Provare l’Io. Evola e la filosofia

Gli studi più seri e significativi dedicati al pensiero di Evola prendono le mosse o, comunque, hanno quale tema centrale di discussione, le sue opere speculative. Si pensi al lavoro pionieristico di Roberto Melchionda, coraggioso esegeta evoliano da poco scomparso, che mise in luce la potenza teoretica dell’idealismo magico, o allo studio di Antimo Negri, critico rispetto agli esiti della filosofia del tradizionalista. Da più di un decennio, nel lavoro di analisi di tale sistema di pensiero, si sono distinti Giovanni Damiano, Massimo Donà e Romano Gasparotti, i cui saggi sono motivati da autentica vocazione esegetica e lontani da conclusioni affrettate o motivate da giudizi politici, siano essi positivi o negativi.

Un allievo di Donà, il giovane Michele Ricciotti, ha da poco dato alle stampe una monografia dedicata al filosofo, che si segnala quale libro di rilievo nella letteratura critica in tema. Ci riferiamo a Provare l’Io. Julius Evola e la filosofia, comparso nel catalogo dell’editore InSchibboleth (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com, pp. 217, euro 20,00). L’autore attraversa e discute, con evidente competenza teoretica e storico-filosofica, l’iter evoliano, servendosi della bibliografia più aggiornata, mosso dalla convinzione, ricordata da Donà in prefazione, che: «il vero filosofo, per Evola, non può limitarsi a “dimostrare”. Ma deve anzitutto sperimentare sulla propria pelle la veridicità di guadagni che, davvero, mai potranno essere semplicemente “teorici”» (pp. 11-12). A tale assunto, lo si evince dalle pagine del libro, Evola si mantenne fedele per tutta la vita. Naturalmente, il suo percorso non fu lineare, ma caratterizzato, in particolare a partire dalla fine degli anni Venti, dalla «torsione» tradizionalista impressagli dall’incontro con Guénon. Al fine di presentare al lettore la complessità di un pensiero assai articolato, Ricciotti ha diviso il testo in tre capitoli. Nel primo affronta, con persuasività di accenti e argomentazioni, l’esperienza dadaista di Evola, durante la quale venne a configurarsi il «problema» teoretico per lui centrale, quello legato all’ Io: «della sua affermazione e della sua “prova”», ma: « non prima di aver brevemente messo a tema il significato spirituale che l’Arte Regia» (p. 17) riveste nella realizzazione di tale compito. Si, l’idealismo di Evola fu «magico», atto ad integrare, in termini di prassi, l’esigenza di certezza propria dell’idealismo classico e dell’attualismo gentiliano, ritenuto apice del pensiero moderno.

Nel secondo capitolo è, non casualmente, discusso il rapporto intrattenuto da Evola con l’idealismo, in particolare con la sua declinazione attualista. Sappia il lettore che le pagine dedicate da Ricciotti al superamento evoliano del gentilianesimo, sono tra le più profonde tra quelle fin qui scritte: «l’attualismo si configura a nostro avviso come una stazione che deve essere necessariamente attraversata dall’Io per farsi – da trascendentale qual è – “magico”» (p. 18). Filosofia e magia, infatti, come ben esemplificato da Donà, hanno storicamente condiviso un medesimo orizzonte, nel quale pensare e fare si corrispondevano. L’individuo assoluto è colui: «che è certo del mondo grazie al suo farsi identico ad esso, in virtù della capacità di renderlo un’immagine la cui magica potenza si identifica con la stessa volontà incondizionata dell’Io» (p. 19). Il terzo capitolo affronta il tema della discesa dell’individuo assoluto nella storia, cui fece seguito il tentativo di costruire, da parte del filosofo, una simbolica del processo storico. Allo scopo il pensatore si avvalse dei contributi teorici di Bachofen, sintetizzati nel metodo empatico-antichistico, nonché di Guénon e del «metodo tradizionale». Una breve locuzione può ben chiarificare ciò che Ricciotti pensa dell’iter evoliano: «dall’immagine magica del mondo al simbolo», laddove il primo termine ha valenza positiva ed il secondo ne rappresenta una diminutio, un de-potenziamento teorico. Tale torsione delle iniziali acquisizioni magico-dadaiste si  manifesta, chiosa Ricciotti, a partire dalle pagine di, Imperialismo pagano, opera al centro della quale sta: «un soggetto sovrano capace di istituire la legge ponendosi fuori e sopra di essa, facendosi rappresentante di una incondizionata libertà» (p. 27).

L’individuo sovrano ha caratteristiche simili a quelle dell’individuo assoluto perché, come un saggio taoista, sa che: «Aver bisogno della potenza è una impotenza […] esprime una privazione dell’essere» (p. 29). D’altro lato, il soggetto sovrano, identificato con il Rex della Tradizione, è qui collocato in un contesto storico-cronologico e, pertanto, risulta depotenziato dell’«assolutezza» del soggetto magico. La medesima situazione la si evince dalle pagine de, La tradizione ermetica. In essa, da un lato la trasmutazione alchemica allude all’avvenuta: «ricostituzione del regno di Saturno […] e al riempimento della privazione di cui la materia è simbolo» (p. 37), dall’altro, fin dall’organizzazione del volume, si mostra l’adesione del pensatore all’impianto del metodo tradizionale. Esso consiste, da un punto di vista generale, nel tentativo di rinvenire nella storia il patrimonio simbolico comune a tutte le civiltà tradizionali, ma anche nel rintracciarvi le interferenze con la sovrastoria e con la sovranatura. In tal modo, il dualismo si riaffaccia prepotentemente in Evola. Esso animerà la contrapposizione Tradizione-Modernità delle pagine di Rivolta e delle opere del periodo propriamente «tradizionalista».

Lungo tale percorso, sostiene Ricciotti, Evola giunge alla definizione di una metafisica della storia centrata: «su una specifica teoria del simbolo inteso […] come fattore operativo interno alla storia stessa» (p. 177). In essa, il tradizionalista ingloba l’idea guénoniana centrata sulla valenza sovrastorica del simbolo, all’idea bachofeniana che ne sottolineava, invece, la storicità. Per questo, il filosofo non riuscirebbe a «salvare» in toto, pur facendo riferimento ad un possibile «ciclo eroico», la dinamicità dell’arché. La Tradizione, paradossalmente, collocata in un passato ancestrale, finisce per poter essere recuperata in proiezione utopica, nel futuro. Ricorda l’autore che, solo la riflessione sulle tesi di Jünger, sul ritorno dell’elementare e della potenza negativa nel mondo contemporaneo, fecero re-incontrare Evola con la Nuova Essenzialità, con l’orizzonte esistenziale, cosmico, dell’individuo assoluto. Lo testimonierebbero le pagine di Cavalcare la tigre.

Questo l’impianto generale del volume. Non possiamo mancare di segnalare, alcuni plessi teoretici rilevanti, messi in chiaro nelle sue pagine: innanzitutto il concetto di «valore» nell’idealismo magico. Esso indica la risoluzione di ciò che è materia in ciò che è forma. In ogni esperienza l’Io deve risalire dalla forma dell’esperienza: «alla forma di ogni forma […] la forma dovrà essere resa coestensiva al reale, il valore coestensivo all’essere» (p. 96). Ciò spiega il titolo del libro, Provare l’Io. Infatti: «dare ragione dell’Io significherà dare ragione dell’intera realtà, a partire dall’identità dell’Io con la determinatezza empirica» (pp. 99-100).

Un libro, questo di Ricciotti, che riporta sotto i riflettori del dibattito filosofico un pensiero potente e troppo a lungo trascurato.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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