Jazz contra mondo moderno. Gli scritti musicali di Julius Evola

L’opera e il pensiero di Julius Evola sono ormai tabù solo per quanti non riescano a liberarsi dal pregiudizio ideologico. Soprattutto per quanti hanno, al massimo, gettato uno sguardo fugace alle   pagine della vastissima produzione del pensatore romano, arrogandosi, nei suoi confronti, il potere dell’interdizione. Fortunatamente, è cresciuto il numero degli studiosi che di Evola hanno cominciato ad occuparsi seriamente, liberi da intenti aprioristicamente apologetici o volutamente denigratori. Lo dimostra una recente pubblicazione di scritti del filosofo tradizionalista. Ci riferiamo a Da Wagner al Jazz. Scritti sulla musica 1936-1971, in libreria per i tipi di Jouvence editore (euro 16,00). Il libro è impreziosito dall’introduzione del curatore Piero Chiappano, mirata a contestualizzare e discutere criticamente gli scritti della silloge. Il vero elemento di novità è rappresentato dalla prefazione di Massimo Donà. In essa, il noto accademico veneziano, mette in atto una valorizzazione senza precedenti dell’azione intellettuale di Evola, non solo in relazione ai risultati ottenuti nelle opere teoretiche, ma dal punto di vista dell’esegesi dei fenomeni musicali da questi prodotta, in particolare del Jazz.

Theodor W. Adorno è considerato il nume tutelare della filosofia della musica novecentesca, i suoi giudizi sono stati ritenuti, per troppo tempo, sacri ed inattaccabili. Donà ricorda come il filosofo francofortese avesse ridotto la musica jazz a fenomeno prodotto dall’industria culturale, non dissimile dalla popular music, mirato ad ammansire le masse amorfe dell’età del capitalismo fordista, al fine di legarle, in un processo di identificazione, al potere costituito. Adorno il “progressista”, per Donà, rispetto al Jazz, nonostante il tono di ineffabilità intellettuale delle pagine della sua filosofia della musica, si è mostrato “cattivo maestro”, non cogliendo l’effettivo ubi consistam di tale forma musicale. Diversa la posizione di “un altro vero gigante del pensiero novecentesco; che, per quanto ricondotto da un luogo comune ancora imperante in buona parte della storiografia[…] alla schiera dei cosiddetti reazionari[…], doveva mostrarsi capace di cogliere con grande lungimiranza le istanze realmente innovative della nuova musica afro-americana” (pp. 10-11). Questi giudizi faranno tremare i polsi tanto alle guardie bianche dell’intellettualmente corretto, quanto agli scolari letteralisti di Evola. Per questi ultimi, il giudizio del tradizionalista sul Jazz, è infatti da considerarsi assolutamente negativo.

Anche oggi Evola, quindi, rappresenta un caso sintomatico. Egli lo fu già nel 1934, quando pubblicò il saggio intitolato Filosofia del jazz. Quale premessa a tale scritto, va considerata una sua conferenza del 1921 durante la quale sostenne “di non riconoscersi più nell’immediatamente dato”, in quanto l’opzione prioritaria di ogni dadaista è il “no”, esito della rielaborazione di motivi nietzschiani e tolstoiani, della distruzione e della rinuncia. Il Jazz nega ogni fissità, a muovere da quella imposta dalla partitura. Per tale ragione le sue sonorità avrebbero contribuito per Evola “a far tramontare l’epoca borghese, strapaesana e romantico-buongustaia” (p.13). Tale musica, ponendosi oltre il nuovo tecnicismo cerebralista e razionale, si risolveva in puro tessuto ritmico, abbandonando il soggetto, il sentimentale quale suo correlato, tornando a guardare al primordiale e all’originario. Nel Jazz si dava un vero e proprio recupero sonoro della physis. Tendenza, questa, che aveva trovato iniziale espressione nella Sagra della primavera di Stravinsky, dalla cui grammatica prorompeva un impulso irrefrenabile all’azione. La musica si faceva danza. Dopo il compositore russo, solo la musica afro-americana avrebbe potuto, nel suo significato più proprio, determinare l’irruzione del primordiale nel mondo della ratio dispiegata. Essa si rivolge al corpo, servendosi di ritmi sincopati.

Il Jazz, la sua capacità comunicativa, erano in grado, a dire di Evola, di rompere gli steccati socio-intellettuali, realizzando “una trasformazione rapida e collettiva e per nulla superficiale[…] sembrava davvero destinato a far risuonare non poco delle evocazioni menàdiche” (p. 16). Tali giudizi musicali di Evola sono pienamente in linea con i risultati conseguiti dal suo filosofare e quindi “Bisognava trasformare ogni espressione dell’umano in manifestazione di qualcosa […]avrebbe dovuto davvero farci fare esperienza della potenza incondizionata ed inoggettivabile che si agita nel cuore di ogni[…] determinata esistenza” (p. 16). La Libertà, che Evola scopre nel percorso teoretico, consegna ogni individuo alla “magica” assolutezza, non certamente in modalità rassicurante, in quanto l’individuo evoliano ha un compito imprescindibile: liberarsi da ogni possibile sua rappresentazione. La libertà non esclude la necessità, l’essere non esclude il divenire. In tal senso, il Jazz è la forma musicale che, più di ogni altra, corrisponde alla concezione inclusiva, ermetica degli opposti: afferma e nega in uno, suggerisce Donà, ridando voce al senso autentico della Tradizione.

Ciò implica, che Evola avesse perfettamente compreso la natura non positiva del negativo: l’Assoluto non può darsi come negazione dell’umana incompiutezza, non preesiste all’imperfetto “ma da esso si genera mediante una sintesi destinata a rendere la sua stessa determinatezza sempre nuova[…]perfettamente imperfetta” (p. 19). Come accade nel Jazz, incessante reinvenzione che non esclude le “creazioni” passate, ma anzi è aperta alla loro riproposizione che, come intese Ludwig Klages, deve avere il tratto del simile, e quindi del nuovo, mai dell’identico. L’Io musicale di Evola è “l’incondizionatezza che, sola, può esprimersi nell’Originaria imperfezione del nostro stesso ritrovarci sempre in atto” (p. 20). Il Jazz, per il filosofo, è finalizzato a radicalizzare i processi nichilistici della modernità, al fine di aprire uno spazio in cui si manifesti un’azione effettivamente formatrice. Pensiero di Tradizione è quello evoliano, non tradizionalismo, che del primo è una declinazione scolastica, pensata alla luce dell’identità.

Jazz come forma del “cavalcare al tigre”, “Jazz contra mondo moderno” (p. 26), per dirla con Donà. Questa forma musicale ha tratto rituale ed estatico, infatti “estasi” è ciò che destruttura la “stasi”, l’immobilità cadaverica“l’uomo non può restar chiuso nella breve cerchia della sua vita individuale” (p. 28) e vuole liberare il ritmo dalla camicia di forza della “misura”. In quest’ottica è leggibile anche la critica di Evola a Wagner, la cui musica poneva al centro la personalità, il soggetto, dimentica di “ciò che trasforma tutto[…] in un’autentica novità” (p. 31). Nel dopoguerra Evola fu più critico nei confronti del Jazz. Lo lesse quale strumento dell’americanizzazione del mondo, poco diverso per profondità dalla musica leggera, prodotto dall’industria culturale della società opulenta. Il suo approccio teoretico al Jazz degli anni Trenta resta, comunque, esempio magistrale di filosofia della musica.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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