Siculi, chi sono costoro? Origine, arrivo in Lazio e in Sicilia, rapporti con altri Italici

Da poco più di una decina di anni mi occupo del problema ”Siculi” all’interno del quadro etnografico e culturale della compagine preistorica e proto-storica della Sicilia e dell’Italia. Quel poco che ho letto sui saggi finora editi e disponibili nelle accademie universitarie non hanno mai soddisfatto la mia curiosità scientifica, sebbene sia stata proprio la sciatta faciloneria di questi studiosi a farmi prendere l’iniziativa di dar vita a questo grande lavoro di ricerca, ché a tutt’oggi non può dirsi definitivamente concluso, nonostante gli esiti siano stati sempre positivi, copiosi di dati al punto di permettermi di ricostruire con tanta meticolosità la profonda spiritualità e la straordinariamente vivace cultura delle genti anelleniche (o pre-greche) della Sicilia: Siculi, Sicani ed Elimi. Il mio lavoro si è basato principalmente sulla lettura sinottica dei testi antichi in lingua greca e latina (ossia una lettura condotta contemporaneamente su diversi testi posti l’uno accanto all’altro per svolgere un immediato confronto): Storie o Guerra del Peloponneso di Tucidide (V sec. a.C.), Antichità romane di Dionisio di Alicarnasso (I sec. a.C.), Biblioteca storica di Diodoro Siculo (I sec. a.C.), l’Eneide di Virgilio, il poeta ‘’archeologo’’ nel vero senso della parola, così come molti altri testi ancora.

I Siculi erano una popolazione di stirpe indoeuropea e di ceppo proto-illirico, la quale nella lontana età della pietra, intorno al IV millennio a.C. era ancora un tutt’uno con le altre genti proto-illiriche stanziate nel centro dell’Europa, molto sopra il corso medio del Danubio, nell’area centrale e meridionale situata tra i fiumi Elba e Vistola, confinando con altri macro-gruppi indoeuropei, precisamente con quello da cui emersero i proto-Latini, gli Osco-umbri ed i Veneti (Paleoveneti o Venetici) ad Ovest, con quello da cui emersero gli Elleni, i Macedoni ed i Frigi ad Est e Sud-Est, con parte del gruppo celtico (al tempo proto-celtico) e parte di quello germanico a settentrione, innescando qualche processo osmotico (culturale) anche con il gruppo indoeuropeo definito ”Altoeuropeo” o ”Paleoeuropeo” od ancora ”Indoeuropeo A”, a cui appartenevano invece i Sicani. Questo macro-gruppo di proto-Illiri, crescendo in numero, abbandonarono le loro sedi ancestrali centro-europee, attraversando il Danubio nel suo medio corso, nella regione dell’attuale Ungheria, riversandosi nei Balcani alla fine del IV o agli inizi del III millennio a.C., occupando così tutta la penisola sino all’estremità della Grecia conosciuta in epoca storica con il nome di Peloponneso. Si crearono molte tribù a partire dalle propaggini più settentrionali della penisola balcanica, tra le quali vi erano i Liburni, i Siculi, gli Ausoni, i Dauni, i Peucezi, i Messapi, i Caoni, i Coni, i Pelasgi e gli Enotri. I Liburni ed i Siculi, vicini e parenti più stretti dei primi, occuparono rispettivamente le sponde e l’entroterra della Dalmazia, precisamente i territori dall’attuale Slovenia all’Albania, seguiti in successione dai Dauni, poi dai Peucezi (questi accolsero parte degli Enotri una volta giunti in Italia), i Caoni, i Coni, gli Ausoni, i Pelasgi (questi giunti fino in Grecia), i Messapi ed infine gli Enotri, i quali ebbero un’estensione massima dall’Epiro fino al Peloponneso. Non molto tempo dopo, carestie ed altre calamità spinsero una parte di tutte queste tribù verso la costa prospiciente bagnata dal Mar Adriatico, ossia la nostra penisola. Prima giunsero gli Ausoni, nella seconda metà del III millennio a.C. dalla costa Sud-orientale, spingendosi fino all’attuale Lazio, sicché l’Italia fu denominata Ausonia; poi giunsero i Siculi assieme ai Liburni nel centro peninsulare, tra Emilia-Romagna, Umbria e Marche, intorno agli inizi del II millennio a.C.; poi ancora gli Enotri, i quali giunsero intorno al XVII sec. a.C. sempre da Sud-Est e ricacciando gli Ausoni più a settentrione, nella Campania e nel Lazio principalmente, e dando una nuova denominazione a quell’area, ossia Enotria. I Pelasgi furono gli ultimi ad arrivare, agli inizi della seconda metà del II millennio a.C., giungendo dapprima alle foci del Po, percorrendo gran parte della penisola seguendo gli Appennini in direzione Sud ed unendosi a gruppi proto-latini dei centri terramaricoli, con i quali cacciarono via i Siculi ed i Liburni da quei territori, facendo salpare via i Liburni e respingendo più a Sud nel Lazio i Siculi.

A sinistra, ricostruzione della camera funeraria di una tomba a grotticella artificiale della Cultura sicula della facies eneolitica di Rinaldone presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, Roma (la tomba detta ‘’della Vedova’’, rinvenuta nella località Ponte San Pietro, nel territorio di Viterbo, Lazio); a destra, esemplare di vaso a fiasco, tipico della Cultura rinaldoniana sicula centro-peninsulare e laziale, esposto in una delle teche del Museo.

I Siculi intrapresero la fuga per la salvezza, trovando l’ostilità di molte altre tribù, soprattutto osche (gli eredi della Cultura delle tombe a fossa), giungendo infine nel territorio dei loro cugini Enotri, i quali li accolsero. Lì, nell’attuale Calabria, i Siculi divennero numerosi e molto potenti, al punto che un loro re, il cui nome era Italo ”Torello”, prese possesso di tutta la Enotria e che dopo la sua morte fece cadere in odio tutto il suo popolo tra gli Enotri, al punto che dovettero fuggire nuovamente in Sicilia. Era questo l’anno 1270 a.C. ed i Siculi, ”un grande esercito”, così come specifica Tucidide[1], conquistarono tutto il settore orientale dell’isola, dando vita alla Sikelia, ossia la ”Terra dei Siculi”, devastando e respingendo con una lunga e sanguinosa guerra i Sicani[2], quel gruppo paleoeuropeo (dunque sempre indoeuropeo) che si era insediato nell’isola intorno alla seconda metà del III millennio a.C., fuggendo anch’esso dall’Italia (e non dall’Iberia) a causa dell’arrivo degli Ausoni[3]. In Sicilia giunsero poco dopo gli Elimi, sempre di stirpe proto-illirica, perché, come i Morgeti, erano il risultato di una frammentazione del gruppo enotrio, tra i quali confluirono per sinecismo altri elementi etnici, come una piccola parte dei Sicani e una grossa parte di Elleni.

Dionisio di Alicarnasso e Diodoro Siculo, entrambi vissuti nel corso del I sec. a.C., come già detto, hanno riportato diligentemente e fortunatamente ampie parti (lectiones) dei testi ormai perduti di questi storici sicelioti molto più antichi, i quali, essendo anche a diretto contatto con queste popolazione epicorie, potevano di certo dissertare molto di più su esse; riferendomi nuovamente ad Antioco e Filisto di Siracusa, vissuti rispettivamente nel V e nel IV sec. a.C., Ellanico di Mitilene, vissuto nel V sec. a.C., e Timeo di Tauromenio, vissuto nel III sec. a.C. Antioco sosteneva la provenienza iberica dei Sicani, l’origine troiana e greca degli Elimi e l’origine peninsulare ed enotria dei Siculi[4]; Ellanico sosteneva l’origine peninsulare ed enotria degli Elimi e peninsulare ed ausonia dei Siculi[5]; Filisto, molto vicino alla cultura sicula, essendo un generale al comando di Dionisio I ed avendo nell’esercito un numeroso gruppo di Siculi (la fondazione di colonie nel centro dell’Italia, come ad esempio Ancona, ne è una prova[6]), sosteneva l’origine iberica dei Sicani e quella peninsulare dei Siculi, ma a torto considerati Liguri[7], ben sapendo però che i suoi ”Liburni”, parenti molto prossimi dei Siculi, furono ritenuti Liguri dai copisti più antichi e così l’unico che aveva ben inteso la verità fu considerato il peggiore; infine Timeo, il quale ha riportato invece molti errori tacciando però tutti di ignoranza, affermava che i Sicani fossero autoctoni, come ”spuntati fuori dal nulla”, e che i Siculi fossero sempre di origine peninsulare. Sempre Tucidide sosteneva che i Siculi fossero stati cacciati via dalla popolazione osca degli Opici, i quali abitavano la Campania, e che la migrazione fosse avvenuta nell’XI sec. a.C.; Antioco sosteneva che i Siculi fossero stati cacciati via dagli Enotri, ma non sapeva collocare con precisione tale migrazione; Filisto affermava che nell’ottantesimo anno prima della distruzione di Troia, dunque nel 1264 a.C., avvenne la migrazione dei Siculi in Sicilia a causa degli Enotri; Ellanico collocava tale migrazione con molta precisione nel ventiseiesimo anno di sacerdozio di Alcione ad Argo, tre generazioni prima della guerra che distrusse la roccaforte troiana, dunque nel 1289/88 a.C. (ben sapendo che una generazione era computata dagli Antichi dai 30 ed i 35 anni, giungendo così ad un calcolo di 105 anni, considerando tre generazioni di 35 anni ciascuna), ma con la variante consistente nella cacciata degli Elimi sempre a causa dell’ostilità degli Enotri, i quali sarebbero giunti nella parte più occidentale dell’isola, e dopo cinque anni quella dei Siculi fuggiti dagli Iapigi che abitavano il Nord della Puglia, in quanto i Siculi erano secondo lui Ausoni. Per quanto riguarda i Sicani, Virgilio ricorda infatti nell’Eneide i veteres Sicani e lo scontro tra questo ethnos e gli Ausoni, il quale pose fine all’età dell’oro[8]. I Sicani diedero vita alla facies di Castelluccio e di Thapsos dal 2200 al 1270 a.C.

Posso terminare questo breve (e piacevole, spero) articolo dicendo che i Siculi erano i proto-Illiri che occuparono la parte orientale dell’isola, inglobando qualche elemento ausonio (già entrato nell’orbita culturale del proto-villanoviano, tra l’Ausonio I e II dell’arcipelago eoliano), affiancando la tribù enotria dei Morgeti a partire dall’inizio del XIII sec. a.C., e attraverso altri fenomeni di migrazione successivi (fino al sec. XI a.C.), e soprattutto che si denominarono tali, ovvero ”Siculi”, già a partire dal loro primo stanziamento balcanico (altrimenti, Plinio il Vecchio non avrebbe mai parlato di Siculi balcanici nella sua Naturalis Historia, ivi presenti ancora al tempo suo[9]); che i Sicani erano gli Indoeuropei A di origine sub-carpatica che migrarono dall’Italia in Sicilia alla fine del III millennio a.C.; che i Morgeti erano un frazionamento della nazione enotria, pertanto sempre proto-Illiri, e che una volta giunti in Sicilia orientale mantennero una certa distanza dai Siculi, anche se la ceramica piumata è stata trovata nelle vestigia della loro più celebre fondazione, ossia Morgantina; che gli Elimi erano anch’essi proto-Illiri, perché distaccatisi dagli Enotri, accogliendo nel tempo anche altri elementi etnici ed in minima quantità, tanto da non stravolgere la loro lingua, e che occuparono il versante occidentale della Sicilia poco dopo l’arrivo dei Siculi; ed infine che gli Ausoni, sempre proto-Illiri, furono davvero cacciati da Nord-Est dall’arrivo degli illirici Iapigi (Dauni), migrando in parte verso Sud e raggiungendo dunque le isole Eolie e poi le coste della Sicilia settentrionale[10]. Pertanto la Sicilia fu detta prima Trinakria ‘’Trinacria’’, poi Sikania ‘’Sicania’’ ed infine Sikelia, ossia ‘’Sicilia’’[11]. Il nome dell’Italia deriva dal nome del re siculo Italo[12], essendo prima Ausonia e poi Enotria. Anche il Mare Adriatico ha nel nome un’origine spiccatamente siculo-illirica e così anche il nome di persona che ne è derivato, Adriano: entrambi i nomi hanno la comune origine dal Dio Adranòs (in lingua sicula Hatranus), Dio del Cielo, della Luce, della Folgore e del Fuoco venerato dai Siculi, direttamente dalla forma radicale sicula hat– ‘’fuoco/calore’’, di chiara filiazione indoeuropea, essendo quella ancestrale aidh-. I Greci nati nella nostra terra furono denominati Sicelioti, ovvero ”Greci della Sikelia”, ma non erano per niente Siculi; così come i Greci nati in Italia meridionale, successivamente detta Magna Grecia, erano denominati Italioti, ovvero i ”Greci nati nella terra governata dal re siculo Italo”. Ma la denominazione di ”Siciliano” da dove deriverebbe allora? Semplice, la suffissazione in n rivela l’arcano: sono tutti coloro che provengono dalla Sikelia, l’isola che fu conquistata dai Siculi.

[1] Tucidide, Storie, libro VI, 2, 5; Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, libro I, 22, 5.

[2] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libro V, 6.

[3] Pausania, Periegesi della Grecia, libro V, 25, 6; Strabone, Geografia, libro VI, 2, 4.

[4] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, libro I, 22, 5.

[5] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, libro I, 22, 1-3.

[6] Ciò è confermato anche da Plinio (Naturalis Historia, libro III, 13, 111): Numana a Siculis condita, ab issdem colonia Ancona.

[7] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, libro I, 22, 4-5.

[8] Virgilio, Eneide, libro VIII, vv. 322-332.

[9] Plinio, Naturalis Historia, libro III, 22, 141.

[10] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libro V, 8.

[11] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libro V, 2, 1-2.

[12] Tucidide, Storie, libro VI, 2, 4.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Saturnia Tellus, a cura del Dott. Paolo Domus Lases Casolari, 15 Ottobre 2020.

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Alessandro Bonfanti, ricercatore e studioso di Archeologia ed Antropologia, è nato a Noto, cittadina della provincia di Siracusa, nel lembo Sud-orientale, il 26 Agosto 1977. Ha compiuto i suoi studi presso l'Ateneo di Catania, conseguendo i titoli accademici con il massimo dei voti. Ha svolto lavori di ricerca e di perfezionamento presso gli enti museali della sua regione, collabora con giornali e riviste del settore, essendo massimo esperto non soltanto della più remota preistoria siciliana, ma soprattutto della più remota preistoria europea, qualificandosi come indoeuropeista di formazione globale, ossia non semplicemente linguistica, ma abbracciando vari campi scientifici e soprattutto formulando ad uopo nuovi metodi di indagine e di analisi volti ad infirmare nuove teorie senza mai distaccarsi dagli studi dei veri pionieri del settore che ebbero rinomanza e riconoscimento di grandi onori nelle accademie europee fino alla prima metà del secolo scorso. Fare scienza indoeuropeistica per Alessandro Bonfanti, attento seguace evoliano e romualdiano, significa unire innanzitutto Antropologia fisica e culturale con la Glottologia e la Linguistica generale, per poi trovare altri appigli probatori nella cultura materiale dei popoli antichi, ossia tramite l'Archeologia stricto sensu, se non prima leggendo accuratamente le fonti nelle lingue originali, così come facevano gli insigni studiosi dell'800 usando la nota frase ''Pausania alla mano''. L'amore smisurato, l'inestinguibile passione e lo sfavillante ardore con cui Alessandro Bonfanti svolge le sue ricerche trovano ragion d'essere nella sua Weltanschauung assolutamente tradizionale ed etnocentrica, nell'orgoglio di sentimenti ancestrali come Blutesbund e Volkssturm, dunque principalmente nella sua fortissima spiritualità ariosofica. Le sue ricerche condotte con ardente passione hanno avuto inizio molti anni innanzi al completamento della sua formazione accademica, che egli stesso considera ''mai attesa con tanta soddisfazione intellettuale'' se non per meri scopi burocratici, ma sin dalla sua più tenera fanciullezza, sostenuta negli anni da frequenti viaggi nel Nord Europa (Scandinavia, Islanda, isole britanniche, Germania etc.) alla scoperta sempre della vera Heritage indoeuropea. Il suo percorso iniziatico ed ascetico nell'Antica Tradizione gli ha conferito il cognomen alto-norreno di Daudeferd, stando a significare il vero senso metafisico e metastorico delle sue idee e delle sue imprese come ponte tra passato, presente e futuro, dunque come erede, guardiano e milite della Tradizione indoeuropea. Con le tre seguenti pubblicazioni, Siculi: popolo Ario venuto dal Nord e Siculi Indoeuropei. Le origini nordiche dell'Ethnos. Tomi I-II, Alessandro Bonfanti ha inaugurato la collana speciale LA RUOTA DEL SOLE, dedicata interamente all'Archeologia, Antropologia, Filologia, Linguistica, Glottologia e Storiografia relative ai popoli indoeuropei.

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