp. 323-327.

[41] Bianchi Bandinelli, Forma artistica tardo-antica, cit., p. 327.

[42] Bianchi Bandinelli, Forma artistica tardo-antica, cit., p. 327.

[43] Evola, La tradizione di Roma, cit., 161.

[44] V. Lovinescu (Geticus), La Colonna Traiana, Parma 1995, pp. 99-100.

[45] B.M.C., cit., vol. I, p. 396, nn. 3245-3246.

[46] British Museum Catalogue of Greek Coins (B.M.C.), B.V. Head, Catalogue of the Greek Coins of Ionia, Londra 1892, p. 257, n. 188.

[47] Evola, Simboli della tradizione occidentale, cit., pp. 49 ss; Evola, Il mistero dell’Occidente, cit., p. 83.

[48] Guénon, Simboli della Scienza Sacra, cit., pp. 64-65.

[49] P. Ducati, L’Italia antica. Dalle prime civiltà alla morte di Cesare (44 a.C.), Milano 1936, pp. 247 ss, 249 ss.

[50] A. Stazio, Monetazione ed economia monetaria, in Sikanie. Storia e civiltà della Sicilia greca, Milano 1985, p. 111.

[51] O. Spengler, Albori della storia mondiale. Frammenti dal lascito manoscritto, Padova 1999, vol II, pp. 110-111.

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