Sul viaggiare e sulla tradizione

Uno dei feticci del nostro tempo è il viaggiare, il ‘conoscere posti’. Che poi il viaggiare per ogni dove si traduca in esperienze è tutt’altro discorso. Anzi, proprio quest’ossessione per il viaggio è probabilmente uno dei segni più evidenti dell’attuale fine dell’esperienza, intesa quest’ultima come trasformazione profonda, vissuta in modo radicale e autenticamente arricchente, e non come superficiale coinvolgimento, meramente emotivo, dettato dalle mode del momento. Si tratta di quella condizione denunciata già da Arnold Gehlen nel suo L’uomo nell’era della tecnica, dove la perdita dell’esperienza finiva per corrispondere a quei poveri e vuoti simulacri che sempre il grande studioso tedesco definiva esperienze di seconda mano. A ciò possono accompagnarsi alcuni versi di Gottfried Benn (la poesia è Viaggi, dalla raccolta Frammenti e Distillazioni). Qui a parlare è il Benn tolemaico, lontanissimo da ogni convulso ‘andare’, refrattario alla fretta, indisponibile al Nerven leben moderno: “Lei crede che dalla Havana, bianca e rossa d’ibisco, sgorghi un’eterna manna per la sete del Suo deserto?…Su tutte le Fifth Avenue Lei è assalito dal vuoto – Ah com’è vano l’andare! Lei tardi apprende se stesso: restare e in silenzio serbare l’io che si traccia i confini”.

Alternative possibili, oltre lo ‘stare’ di Benn? Quella che Walter Benjamin chiamava “inquietudine irrigidita”, che quindi “non conosce sviluppo”; si pensi a Dino Campana (“non potevo stare in nessun luogo”), al Lenz dell’omonimo racconto di Büchner, o a Fuga senza fine di Joseph Roth. Oppure si leggano le pagine dell’ultimo libro di Giovanni Sessa, Azzurre lontananze. Tradizione on the road, appena uscito per i tipi di Iduna, per apprezzare un altro possibile modo di viaggiare, quello che, pur partendo da esigenze in fondo generazionali (a confessarlo è l’autore, e a testimoniarlo è l’on the road del sottotitolo), si apre a una dimensione altra, che è quella della tradizione. Con due guadagni evidenti: presentare la tradizione non come sterile trasmissione di un patrimonio statico e atemporale, bensì come esperienza, alla lettera, in cammino, dinamica e diveniente, e dunque senza fossilizzarla alla stregua di un deposito erudito di conoscenze, ma trasformandola in prassi vitale, in esperienza esistenziale. E anche il linguaggio utilizzato da Sessa rende bene la freschezza e la vivacità di questi viaggi, privo com’è di inutili appesantimenti intellettualistici o di verbosa retorica.

C’è poi un significato ulteriore, che attraversa sottotraccia l’intero testo, rinviante alla ‘costellazione geografica’ disegnata dai viaggi dell’Autore. A mio avviso, una ‘costellazione’ in fondo, e non casualmente, indoeuropea. Non dirò nulla dell’Oriente (viaggi in Nepal, in Pakistan e nel Karakorum, e in Mongolia) per mancanza di conoscenze ed esperienze al riguardo. Per i viaggi in Irlanda e soprattutto Islanda, mi sembra che Sessa si sia mosso seguendo il medesimo impulso dei Greci, ovvero guardare all’Estremo Nord come sede dei mitici Iperborei e ripercorrere le orme di Pitea che, risalendo l’Atlantico da Gibilterra, raggiunse le isole britanniche e forse il circolo polare artico, avventurandosi nel grande Nord e scoprendo l’isola di Thule (forse la stessa Islanda). In definitiva, uno sguardo sull’altrove, ma per cercarvi il proprio.

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Su Pagine filosofali del 22/06/2022.

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