Profezie e previsioni per il XXI secolo

Quale può essere l’utilità di un libro sulle profezie, oggi, in un mondo totalmente secolarizzato, in cui mutamenti radicali avvengono addirittura nell’arco di pochi mesi, in cui il singolo uomo è vieppiù annullato nel confronto con macroprocessi sempre più impersonali e meccanici che coinvolgono oramai il mondo intero; basti pensare al funzionamento dei mercati finanziari, regolati da algoritmi, oppure ai meccanismi di governo fondati su una ipertrofia spinta della burocrazia anonima e totalmente disinteressata alle sorti dei cittadini. A quale scopo abbozzare delle previsioni quando il terrorismo internazionale, il mostro sfuggito di mano a chi pensava di potersene servire impunemente, attenta alle vite dei cittadini europei nelle maniere più truci ed impensate, quando la falsa informazione si mescola a quella verace confondendo, in un caleidoscopio insensato, le menti meno avvedute, irretite dal bis pensiero e dalla neolingua orwelliana del mainstream, quando masse di disperati provenienti dall’altra metà del mondo reclamano diritti e benessere, quando si profila lo spettro di una nuova guerra fredda, sempre più calda, tra Est ed Ovest.

Ebbene, proprio in una realtà così complessa, al limite dell’indecifrabile, un discorso sulla profezia in senso lato, sia essa semplice previsione razionale o intuizione profetica vera e propria oppure vaticinio poetico letterario, può dare spunti di lettura davvero interessanti ed archetipi interpretativi suggestivi e soprattutto utili. Proprio questo è lo scopo che, a nostro vedere, si propone il libro di Alfonso Piscitelli Profezie e previsioni per il XXI secolo. Il libro esordisce con tre famose profezie sul papato di Roma. La prima, la celebre “profezia di Malachia” con i suoi motti sintetici, sovente molto sapidi ed efficaci, in particolare in merito agli ultimi Papi della lista e soprattutto all’ultimo, “Petrus Romanus” con cui si chiuderebbe la storia della Chiesa visibile e che richiama ad altre coincidenze notevoli: ad esempio l’omonimia tra i primi e gli ultimi sovrani di vari imperi: basti ricordare Romolo e Romolo Augustolo per l’Impero Romano d’Occidente, Costantino, nome del primo e ultimo sovrano dell’Impero Romano d’Oriente, Umberto Biancamano e Umberto II per la dinastia Sabauda. Un’altra celebre profezia presa in esame da Alfonso Piscitelli è quella celeberrima sul “Papa Nero” di Nostradamus che alla quartina 91 della X centuria, della sua celebre e monumentale opera profetica, recita: «Nel milleseicento e nove il clero romano all’inizio dell’anno eleggerà al soglio uno di grigio e di nero venuto dalla Compagnia che mai ve ne fu altro così maligno». Al di là della data è evidente il riferimento alla Compagnia di Gesù e ad oggi l’unico pontefice appartenente alla Compagnia di Gesù è Jorge Maria Bergoglio, Papa Francesco. Ancor più inquietanti sono le profezie sulla penetrazione islamica del continente europeo. Penetrazione perpetrata non dalla forza dell’invasore ma dalla negligenza e dalla confusione che regna tra le fila dei conquistati: «A causa della discorde negligenza dei Galli sarà aperto il passaggio a Maometto, di sangue sarà intrisa la terra e il mare di Senoyse e il porto di Marsiglia di vele e navi coperte» I, 18, oppure «Dall’Oriente verrà il cuore punico che ingannerà l’Adria e gli eredi di Romolo accompagnato dalla flotta libica tremano Malta e le isole vicine vuotate» I, 9.

Come non pensare alle scene viste e riviste a partire dagli scontri tra immigrati nel centro accoglienza di Marsiglia o i barconi carichi di disperati rimbalzanti tra la marina libica, le Ong e la marina italiana, oppure alle stragi del Bataclan a Parigi o sulle Ramblas iberiche oppure a Nizza e Berlino, perpetrate da seguaci del fondamentalismo islamico nati e cresciuti nel seno dell’Europa.

Ulteriore prospettiva di lettura sugli eventi cruciali che il nostro tempo attraversa è costituita dalle profezie della beata Katerina Emmerinck che a cavallo tra 700’ ed 800’, oltre a prevedere incredibilmente due Papi che regnano in contemporanea, addita un pericolo mortale nell’indebolimento dottrinale della Chiesa, in particolare la “protestantizzazione” della dottrina Cattolica e la sua apertura all’ecumenismo minimalista fondato sul “dialogo debole” tra le religioni, quindi sulla rinuncia all’affermazione forte di ciò che rende tale il cristianesimo: il mistero del Dio che si fa carne, muore e risorge. Non si può negare che la questione dei Dubia sollevati nei confronti dell’enciclica di Papa Bergoglio, Amoris Laetitia dai quattro vescovi  Burke, Meisner, Caffarra e Brandmueller, la preghiera ecumenica da Lui recitata il 31 Ottobre 2016 nel Duomo di Lund insieme ai Pastori della chiesa Luterana, in occasione dei Cinquecento anni della Riforma Protestante e più recentemente lo scandalo Viganò sulla presunta manipolazione di una lettera del Papa emerito Joseph Ratzinger diretta a Papa Francesco, che avrebbe contenuto accenti polemici nei confronti del successore, gettano un’ombra quanto mai sinistra e attuale sui vaticini della Beata Tedesca.

L’avvincente viaggio di Alfonso Piscitelli tra i responsi dell’immaginazione profetica continua con un argomento spesso al centro di “leggende nere” e di sviste clamorose: la leggenda e la storia dei Templari. Oltre all’accostamento tra Templari e cavalieri del Graal, già operato da Julius Evola ne Il mistero del Graal, in cui il pensatore tradizionalista faceva notare come lo stemma dei protagonisti fosse la croce rossa su fondo bianco e che il loro nome si presenti, in alcuni autori, ad esempio Wolfram Von Eschenbach, come Templeisen, cioè Templari. Ciò che appare ancor più interessante però è il capovolgimento interpretativo operato da Piscitelli, sulla falsariga di Evola, in merito all’eredità templare e alla lettura che ne dà Umberto Eco ne Il Pendolo di Focault. Secondo quest’ultimo, infatti, gli ultimi Templari si sarebbero ritirati in Scozia dove in qualche modo avrebbero partecipato alla rifondazione della Massoneria di rito Scozzese. In realtà l’accostamento sarebbe indebito in quanto si tratterebbe di un affratellamento tardo e posticcio operato dalla Massoneria illuminista in chiave anti clericale ed anticattolica.

Molto interessante è anche la lettura che Alfonso Piscitelli dà della dottrina tradizionale delle Quattro Età. In primis, seguendo il computo tradizionale Indù, il Kali Yuga, l’età oscura, ben lungi dall’essere in procinto di concludersi, in realtà sarebbe cominciata da circa 5’000 anni e le resterebbero “solo”, si fa per dire, 430’000 anni, pertanto, inutile stare qui a fasciarsi la testa per l’irrimediabile decadenza, poiché «…l’Età oscura è appena iniziata e attende ancora il dispiegarsi di lunghe epoche e di nuove aurore e tramonti di civiltà prima di giungere al suo crepuscolo finale» [1].

In secondo luogo, seppur epoca di progressiva decadenza del Dharma, la legge morale, come la chiamano i nostri fratelli Indiani, l’età oscura, o età del ferro come la chiama Esiodo è quell’epoca irripetibile in cui l’uomo deve affrontare la “prova della solitudine”, come la definisce l’iniziato e pensatore Rudolf Steiner, attraversare solo e senza appoggi trascendenti la prigione della Götterdämmerung, l’oscuramento del divino, l’epoca in cui l’uomo deve trarre dal suo interno, dalle profondità dell’anima cosciente la forza della sua resurrezione. Suggestivo in questa cornice il richiamo al celebre film del 1981 di John Boorman, Excalibur, in particolare al dialogo finale di Artù con il vecchio mago Merlino in cui il Re chiede ispirazione, per l’ultima battaglia contro suo fratello Mordrain, all’antica sapienza druidica del suo vecchio amico e questi gli risponde: «Non posso dirti niente, i miei giorni sono finiti. Gli Dei sono andati per sempre. È il tempo degli uomini Artù, il tuo tempo. Questo è il momento che devi finalmente affrontare: essere Re e solo». [2]

La nostra epoca offre, pertanto, una situazione particolarmente fortunata per l’evoluzione ulteriore della civiltà e quindi va affrontata con animo risoluto e fiducioso, con coraggio e venerazione per il saggio e provvidenziale ordinamento del mondo.  Gli ultimi tre capitoli del libro sono dedicati all’archetipo di Roma e alle sue metamorfosi e coincidenze notevoli, in particolare all’immagine della Terza Roma, alla figura dell’Anticristo come descritta dallo scrittore russo Vladimir Soloviev, al simbolismo del Kathekon e alla morfologia delle civiltà così come si presenta in Oswald Spengler e Arnold Toynbee, in particolare alle previsioni sul futuro della civiltà europea.

Prima di proseguire però ci sembra doverosa una breve parentesi sull’immaginazione profetica. La domanda che potrebbe sorgere è su cosa sia precisamente una profezia: se una semplice intuizione fortunata, il parto di una fantasia fervida oppure la cognizione completa di cause che irrimediabilmente produrranno un certo effetto. In realtà è tutte e tre le cose insieme. Spesso il dibattito sull’essenza del profetare si innesta su quello tra determinismo e indeterminismo, tra necessità e libertà. Se la profezia fosse verace quale spazio resterebbe alla scelta umana e viceversa, la scelta umana è sempre libera oppure è anche il frutto di cause cieche e naturali. In realtà la profezia è la visione di cause invisibili o ancora tali che se restassero le stesse che il veggente ha percepito porterebbero immancabilmente all’evento previsto. Quindi in realtà è la visione di una serie di possibilità, un campo di probabilità che assume valori discreti differenti a seconda della direzione ad esso impressa dall’agire umano. Tale campo è una sorta di spazio magmatico in cui tutte le possibilità sono in equilibrio ed in cui sopraggiunge una perturbazione che “rompe la simmetria” e genera la serie di eventi corrispondente. Tale perturbazione è la volontà umana e quindi l’azione, non già la libertà poiché l’uomo può agire sia in modo libero, sia in maniera automatica, compulsiva, spinto dalla necessità naturale. In tale caso gli eventi seguiranno probabilmente la linea di minore resistenza, vale a dire quella verso l’aumento di disordine, cioè la catastrofe. Ecco spiegato il motivo per cui in linea di massima le profezie descrivono eventi tragici, traumatici, esse sono un monito finalizzato, se ci cale l’uso di un termine moraleggiante, al ravvedimento o in termini più appropriati ad una “diversione” del volere dalla necessità degli impulsi naturali immediati e ad una “conversione” di esso verso la mediazione del pensare e della ragione, cioè alla sua matrice individuale e spirituale. Il veggente, quando autentico, ha accesso ad un campo di forze, ad un regno di cause che è precluso agli altri uomini; poi, a seconda della sua forza spirituale, le immagini saranno più o meno chiare, più o meno attendibili. Quindi le profezie analizzate fin ora, realizzate o meno che siano, vanno lette come un monito per il presente e l’avvenire e vanno vissute come impulso a realizzare una convivenza umana fondata sulla ragione e sulla realtà oggettiva degli eventi e delle esigenze profonde dell’umanità, quindi a ripristinare una visione spirituale dinamica della realtà.

Ma le visioni possono anche riferirsi non già ad eventi, ma a idee-forza, ad archetipi spirituali che si sono incarnati o tendono a incarnarsi periodicamente nella storia, archetipi che vivono in quello che potremmo accostare all’Iperuranio platonico o più propriamente a quello che lo studioso di Iranistica Henri Corbin, chiama, seguendo la tradizione Sufi, Mundus Immaginalis,  ‘alam al-mithal, quel mondo intermedio tra la realtà materiale-materica e la dimensione delle cause incausate o delle “intenzioni supreme”: è questo il caso dell’archetipo di Roma, oggetto del VI capitolo del libro di Alfonso Piscitelli.

Balza subito all’occhio la lettura che l’autore romano Censorino (De Die Natalis, 238d.C.)  dà della leggenda dei dodici avvoltoi visti da Romolo nel luogo dove sarebbe sorta l’Urbe: dodici avvoltoi per un impero di dodici secoli, e all’incirca dodici sono i secoli che separano la fondazione della Città Eterna dalla sua caduta, cioè 1229 anni dal 753 a.C. al 476 d.C., ma l’idea imperiale si “reincarna”, l’archetipo di Roma si ripropone nell’Impero Romano d’Oriente che dura altrettanti secoli, dal 330 d.C., data della fondazione di Costantinopoli, al 1453 d.C. anno della caduta per mano di Maometto II e ancora dodici sono i secoli che intercorrono tra la fondazione del Sacro Romano Impero, la notte di Natale dell’800 d.C. con l’incoronazione di Carlo Magno e il 1918, con lo smembramento delle sue ultime vestigia costituite dell’Impero degli Asburgo d’Austria-Ungheria. Ma dov’è che l’aquila imperiale si ripropone con decisione e forza? Nel 1472, a una manciata di anni dalla Caduta di Costantinopoli, Ivan III il Grande sposa Zoe Paleologos, figlia dell’ultimo Basileus; nel 1547 Ivan IV il Terribile si attribuisce il titolo di Czar (Cesare), infine nel 1589, il Metropolita di Mosca assume il titolo di Patriarca. Il “travaso” è completo allorché il monaco Teofilo di Pakov scrive la sua celebre sentenza profetica: «La Chiesa dell’antica Roma è caduta a causa della sua eresia; le porte della seconda Roma, Costantinopoli, sono state abbattute dall’ascia dei Turchi infedeli; ma la chiesa di Mosca, la chiesa della nuova Roma, splende più radiosa del Sole nell’intero universo…. Due Rome sono cadute ma la terza è incrollabile; una quarta non vi può essere». Profezia che fa il paio con quella di Beda il Venerabile che in occasione del sacco di Roma del 410 d.C. da parte dei Goti di Alarico scrisse: «…quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma e quando cadrà Roma cadrà il mondo», che potremmo anche leggere nel senso che quando la Dea Roma smetterà di manifestarsi, questo ciclo di civiltà si inabisserà e lascerà spazio ad una nuova civilizzazione. La prima Roma univa il Nord e il Sud del Mediterraneo, l’ultima fa da ponte tra Europa ed Asia, Ovest ed Est e il cerchio si chiude.

Ma cosa c’entra la Russia bolscevica con la Russia imperiale Zarista e con l’idea imperiale? Secondo lo storico Toynbee il comunismo è una semplice sovrastruttura transitoria che non intaccherà l’anima russa nella sua essenza, né tantomeno l’eredità bizantina, imperiale, cristiana Ortodossa e un altro autore, Elemire Zolla, riconosce nei simboli del potere sovietico, quelli delle rifondazioni: la stella rossa di Marte, il Martello di Vulcano e la falce di Saturno, la divinità delle origini quanto delle messi. Fatto sta che durante l’invasione Tedesca del 41’, Stalin nel proclamare la Grande Guerra Patriottica richiama la memoria dei generali Zaristi che respinsero Napoleone, si definisce piccolo padre, come erano soliti fare gli Zar e coinvolge il clero Ortodosso nella lotta di liberazione e, meraviglia, fa portare la Vergine di Kazan in volo su Mosca per affidare la Capitale al suo “Cuore Immacolato”. Caduto il comunismo la Russia e con essa l’idea imperiale subiscono un ulteriore attacco, stavolta da parte delle “potenze del mare” come le chiama Carl Schmitt, il potere liquido multinazionale e finanziario, servendosi degli oligarchi mette le mani sul cuore dell’Heartland, il cuore della Siberia per rapinarne le favolose risorse naturali, ma l’anima della Russia e il suo orgoglio hanno di nuovo un sussulto con la presa del potere da parte di Vladimir Putin, colonnello del Kgb, che ben conosce il nemico, avendolo fronteggiato per anni ai tempi della DDR. Vince la seconda Guerra Cecena, riarma la sua Nazione, abbatte le velleità degli Oligarchi, sconfigge in meno di una settimana la Georgia armata dagli Americani, ridona in meno di venti anni il rango imperiale alla Terza Roma.

Ma cosa ne sarà di questa nuova realtà? Il libro riparte da questo quesito, riprendendo le previsioni sul destino della civiltà di due grandi morfologi delle civiltà: Arnold Toynbee e Oswald Spengler. Sia l’uno che l’altro dedicano un intero capitolo dei rispettivi capolavori, Civiltà al paragone e Il Tramonto dell’Occidente, alla civiltà che nascerà “dopo il tramonto”, una civiltà che si insedierà ad Est e coinvolgerà appunto la Russia, dello stesso avviso è Rudolf Steiner, il pensatore e scienziato austriaco, fondatore della Scienza dello Spirito che parla di una sesta civiltà, la civiltà del Sé spirituale o Manas, portatrice di una visione spirituale e comunitaria del mondo.

L’ultimo capitolo del Libro è dedicato ad un tema decisamente apocalittico: quello dell’Anticristo e di chi lo trattiene, il Kathekon. Chi sarà l’Anticristo, che aspetto assumerà l’Uomo dell’Iniquità, come lo chiama San Paolo nella II Lettera ai Tessalonicesi? Ebbene Alfonso Piscitelli fa la scelta felicissima di affidare la descrizione dell’Uomo della Perdizione alla grande Arte universale. Alla grande pittura di Luca Signorelli che nel Duomo di Orvieto, nella Cappella di San Brizio, nel 1502, portò a termine le sue “Storie degli ultimi giorni”, monumentale composizione apocalittica, un giudizio finale prima di Michelangelo. Una delle scene più celebri è proprio la “Predica e fatti dell’Anticristo”. L’altra grande opera è quella dello scrittore russo Vladimir Soloviev, Il Racconto dell’Anticristo, del 1899. Non sappiamo se Soloviev conoscesse o meno l’opera di Signorelli ma sta di fatto che la figura che emerge nell’autore Russo e la rappresentazione che ne dà l’artista di Cortona sono perfettamente sovrapponibili. L’Anticristo è una figura ammaliante, per nulla sgradevole, che emana un fascino tutto luciferino, ispirato ed aiutato dal Maligno, seduce ed opera prodigi, è filantropo e vegetariano, un propugnatore dell’unità delle religioni e degli Stati Uniti d’Europa, un pacifista e finanche ambientalista. Egli non è propriamente ciò che ci si aspetterebbe, cioè il contrario di Cristo, bensì uno che lo imita contraffacendolo (si ricordi l’adagio medievale e risalente a Tertulliano, Diabolus simia Dei), lo scimmiotta, ne annacqua l’insegnamento fino a dissolverlo o ad invertirlo, da qui il suo potere e le sue insidie.

Ma l’Uomo senza legge (lett. anthropos tes anomias) e il suo padrone, il Maligno hanno come contraltare Colui che li trattiene il Kathekon e che li terrà in catene finché non verrà il momento del confronto finale, in cui l’Antico Avversario sarà sconfitto definitivamente.  Del Kathekon parla San Paolo nella II Lettera ai Tessalonicesi, ma anche Carl Schmitt, Massimo Cacciari e Maurizio Blondet ne Gli Adelphi della dissoluzione. Ma chi è davvero? La risposta si trova in San Tommaso D’Aquino, nell’opuscolo LXVIII: «ciò che trattiene l’Anticristo è l’Impero Romano» e aggiunge Bernardo nella “Epistula Beati Pauli triplex Exposita”,  che Esso (l’Impero Romano): «… non è ancora estinto ma tramutato da temporale in spirituale». Secondo Carl Schmitt i grandi Imperatori Cristiani medievali, come Ottone il Grande, il Barbarossa, incarnavano il principio del Kathekon che trattiene la “Bestia che sorge dal mare” dell’Apocalisse e pertanto, con l’argine costituito dalla sua azione, rinvia la fine dei tempi. Chi è oggi questo principe Cristiano che trattiene la potenza che emerge dal mare, che ferma la Talassocrazia portatrice di dissoluzione? Secondo Piscitelli la risposta si trova nelle terre dove si infransero le ambizioni di Napoleone ed Hitler. A buon intenditor.

Alfonso Piscitelli, Profezie e previsioni per il XXI secolo. Dal Papa Nero all’espansione islamica. Saggio sull’immaginazione profetica, Solfanelli, Chieti 2018.

Note

[1] Profezie e previsioni per il XXI  secolo, A. Piscitelli, ed. Solfanelli, pag 88.

[2] Ibid., pag 89.

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