Il talebano della porta accanto

Il fragoroso ingresso dei Talebani a Kabul e la disordinata nonché, ci sia concesso dirlo, indecorosa fuga degli occidentali dall’Afghanistan, le cui immagini riempiono in questi giorni le prime pagine dei giornali e i principali servizi televisivi, dimostra in maniera lapalissiana che gli Americani non hanno saputo trarre dal passato una lezione preziosa: come avrebbero potuto riuscire loro in un’impresa nella quale hanno fallito gli Inglesi e i Russi, popoli animati da ben altra determinazione?

Se gli analisti del Pentagono, prima di arrischiarsi ad esportare la Democrazia, ammannita indiscriminatamente al mondo intero come panacea di ogni male, si fossero presi la briga di leggere, ad esempio, Il Grande Gioco di Peter Hopkirk o Il ritorno di un re di William Dalrymple, avrebbero appreso della tragica sorte occorsa nel 1842 ad un’armata inglese di quasi ventimila uomini, trucidata senza pietà tra le montagne dell’Hindu Kush dai micidiali assalti dei mujaheddin agli ordini di Dost Mohammed Khan, più che mai deciso a riappropriarsi del trono che gli emissari di Sua Maestà gli hanno sottratto con l’inganno appena tre anni prima.

Senza voler scomodare tuttavia illustri epigoni e precedenti letterari dal sapore kiplinghiano, le testimonianze in presa diretta riportate in patria dai soldati sovietici costretti alla resa nel 1989, dopo dieci anni di conflitto, dalla strenua resistenza dei guerriglieri di Ahmad Shah Massoud, soprannominato il Leone del Panjshir, a suo tempo lautamente finanziato dall’Amministrazione americana, avrebbero dovuto indurli a più miti consigli. E invece sembra proprio che, dal Vietnam ad oggi, nulla sia cambiato. Presa nella spirale di una coazione a ripetere davvero diabolica l’America persevera nella fuorviante convinzione che la superiorità tecnologica basti da sola a determinare l’esito dello scontro, evidentemente ignara dell’ammonimento di Carl von Klausewitz il quale chiosa che, per sopraffare un nemico, specie se motivato, bisogna agire anche e soprattutto contro le forze spirituali che lo animano.

In un contesto premoderno per non dire arcaico come quello nel quale si muovono i Talebani il monopolio dei mezzi, la logistica, le regole d’ingaggio e gli scrupoli umanitari sui quali l’opinione pubblica progressista e benpensante, protetta dai privilegi all’ombra dei quali si crogiola, versa fiumi di coccodrillesche lacrime, nulla possono contro chi conosce ogni anfratto del territorio che lo circonda per esserci nato e vissuto, può avvalersi, con buona pace delle panzane sciorinateci dai mezzi d’informazione, del sostegno di ampi settori della popolazione in virtù di legami di natura tribale e di vincoli familiari che vanno ben al di là delle appartenenze religiose e, last but not least, celebra le proprie esequie funebri prima di scendere in battaglia, per poter andare incontro alla morte senza timore. Per avere ragione di belve feroci non servono animali da compagnia, ma belve ancora più feroci o, nella migliore delle ipotesi, capitani di ventura disposti a tutto perché privi di ogni attesa in merito al proprio futuro. Questa è la ragione per la quale, nella martoriata storia del Medio Oriente, il solo uomo capace di ammansire quei montanari riottosi balzati oggi agli onori delle cronache internazionali è stato – incredibile dictu – un avventuriero di origini italiane, Paolo Avitabile, del quale Stefano Malatesta, scrittore itinerante da poco scomparso, ci racconta con lo stile sapido e arguto del narratore di razza le rocambolesche, salgariane vicende in un libretto gustosissimo, Il napoletano che domò gli Afghani, apparso qualche anno fa per i tipi dell’editore vicentino Neri Pozza ma ancora di scottante attualità, come ben si addice ad un classico e, di sicuro, meritevole di essere riproposto.

Nato ad Agerola nel 1791, ex cannoniere dell’esercito borbonico e poi volontario delle guerre napoleoniche sotto le insegne dell’Impero, dopo la caduta di Gioacchino Murat il nostro gentiluomo di fortuna, rimasto privo di mezzi non meno che di illusioni, parte alla volta dell’Asia deciso a fare fortuna e, giunto a Lahore, si presenta carico di doni al cospetto del Maharaja Ranjit Singh, leggendario capo della setta dei sikh il quale, colpito dall’astuzia e dall’ inusuale sagacia dell’eccentrico visitatore, lo nomina governatore di Peshawar. Convertitosi all’Islam con il nome di Abu Tabela, in sei mesi Avitabile riporta l’ordine tra le tribù afghane in subbuglio facendo impiccare ogni giorno cinquanta briganti alle mura della città, finché la rivolta non si placa in maniera del tutto naturale per il venir meno fisiologico del materiale umano disponibile a rinfocolarla. La sua spietatezza è tale, riferiscono gli Inglesi, che i mujaheddin guardano a lui con lo stesso timore con il quale gli sciacalli osservano una tigre. Il tutto, si badi, senza mai rinunciare alle stravaganze e agli eccessi di uno stile di vita principesco: ha infatti a stipendio uno stuolo di cuochi europei che allietano i suoi numerosi ospiti con primizie succulente e, applicando il precetto islamico della poligamia nel senso più estensivo possibile, affolla il suo harem privato di bellezze giovanissime acquistate a prezzi da capogiro in ogni parte del mondo, delle quali fa spesso e volentieri dono agli amici, non prima naturalmente di averne assaporato le dolcezze. La passione smodata per le donne sarà infine cagione della sua rovina: rientrato a Napoli nel 1850 onusto di gloria e di ricchezze, accolto con tutti gli onori da Ferdinando II di Borbone, Paolo Avitabile trova la morte per mano dell’amante della moglie adolescente che, da lei istigato, gli somministra una dose letale di veleno. Aduso a baloccarsi con gli eventi come fossero la materia di un grande romanzo, Stefano Malatesta immagina che se il suo antieroe fosse vissuto abbastanza avrebbe potuto dare filo da torcere a Garibaldi: con un uomo della sua tempra alla testa delle armate del Regno delle Due Sicilie le camicie rosse non sarebbero mai riuscite ad espugnare Palermo e la storia di questo sgangherato Paese sarebbe stata, forse, diversa. Non lo sapremo mai, perché i benpensanti ci rammentano severi che immaginare esiti alternativi configura il reato d’opinione.

Stefano Malatesta, Il napoletano che domò gli Afghani, Neri Pozza, Vicenza, 2002; pag. 176 € 14,00

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