Commento alla simbologia aria ed eroico-solare del Demareteion

Gelone, tiranno di Gela, nel 485 a.C. all’incirca, approfittando dei dissidi interni a Siracusa, si impadronì di questa città e la creò capitale di un vasto stato comprendente i territori di Gela e di Siracusa. Il tiranno, che prontamente si proclamò siracusano, accrebbe da subito l’importanza della sua capitale espandendola territorialmente e facendola diventare la città più popolosa della Sicilia. Siracusa retta dal tiranno Gelone, abilissimo uomo di stato, iniziava così il suo periodo di splendore. Questo portò inevitabilmente allo scontro con la potenza punica che controllava la parte occidentale dell’isola. Contro i Semiti furono tutti i Greci di Sicilia, all’infuori dei Messinesi, perché uniti a Reggio, e dei Selinuntini che avevano in odio Gelone per la distruzione di Megara Iblea [1].

La guerra siciliana era speculare a quella che i Greci stavano combattendo contro i Persiani, infatti la Persia e Cartagine erano legate da un trattato di alleanza. Lo scontro avvenne a Himera nel 480 a.C. dove Gelone sopraggiunse con circa 50.000 fanti e 5.000 cavalieri isolando le forze puniche. La distruzione del campo
nemico segnò la fine della battaglia. Gelone moderato dalla moglie Demarete, figlia di Terone tiranno di Agrigento, fu clemente verso i vinti e questi, in segno di gratitudine, donarono alla consorte del monarca una corona aurea del peso di 100 talenti, cioè 2,62 chilogrammi. Demarete a sua volta consegnò il dono allo stato siracusano che con il ricavato coniò tra il 480 e il 479 a.C. i magnifici decadrammi d’argento, grandi monete del peso di 43,74 grammi che presero appunto il nome di demareteia, veri capolavori dello stile arcaico [2] (fig. 1).

Al dritto (fig. 2) vi è la testa laureata di Aretusa (o Nike?) con i capelli composti in festoni ondulati e raccolti dietro alla nuca in uno chignon a “borsa”, contornata in un cerchio sottile. Attorno si ha la legenda retrograda e volta dall’esterno verso l’interno del conio (guidando lo sguardo dell’osservatore verso il centro della moneta) recante l’etnico al genitivo, ΣΥRΑΚΟΣΙΟΝ, Syrakosion, vale a dire “dei Siracusani” e quattro delfini rincorrentisi.

Il capo della ninfa non è cinto semplicemente da una fila di perle come accadeva nelle monete precedenti e anche contemporanee ma è coronato, eccezionalmente, da un serto di alloro, dalla pianta sacra all’Apollo iperboreo, nordico-ario, concepito come il dio solare dell’età aurea primordiale. La Pizia, sacerdotessa di Apollo, a Delfi ispirata dal dio emetteva i suoi famosi oracoli stando seduta accanto a un albero di alloro [3]. L’alloro, che cingerà anche il capo degli imperatori romani, è la fronda imperitura, l’albero solare semper virens, sempreverde, che non muore nei cupi mesi invernali ma che si rinnova garantendo la vittoria sull’incubo di una notte infinita e sui demoni che la abitano [4].

La testa è circondata da un cerchio sottile che potremmo definire nimbo, il nimbus, che era come un globo di luce, una nube luminosa (clara nebula) che avvolgeva la testa degli dei e poi il capo divino degli imperatori romani [5].

Questo elemento magnificante, che poi passerà all’iconografia cristiana come aureola, simboleggiava il bagliore (hvareno) che manifestava la potenza del dio della luce e la gloria dei re nell’iconografia persiana [6].

L’aureola di gloria dei cristiani è l’adattamento religioso di una più antica tradizione ariana di tipo, invece, eroico. Infatti per limitarsi ad un esempio, già la tradizione irano-aria conosceva la «gloria» – hvarenó – nei termini di una forza dall’alto, di un «fuoco» di origine celeste che scende sui dominatori e sui duci e li rende immortali e li testimonia con la vittoria e l’antica corona radiata regale simboleggiava appunto la «gloria» come mistico fuoco solare e celeste [7].

Il cosiddetto hvareno simboleggiava la misteriosa forza «solare» di invincibilità, la mistica forza trionfale che veniva trasmessa dall’alto, che investiva gli eroi vittoriosi rendendoli più che umani [8].

I popoli di origine nordica consideravano astro non il sole ma la luce luminosa del giorno, il cielo splendente, la luminosità del sole affine alla vita [9].

Il tutto è circondato da quattro delfini che si rincorrono. Questi animali che sono simbolo delle acque telluriche e generative [10] ben si adattano all’immagine di una ninfa marina essendo le ninfe spiriti della vita naturale e spontanea della terra; ricordiamo che Gelone era stato anche sacerdote delle dee ctonie Demetra e Cora [11].

Non si può però non ricordare che nell’Inno omerico ad Apollo questo dio a Delfi, il centro del mondo antico, nel luogo in cui egli come dio iperboreo della luce sconfisse il mostro-serpente Pitone abitatore delle profondità della terra, si era presentato in forma di delfino (delphìs) e aveva chiesto espressamente di essere invocato con l’epiteto di Delfinio (vv. 494-495). Inoltre, i delfini nella moneta siracusana vanno a prendere il posto dei bracci dello swastika che veniva a formarsi dai quadranti dell’arcaico quadratum incusum impressi con profondità ineguale nelle monete battute durante l’oligarchia dei geomoroi (fig. 3), i proprietari terrieri discendenti dagli antichi coloni corinzi. Questo è un antichissimo simbolo solare e di movimento raffigurante il compiersi della rotazione attorno a un centro o un asse immutabile che è un Centro polare, il luogo della manifestazione della sapienza primordiale, che muove il tutto restando immobile come il mozzo fa muovere la ruota [12]. Il centro polare, il punto fisso, l’asse immutabile che nelle monete dei geomoroi era rappresentato da una testina (forse Aretusa o Artemide) che diviene la ninfa Aretusa circondata dai delfini nelle monete di Gelone.

Al rovescio del demareteion (fig. 4) è raffigurata una quadriga vittoriosa di fattura slanciata ed elegante al passo verso destra e sormontata da una Nike in volo, vista di prospetto e con le ali distese, nell’atto di incoronare i cavalli. Il carro è guidato da un auriga visto di profilo, teso e curvato in avanti, intento a reggere le redini. L’artista ha voluto indicare l’ansiosa aspettativa del segnale di partenza, ed è chiaro il simbolismo: la vigilanza, fattore principale di vittoria [13].

Il tipo, presente anche nei tetradrammi e nei didrammi, viene ritenuto essere la commemorazione della vittoria che Gelone ottenne nella gara di carri nei giochi olimpici del 488 a.C.

Per gli antichi, ad Olimpia come a Roma, i ludi, gli agoni, i giochi nel loro aspetto più profondo erano azioni simbolico-rituali di tipo eroico, un modo per scatenare “forze divine” attraverso l’azione, per rinnovare nella coscienza collettiva la loro presenza e il loro potere. Come nell’ascetismo religioso la mortificazione, la rinuncia al proprio io, lo slancio di dedizione, l’estasi, l’ebrezza eroica della lotta e della vittoria – nei giochi come nella guerra – veniva considerata come una via di elevazione interiore [14].

I giochi classici erano visti come rito eroico, come metodo per il suscitamento e il rinnovamento di forze, superumane, concepite come massimamente importanti per i destini e la grandezza della collettività che li celebrava [15].

Nell’antica tradizione aria ogni vittoria assumeva un carattere sacro. La vittoria rappresentava il manifestarsi di una forza mistica che trasfigurava colui che vi partecipava portandolo al di là della condizione umana. La Nike, che vediamo raffigurata nella moneta nell’atto di volare sopra la quadriga quasi guidandola e incoronandone i cavalli, era la dea della Vittoria che simbolicamente consegnava la corona all’eroe vittorioso e lo portava in cielo rendendolo partecipe dell’immortalità olimpica [16].

Si tratta di una quadriga agonistica ma alla luce di quanto ora detto, considerando la moneta nel suo insieme e l’occasione che ha portato alla sua emissione, il suo significato viene a confondersi, nella mente di chi osserva, con un carro da guerra, una guerra vittoriosa.

Il carro da guerra è un’arma formidabile inventata dagli Arii delle steppe, dai popoli indoeuropei nord-euroasiatici, è il frutto della tendenza all’espansione che segna l’inizio della tattica e del combattere come arte, dell’impiego della velocità, e con essa sorge una aristocrazia guerriera, una classe guerriera gerarchicamente strutturata.

Con il carro da guerra, caro agli Arii, la battaglia ordinata prende il posto del massacro senza regole [17].

Al di sotto della linea di esergo è raffigurato un leone corrente.

Il leone simbolicamente presenta tre diversi stadi – ctonio, lunare e solare – che corrispondono a tre distinti modi di apparire di uno stesso principio.

Il leone risiede vicino alle acque fecondatrici delle profondità; esso è sceso in terra non dal Sole ma dalla Luna, essa lo ha allevato e nutrito (Igino, Fab., 30). Dalla Luna esso è sceso in terra per essere ucciso da Eracle, l’eroe spirituale e solare per eccellenza, nella grotta di Nemea. Nel mondo asiatico poi assunse il significato solare e divenne espressione della forza virile e generatrice [18].

Il leone nella moneta, simboleggiante la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Himera del 480 a.C., che è raffigurato al di sotto della linea sulla quale corre il carro, quindi al di sotto della linea di terra, è necessariamente un animale ctonio, lo stesso leone raffigurato sugli stateri di Babilonia battuti dal tempo di Alessandro Magno [19] non certo il leone solare che negli antoniniani di Caracalla sarà rappresentato con il capo circondato da raggi considerando che la corona radiata è l’attributo speciale di una sola divinità, di Helios, il Sole, simboleggiante i raggi, i dardi che scaglia sulla terra il dio della purezza e della luce.

La fiera in questo caso, celebrando la grande vittoria sui Cartaginesi, rappresenta simbolicamente l’Africa anche in considerazione del fatto che Diodoro Siculo (Bibl. Hist., XI, 25) sottolineò che il numero dei prigionieri catturati da Gelone era talmente grande che sembrava che avesse fatto prigioniera l’intera Libia [20].

Per solennizzare questa vittoria contro i nemici del mondo ellenico il tiranno siracusano, dedicandola al dio iperboreo della luce, fece erigere sulla spianata del tempio di Apollo a Delfi un monumento composto da un’alta colonna e da un tripode vicino ai monumenti che celebravano le vittorie di Salamina e di Platea, ponendola quindi sullo stesso piano di quelle ottenute a est dai Greci sui Persiani [21].

Come il leone simboleggia la distruzione del dominio africano in Sicilia, la vittoria sul materialismo e sul sensualismo asiatico, su Cartagine città della Dea e della donna regale, così il mostro marino, la pistrice (pistrix), negli eserghi dei rovesci delle monete di Ierone, fratello e successore di Gelone, rappresenteranno la vittoria di Cuma del 474 a.C. sulla potenza navale degli Etruschi, sulla civiltà ginecocratica, fatalista, lunare, tellurico-afroditica.

Con un’analoga grammatica simbolica (sempre nell’esergo, nel “sottoterra”, sotto le zampe della quadriga trionfale) le monete dei tiranni Dinomenidi, quindi, glorificano la vittoria sulle potenze antielleniche e preelleniche, lo scontro vittorioso contro le forze telluriche e demoniche che erano l’antitesi della spiritualità solare, olimpica, eroica e virile degli Elleni, cioè delle stirpi dorico-achee.

Si potrebbe descrivere la storia della cultura ellenica come un confronto fra lo spirito nordico e quello non-nordico [22].

Più tardi lo stesso spazio nei rovesci dei celeberrimi decadrammi firmati da Kimon ed Euainetos sarà riservato a raffigurare le armi prese agli Ateniesi nella battaglia dell’Assinaro (413 a.C.) nella disastrosa guerra condotta in Sicilia che segnò l’inizio della fine dell’impero “democratico” di Atene.

Se il decadramma rappresenta il nominale maggiore l’obolo è il nominale minore (0,72 grammi) nel sistema attico adottato da Gelone però il significato simbolico di quest’ultimo è notevole e perfettamente complementare a quello di cui il demareteion è portatore.

Il rovescio dell’obolo (fig. 5) rappresenta semplicemente una ruota a quattro raggi. La ruota fin dai tempi più remoti raffigurava simbolicamente il sole, il disco solare, e il “Centro del Mondo” che è il principio divino. I raggi sono l’emanazione e la circonferenza è il tutto. La circonferenza rappresenta la manifestazione e i raggi le quattro direzioni dello spazio (l’alto, il basso, la destra, la sinistra) o le fasi in cui si divide il ciclo della manifestazione stessa (i quattro momenti principali della giornata, le quattro fasi della lunazione, le quattro stagioni dell’anno, le quattro ere dell’umanità). L’idea della ruota è ovviamente legata alla rotazione, è la figura del continuo mutamento; il mozzo, il perno dal quale si dipartono i raggi e che fa muovere tutto ma non partecipa al movimento, è il cardine dell’universo attorno al quale tutto ruota, è il motore immobile di aristotelica memoria, il principio immutabile, l’immagine del centro e dell’eternità, il luogo dell’ordinatore dell’universo [23].

Il centro della ruota è l’origine, il punto di partenza di tutte le cose, l’immagine dell’unità primordiale, il simbolo del polo che per la tradizione indoeuropea è il luogo in cui il cielo tocca la terra, il centro sacro dove si concretizza il legame originario tra il cielo e la terra. Una delle idee chiave dei popoli antichi in generale e di quelli tradizionali in particolare [24].

La ruota è raffigurata in innumerevoli monete del mondo antico ma quella rappresentata negli oboli di Gelone presenta la particolarità di avere i raggi terminanti
con tre bracci.

L’asse terminante con una triplice punta rimanda al significato della runa algiz (fig. 6) che è un segno nettamente fausto il cui significato equivale a “difesa” e a
“protezione” generalmente con l’aiuto che viene dagli dei. Essa rappresenta l’uomo con le braccia alzate nel gesto dell’invocazione, l’orante aperto alle influenze
superiori e solari. Questa runa può riferirsi anche alle corna dei cervi che sono il simbolo primordiale del risveglio primaverile, della resurrezione, del ritorno al
Centro spirituale originario. La forma della runa algiz ricordando l’impronta di un uccello viene anche accostata al cigno, il candido animale dell’Apollo iperboreo, che si ricollega alle valkyrie, le vergini nordiche che guidavano alla vittoria gli eroi nella furia della battaglia e che spesso assumevano la forma di questo animale [25].

Nella dottrina tradizionale il segno a forma di tridente equivale al simbolo vedico del vajra, l’arma simbolica con cui Indra uccide Ahi o Vritra corrispondente al serpente Pitone ucciso dalla freccia di Apollo, equivalente ai dardi solari, ai raggi del sole [26].

Se invece intendiamo vedere il simbolo dei raggi della ruota nella sua completezza verticale questo corrisponde al doppio vajra (fig. 7) nel quale entrambe le estremità sono a forma di tridente, l’albero a tre radici e a tre rami (le prime rappresentano il principio mentre i secondi la manifestazione), il cui significato è connesso all’Asse del Mondo. Esso è l’Albero di Luce che illumina tutti i mondi ed è anche il simbolo del fulmine e della natura ignea o luminosa, del lampo inteso anche come simbolo dell’illuminazione nel suo significato intellettuale o spirituale [27].

In questo modo si vede chiaramente come questo simbolismo si riferisca espressamente all’Apollo iperboreo, stabilendo precisamente il legame tra il suo aspetto solare e il suo aspetto polare [28].

Se l’asse verticale è l’Albero di Mezzo, uno dei simboli dell’Asse del Mondo, che si innalza nel centro del mondo, quest’ultimo è rappresentato dalla retta orizzontale che è l’ampiezza del suo ambito di manifestazione. In questo modo si raffigura, per usare una terminologia cristiana, l’Albero della Vita che sta nel mezzo del giardino del paradiso [29]. Così nella moneta si voleva simboleggiare la dimensione simbolica e metafisica che veniva ad assumere la Siracusa di Gelone.

Con questo riteniamo sia evidente una volta di più come le antiche civiltà di tipo tradizionale considerino la moneta un oggetto veramente colmo di una «influenza spirituale», la cui azione poteva effettivamente esercitarsi in virtù dei simboli che ne costituiscono il normale «supporto». Infatti, a saper vedere, innegabilmente le monete antiche sono letteralmente coperte di simboli tradizionali, sovente scelti fra quelli che presentano un significato più particolarmente profondo [30], prima di essere degenerate e rese profane dal Regno della Quantità.

Note

[1] P. DUCATI, L’Italia antica. Dalle prime civiltà alla morte di Cesare (44 a.C.), Milano 1936, pp. 228-230.
[2] Per il demareteion abbiamo fatto riferimento ai seguenti testi: B.V. HEAD, On the Chronological Sequence of the Coins of Syracuse, in «The Numismatic Chronicle» (N.C.), 14, 1874, pp. 8-9; Catalogue of Greek Coins in the British Museum (B.M.C.), vol. 2, Sicily a cura di R. Stuart Poole, Londra 1876, p. 153, nn. 63-66; G.F. HILL, Coins of Ancient Sicily, Westminster 1903, pp. 53-56; A. HOLM, Storia della moneta siciliana, Torino 1906, pp. 39-40, n. 15; A. STAZIO, Monetazione ed economia monetaria, in Sikanie. Storia e civiltà della Sicilia greca, Milano 1985, pp. 92, 103; S. GARRAFFO, Il rilievo monetale tra il VI e il IV secolo a.C., in Sikanie, cit., pp. 262, 267.
[3] M. SCOTT, Delfi. Il centro del mondo antico, Bari-Roma 2017, p. 17.
[4] J. EVOLA, La tradizione di Roma, Padova 1977, pp. 141, 144.
[5] SERVIUS GRAMMATICUS, Commentarii in Vergilii Aeneidos, a c. di G. Thilo, Hildesheim 1961, librum III, 587, vol. I, p. 441: proprie nimbus est, qui deorum vel imperantium capita quasi clara nebula ambire fingitur.
[6] M. COLLINET – GUERIN, Histoire du nimbe des origines aux temps modernes, Parigi 1961; H.P. L’ORANGE, Studies on the Iconography of Cosmic Kingship in the Ancient World, New York 1982, pp. 37 ss.
[7] EVOLA, La tradizione di Roma, cit., pp. 162-163.
[8] Ivi, p. 144.
[9] O. SPENGLER, Albori della storia mondiale. Frammenti dal lascito manoscritto, Padova 1999, vol II, pp. 44, 45.
[10] J.J. BACHOFEN, Le Madri e la virilità olimpica. Studi sulla storia segreta dell’antico mondo mediterraneo, a c. di J. Evola, Padova 2009, pp. 176-177.
[11] DUCATI, L’Italia antica. Dalle prime civiltà alla morte di Cesare (44 a.C.), cit., p. 228.
[12] R. GUÉNON, Simboli della Scienza Sacra, Milano 1997, pp. 68-70.
[13] A. SAMBON, Incisori siracusani del V secolo a.C. e dei primordi del IV, in «Rivista Italiana di Numismatica» (R.I.N.), 27, 1914, p. 17.
[14] EVOLA, La tradizione di Roma, cit., pp. 153 ss.; J. EVOLA, Etica Aria. Orizzonte tradizionale, a c. di R. Del Ponte, Genova 2018, pp. 15-19.
[15] EVOLA, Etica Aria. Orizzonte tradizionale, cit., p. 19.
[16] EVOLA, La tradizione di Roma, cit., p. 162.
[17] SPENGLER, Albori della storia mondiale. Frammenti dal lascito manoscritto, cit., vol II, pp. 109-113.
[18] BACHOFEN, Le Madri e la virilità olimpica. Studi sulla storia segreta dell’antico mondo mediterraneo, cit., p. 149.
[19] Catalogue of Greek Coins in the British Museum (B.M.C.), vol. 28, G.F. HILL, Arabia, Mesopotamia and Persia, Londra 1922, pp. 180-191, nn. 1-60.
[20] HEAD, On the Chronological Sequence of the Coins of Syracuse, cit., p. 9.
[21] SCOTT, Delfi. Il centro del mondo antico, cit., pp. 110-111.
[22] H.F.K. GÜNTHER, Storia razziale dei popoli ellenico e romano, Genova 2018, p. 37.
[23] GUÉNON, Simboli della Scienza Sacra, cit., pp. 64, 65, 67.
[24] C. LEVALOIS, La terra di luce. Il Nord e l’Origine, Saluzzo 1988, pp. 57-60.
[25] M. POLIA, Le rune e gli dèi del Nord, Rimini 2005, pp. 84-86.
[26] GUÉNON, Simboli della Scienza Sacra, cit., p. 160.
[27] Ivi, pp. 284 ss.
[28] Ivi, p. 160.
[29] R. GUÉNON, Il Simbolismo della Croce, Milano 2003, pp. 29 ss., 73 ss.
[30] R. GUÉNON, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano 2006, pp. 107-108.

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