Henri Crouzat e “L’isola in capo al mondo”

Con una battuta un po’ crudele, si potrebbe definire quello di Henri Crouzat il classico caso di uno scrittore che ha avuto un grande futuro dietro le spalle. Infatti, solo pochi anni dopo l’uscita nelle librerie francesi del suo primo romanzo, il cinema si impossessa del soggetto e lancia un film piuttosto ambizioso che ne riprende fedelmente anche il titolo: L’île du bout du monde (L’isola in capo al mondo), nel 1959. La vicenda raccontata è un misto di esotismo e di dramma psicologico, che si può riassumere così: “Su un’isola deserta si rifugiano quattro naufraghi: tre donne e un uomo. Le violente passioni che si scatenano eliminano una alla volta le tre donne. Soltanto l’uomo si salverà” (1). Forte di un cast internazionale che comprende star come Christian Marquand (il protagonista maschile), Rossana Podestà, Dawn Addams e Magali Noël (le tre protagoniste femminili; o forse sarebbe meglio dire le deuteragoniste) e di una certa larghezza di mezzi economici, il regista Edmond T. Gréville – che si è già fatto notare nel 1948 con Nodo scorsoio, una produzione britannica sul mondo della droga e della prostituzione nel quartiere londinese di Soho, ma che da una decina d’anni non ha fatto più parlare di sé – ritenta la carta del successo con questo film altamente drammatico, alla cui sceneggiatura ha collaborato l’autore del romanzo (2). Marquand ha già recitato in Lucrezia Borgia (1953), Attila (1954), Piace a troppi (1956), Un colpo da due miliardi (1957) e Teste calde (1958); la Podestà, che qualcuno ha definito “…fresca, giovane e seducente, rara fusione d innocenza e sensualità” (3), che si è rivelata nel 1951 con Domani è un altro giorno, sembra lanciata verso i vertici della popolarità dopo aver interpretato – fra l’altro – Le ragazze di San Frediano nel 1954 ed Elena di Troia nel 1955; la Addams viene dai trionfi di Un re a New York di Charlie Chaplin (1957) e Magali Noël aveva fatto sensazione uscendo nuda dall’acqua (ma in controluce, sicché il nudo si era solo intravisto) in Teste calde (1958). Paiono esservi, dunque, tutte le premesse per un buon successo della pellicola; invece – nonostante il bis della Noël sirena al bagno, l’accoglienza è inferiore alle aspettative…

La critica, a dire il vero, non lo recensisce in maniera del tutto sfavorevole; scive Paolo Mereghetti:

“Scampati al naufragio di una nave ospedale, un giornalista francese (Marquand), un’infermiera italiana (Podestà) e una inglese (Addams) e una segretaria canadese (Noël) si ritrovano su di un’isola deserta del Pacifico: le gelosie femminili e la lotta per la sopravvivenza scatenano l’inevitabile competizione. Poteva essere un pretesto per scavare nella psicologia e nell’erotismo degli esseri umani, ma finisce per scivolare in un voyeurismo continuamente censurato (solo nell’edizione francese si vede, fugacemente, la Noël che nuota nuda). Anche se la regia di Gréville sa tenere sempre viva la tensione. Ispirato al romanzo di Henri Crouzat, che collabora anche alla sceneggiatura di Louis A. Pascal e del regista” (4).

Ma chi è Crouzat, e che libro è quello che lo ha proiettato improvvisamente nel firmamento della prouzione cinematografica internazionale? Come scrittore, la sua vocazione è stata piuttosto tardiva. Nato ad Albi, in Provenza, nel 1912, ha compiuto diversi viaggi fra Europa ed Africa, formandosi una mentalità internazionale. Combattuto fra la passione per la marina da guerra e quella per la carriera diplomatica, ha preso parte alla seconda guerra mondiale. Esordisce nella letteratura con L’île au bout du monde, che appare in libreria nel 1954 per i tipi delle Éditions du Seuil di Parigi. L’editore ha fiutato un successo, e così è; il libro piace al pubblico e viene tradotto in diverse lingue. In Italia è tradotto dalla Rizzoli, nella importante collana di narrativa Sidera, nell’aprile dello stesso anno, con la traduzione di Maria Gallone e illustrazione di copertina di Tabet; nel 1963 è già arrivata al record della sesta edizione: merito anche del film (con una nota attrice italiana) che nel frattempo è stato distribuito nelle sale cinematografiche.

Falesie dell’Isola di Amsterdam

La vicenda del romanzo non è ambientata in un’isola del Pacifico (come nel film), ma nella parte meridionale dell’Oceano Indiano; e non è un’isola immaginaria e standardizzata, ma ha una precisa identificazione geografica: è Amsterdam o (secondo altra denominazione) Nuova Amsterdam, e fa parte delle Terre Australi e Antartiche Francesi (T. A. A. F.). “Sono circa 395.500 chilomertri quadrati suddivisi in tre distretti dell’Oceano Indiano, formati dagli arcipelaghi delle Kerguelen e di Crozet e dalle isole di Sain-Paul e di Amsterdam e da un distretto, quello della Terra Adelia, nel continente antartico” (5). E che non si tratti di un’ambientazione fittizia è confermato dalla presenza, nel volume, di una preziosa carta geografica di grande formato, corredata da alcuni profili dell’isola, riproduzione della carta nautica francese n. 5769, che conserva il sapore delle antiche stampe ottocentesche; e infatti è la medesima che illustra la Nouvelle Géographie Universelle di Elisée Réclus, il grande geografico e teorico dell’anarchismo (6).

Veramente si potrebbe obiettare che l’isola Amsterdam, trovandosi alla latitudine di 37° nell’emisfero Sud, non può considerarsi sub-antartica né, tano meno, antartica, in senso stretto; tuttavia la sua posizione isolatissima, la violenza dei venti dell’Ovest (i famigerati “quaranta ruggenti”, tanto temuto al tempo della navigazione a vela) e la mancanza di qualsiasi terra fra essa e l’Antartide, a parte la sua vicina Saint-Paul (meno di 100 km. a sud) ne rendono il clima di tipo temperato freddo e quasi sub-antartico; impressione rafforzata dall’estrema povertà della vegetazione arborea (7). Ecco come la descrive una giornalista francese, che l’ha visitata una ventina d’anni fa:

“A meno di cento chilometri più a nord si fa scalo all’isola di Amsterdam, anch’essa, come Saint-Paul, risultato dell’emersione di un vulcano sottomarino. Qui opera la stazione permanente Martin de Viviès, creata nel 1949-’50 per le esigenze del Servizio meteorologico francese. I suoi abitanti, una trentina in tutto, hanno la fortuna di poter ammirare, sul lato orientale della costa, l’unica specie d’albero delle Terre Australi: la Phylica nitida, sorta di pino marittimo i cui rami, piegati dai venti, si distendono orizzontalmente.

“È qui inoltre che si può osservare l’uccello più raro del mondo, l’albatro d’Amsterdam, per lungo tempo confuso con l’albatro urlatore. La sua popolazione non supera i cinquanta esemplari e la specie è oggetto di attenti studi da parte degli zoologi della base. Un’altra curiosità di Amsterdam è rappresentata da una graziosa specie di otaria, riconoscibile per il muso e il petto macchiati di giallo. Pressoché sterminate in poche decine di anni dai cacciatori di foche che facevano commercio delle loro pelli, le otarie hanno da poco ricolonizzato l’isola e ve ne sono ormai migliaia sparse sulle nude rocce battute dai venti. Sulle alture si può osservare una mandria di un migliaio di buoi ormai inselvatichiti, conseguenza dello sbarco, avvenuto più di un secolo fa, di un contadino che portò con sé alcuni capi di bestiame. Nonostante che questi bovini costituiscano un vero flagello per la già scarsa vegetazione locale, non si ha il coraggio di sterminarli dato che rappresentano l’unica riserva di carne fresca per gli abitanti delle basi.

“L’isola di Amsterdam è l’ultima tappa del nostro gelido itinerario, ma alla gioia del ritorno si mescola un’insidiosa nostalgia che i ‘vecchi’ del T. A. A. F. conoscono bene…” (8).

Colonia di albatros, isola di Amsterdam

Scoperte dalla spedizione di Magellano che tornava verso l’Europa dopo la morte dell’ammiraglio, nel 1522, Saint-Paul e Amsterdam giacciono, dunque, sul margine della fascia dei grandi venti occidentali e sono soggette a continui, bruschi cambiamenti meteorologici (9), Hanno dovuto inoltre molto soffrire, nel corso del XIX secolo, per le distruzioni ambientali e specialmente floristiche, provocate direttamente o indirettamente dall’uomo. Ad esempio, gli albatros dell’isola Amsterdam sono stati quasi condotti all’estinzione solo perché fra i marinai europei si era diffusa la “moda” di applicare alle loro pipe un cannello ricavato da un osso di quell’uccello.

Osserva U. Scaioni: “Lo sterminio delle foche e dei pinguini obbedì a ragioni economiche: quello degli albatros servì soltanto a riempire il tempo libero dei cacciatori. Un altro flagello si abbatté su queste isole: moltitudini di topi seguirono gli sbarchi degli uomini e si lanciarono all’assalto dei nidi degli uccelli marini, facendone una vera razzia. La natura non aveva provveduto a creare in quei luoghi i naturali nemici dei topi che potessero limitarne i danni. I topi poterono così compiere indisturbati le loro scorribande ai danni degli uccelli, e a nulla valse la presenza di gatti, pure sbarcati dalle navi, perché questi preferirono dedicarsi anch’essi ai gustosi nidi di uccelli, piuttosto che alle loro tradizionali vittime. Se l’introduzione dei topi in quelle terre fu accidentale, del tutto volontario fu invece lo sbarco di maiali, ovini e bovini, che rifornivano i cacciatori di carne fresca. I maiali diventarono veri e propri specialisti in procellarie, un piccolo passeraceo del quale scoperchiavano col grugno i nidi sotterranei, distruggendo uova e pulcini. Pecore e mucche invece si diedero da fare con la vegetazione locale che annoverava poche specie, assai abbondanti e adatte al clima ma assolutamente ‘impreparate’ a svolgere il ruolo di pascolo per erbivori, dato che queste specie di animali non erano mai state presenti in quelle isole. Come risultato, i territori prima ricoperti da folta vegetazione furono ridotti a steppe semidesertiche, specialmente a Nuova Amsterdam. Per completare l’opera, questa stessa isola fu devastata nel 1950 e nel 1959 da giganteschi incendi, scoppiati per l’incuria di qualche occasionale visitatore” (10).

Veduta dell’Isola di Amsterdam

Abbiamo detto che, nel romanzo di Crouzat, l’isola è ben caratterizzata in senso geografico e naturalistico, tanto che si può affermare che essa non è un semplice sfondo della vicenda, un elemento paesaggistico di contorno, ma costituisce il cuore della storia, anzi ne è essa stessa, a ben guardare, la vera protagonista. Ci è sembrato giusto, pertanto, riservare al romanzo di Crouzat un posto nella nostra panoramica storica sulla presenza dei temi polari nella letteratura occidentale, a dispetto della sua posizione geografica e climatica che solo in senso generico si può considerare sub-antartica.

“Un uomo e tre donne – scrive M. Gallone – sono i personaggi di questo romanzo; un uomo giovane, abbastanza ingenuo perché le donne si divertano a prendersi giuoco di lui, ma abbastanza forte perché se ne innamorino, naufraga, durante l’ultima guerra, con tre bellissime infermiere inglesi [mentre nel film, come abbiamo visto, sono una italiana, una inglese e una canadese; e solo le prime due sono infermiere]; e i quattro superstiti approdano sulla classica isola deserta. L’isola esiste veramente, il libro ne riporta perfino la carta topografica. E l’isola è veramente la protagonista della vicenda, la divinità impassibile che assiste al dramma di queste creature. Liberate dalle convenzioni sociali e dai freni della civiltà, immerse in un mondo selvaggio nel quale le esigenze primordiali giganteggiano sovrane, esse si abbandonano a poco a poco alla violenza scatenata degli istinti, che culmina nella catastrofe finale. La gioia, il dolore, l’amore e l’odio appaiono qui allo stato puro, non raddolciti da alcuna sfumatura; ed ogni pagina porta in sé il fuoco selvaggio che brucia e sconvolge i sentimenti e le passioni stesse che l’hanno acceso. Ma una vera e profonda significazione morale nasce dal libro, che pure potrebbe sembrare soltanto un inno pagano alle forze oscure che agitano l’uomo; ed è la necessità di mantenere sempre accesa, a qualunque costo, la fiammella dell’amore puro, della pace delle anime in una terra desolata; senza di essa, tutto è bassezza e rovina. E un’altra idea è adombrata nel romanzo: l’inestinguibile nostalgia d’ogni creatura per un’isola lontana e irraggiungibile, un’isola che in realtà vive soltanto nell’illusione del nostro cuore” (11).

Il fatto che tutta la storia si svolga entro la breve circonferenza di un’ isola oceanica piccola e disabitata e che i personaggi siano quattro all’inizio e uno solo alla fine (perché le tre donne muoiono una dopo l’altra) conferisce alla struttura narrativa un caratttere particolarissimo, quasi claustrofobico, a dispetto degli orizzonti marini sconfinati e dei vasti cieli nuvolosi. In effetti, la situazione complessiva e lo stesso ritmo narrativo ricalcano piuttosto l’atmosfera e gli schemi dell’opera teatrale, del dramma. L’azione è ridotta al minimo: non vi sono elementi estranei che possano turbare il groviglio delle passioni che legano in una spirale distruttiva gli abitanti provvisori dell’isola, scampati a un naufragio. Solo la prima parte del romanzo, delle cinque in cui è suddiviso (rispettivamente Patrizio, L’isola, Katleen, Vittoria, Joan) si svolge su una scena più ampia: narra le vicende del protagonista maschile, un giovane ufficiale dell’esercito francese che, con il suo reparto, si trova coinvolto nella rotta del maggio 1940 e s’imbarca a Dunkerque per l’Inghilterra. Un anno dopo, pilota d’aviazione, viene ferito sui cieli della Germania e trasferito in marina, ove s’imbarca sul Timberley Castle, una nave-ospedale che deve recarsi in Oriente via Capo di Buona Speranza. Giunta in pieno Oceano Indiano, essa viene silurata da un sommergibile tedesco che poi infierisce con raffiche di mitragliatrice sui naufraghi. Unici superstiti sono Patrizio e tre infermiere inglesi, tutte molto graziose, ma ciascuna dotata di un diverso tipo di fascino: un po’ come le tre donne della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso – Clorinda, Erminia e Armida – rappresentano in effetti tre diverse sfaccettature di uno stesso mistero femminile. Già sulla scialuppa, fin dalle prime ore, si manifestano i primi attriti: le ragazze vorrebbero fare rotta verso l’Africa, lontanissima; ma Patrizio si impone e approda all’isola Amsterdam che, benché disabitata, è a breve distanza dalla loro posizione.

Isola di Amsterdam. Paesaggio

Sull’isola si scatenano i giochi delle attrazioni, delle repulsioni, dell’istinto sessuale e del desiderio (Julien Green direbbe: della fame dell’altro). Lontani dai condizionamenti e dai freni della civiltà, i quattro personaggi paiono regredire al livello dell’umanità primitiva, pur conservando una certa apparenza di persone civili. È come se le pulsioni dell’inconscio, represse nella vita ordinaria, avessero trovato un varco in quella situazione eccezionale per venire a galla; e la competizione fra le tre donne, a confronto delle quali Patrizio non appare che un ingenuo, si scatena senza esclusione di colpi. Vengono in mente le pagine famose del Lord of the flies (Il signore delle mosche) di William Golding – che è del 1954, dunque contemporaneo al romanzo di Crouzat – in cui un gruppo di ragazzini, scampati a un disastro aereo su un’isola selvaggia, si imbarbariscono fino ai livelli estremi della ferocia sanguinaria. Ma se quella di Golding è una classica utopia negativa, come lo è l’ancor più celebre 1984 di George Orwell, L’isola in capo al mondo non si spinge fino agli estremi del pessimismo esistenziale perchè, nonostante l’egoismo e l’avidità dei personaggi tendano a prevalere, in essi restano pur sempre un residuo di solidarietà e una capacità d’amare che, se pur stravolti dalle condizioni di ossessivo isolamento, a tratti riscattano la crudezza degli appetiti nella darwiniana strenght for life.

I tre caratteri femminili sono disegnati con abilità non convenzionale. Joan è sensuale, intelligente, estremamente decisa, dotata di una ferrea volontà dietro un’apparenza di fragilità fisica; quando vuole qualcosa non conosce ostacoli perché, in fondo, è una passionale. Kathleen è dolce, affettiva, generosa, leale, trasparente ma insicura; si sente inadeguata e par quasi ignorare i tesori di sensibilità che il suo animo racchiude. Vittoria, infine, è altera e sdegnosa, un tipo di bellezza aristocratica che disdegna i suoi occasionali compagni di avventura; eppure Patrizio, che da subito ne è attratto, intuisce il suo segreto: che sotto quel ghiaccio vi è un cuore capace di slanci ardenti. Il dramma finale si prepara e si consuma lentamente in questo ribollire di giochi incorciati, dove tutti sospettano di tutti e nessuno è quel che appare esteriormente. Quanto a Patrizio, egli passa dalle braccia dell’una a quelle dell’altra convinto di avere il controllo della situazione, e non si rende conto che, ogni volta, non è che un giocattolo nei disegni complessi e tortuosi delle sue compagne. Alla fine Joan, personaggio quasi satanico nella sua egoica linearità, uccide Kathleen con la scure, facendo poi credere che è stata assalita da un toro selvaggio (sull’isola vi sono alcune mandrie di bovini rinselvatichiti); indi elimina Vittoria, che per un periodo è stata la sua amante, e che ora aspetta un figlio dall’uomo: e di entrambi i delitti riesce ad apparire innocente. L’arrivo di una nave (dopo oltre un anno dallo sbarco dei naufraghi, mentre nel film i tempi sono brevissimi) segna però la fine dei piani di Joan: la quale, comprendendo che il ritorno alla civiltà segnerebbe la fine del suo dominio su Patrizio, decide di farla finita, non senza prima essersi presa il piacere di narrargli per filo e per segno – stando sull’orlo di un precipizio – i retroscena ch’egli ignora completamente.

“Finalmente sull’isola eravamo rimasti noi due soli. – dice Joan all’uomo. – Naturalmente bisognava ancora che io prevenissi un tuo timido tentativo di suicidio, non troppo violento, del resto, perché in fondo tu ti ami troppo per farti sul serio del male; e ancora una volta bisognava che pazientassi, lasciassi agire il tempo.

“Dunque il mio regno, il mio regno assoluto, quello che aspettavo dal giorno del nostro sbarco sull’isola, era finalmente giunto. Ti ho avuto per me sola e come io ho voluto. Mai ho avuto l’impressione di essere tanto forte. Dominavo ogni cosa, e per dimostrarlo a me stessa, non potendo creare, mi compiacqui di distruggere. Con ebbrezza ho demolito tutto ciò che tu avevi costruito con pazienza e con amore. Ogni tua nuova disfatta rafforzava il mio potere, ogni tuo regresso ribadiva la mia autorità. Perché adesso ero io sola a comandare. Tu credevi di agire a tua guisa? No, ero io che ti guidavo e mi divertiva abbassare il sentimentale che tu sei al rango di creatura bruta.

“Come ho approfittato di quei momenti, Patrizio! Tu non sai la gioia che mi hai data…

“Un giorno ho avuto una grande paura… davanti alla nostra grotta arrancava una nave da guerra, come quella di stamane. Subito ti ho trascinato dalla parte opposta, e, poiché il tempo era cattivo, dovettero giudicare l’isola deserta e se ne andarono senza neppur tentare una ricognizione.

“Ma adesso quest’altra tu l’hai veduta, e gli uomini stanno per arrivare. Non voglio vederli. Come potrei tornare tra la folla dopo questa vita che ho avuta?” […]

“Tra qualche istante saranno arrivati. Quando li scorgerò da lontano mi butterò. Non sarà neppure necessario che tu segnali la mia presenza sull’isola. Tutti mi credono morta nel naufragio, e non ho famiglia. Non ho nessuno che mi ami. Patrizio, nessuno…capisci che cosa significa questo? Nessuno! La mia è stata una vita vuota, tutti mi hanno sempre trattata come una cagna… forse se tu mi avessi amata avrei cercato di vivere! Ma tu porti disgrazia, Patrizio mio, e fai tanto male senza saperlo, tanto, tanto male…

“Quando morrò voglio che tu mi guardi, voglio che tu non stacchi lo sguardo da me, che tu segua il mio corpo mentre cadrà e che tu vi appoggi sopra tutta la forza del tuo sguardo per farlo cadere più in fretta.

“Patrizio, ti ho amato sino a morirne e a uccidere, ma non sopporterei più di perderti. Io sarò la tua terza vittima. Arrivano, Patrizio, arrivano! Guardami bene, amore mio, guardami diritto negli occhi, non mi lasciare… addio, Patrizio, quanto ti ho amato…-.

“Ella barcollò per un attimo, come ebbra, le mani giunte sul petto, fragile e minuta nel gran vento del largo: quindi il suo corpo s’inclinò, e lentamente, gli occhi fissi nei miei, ella cadde. Le sue labbra erano dischiuse in un sorriso incantevole e purissimo, un sorriso che non le avevo mai veduto. Sembrava giovanissima… parve per un attimo aleggiare per l’aria, poi il suo corpo rimbalzò su una sporgenza rocciosa. Intesi un urlo decrescente: – Patri…zio – e, fantoccio smembrato cadente nel vuoto, ella disparve ai miei occhi dietro una roccia a strapiombo” (12).

Nel finale, specialmente in quella richiesta di Joan di essere accompagnata dall’odio dell’uomo nel suo volo mortale, vì è un’atmosfera che ricorda la conclusione de L’étranger (Lo straniero) di Albert Camus, pubblicato nel 1942: “Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, non mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio” (13).

Isola di Amsterdam. Spiaggia

Dicevamo, tuttavia, che il vero protagonista della vicenda è l’isola, con la sua natura selvaggia ed aliena, che assiste impassibile all’affannoso agitarsi delle passioni dei personaggi: ed è questa la ragione per cui abbiamo inserito questo romanzo nella panoramica della letteratura di soggetto polare. Vale la pena di citare la descrizione iniziale che il Crouzat fa di quel luogo remoto e inospitale, che ha qualcosa del documentario naturalistico ma anche, fra le righe, di quel particolare clima esistenzialista che si respira lungo tutte le pagine del libro. Non vi traspare alcun amore per la natura; la fauna dell’isola è guardata con l’occhio superficiale e sprezzante di chi ritiene che il mondo sia privo di senso e che, semmai, vada guardato col metro esclusivo dell’utile umano. Quella spiaggia brulicante d’innumerevoli pinguini, quel cielo quasi oscurato da una moltitudine di uccelli dallo stridìo assordante dipingono un quadro certamente suggestivo; ma la fretta giornalistica porta l’autore a cadere in un vero infortunio zoologico. Poiché tra gli abitanti dell’isola egli confonde le otarie (o, magari, gli elefanti di mare), con i trichechi i quali, invece, si trovano solo nel Mar Glaciale Artico (14).

“L’isola si presentava come una immensa scogliera di basalto nero, striata a tratti di rosso, incredibilmente alta. Sapevo che misurava più di ottocento metri di altezza e che sulla vetta si stendeva un vasto pianoro che era impossibile scorgere.

“Già da diverso tempo ci stava circondando un vero nugolo di uccelli di tutte le specie che si erano uniti ai nostri compagni e facevano ora un baccano infernale. L’immensa scogliera nera pareva fremere davanti a noi del movimento delle loro ali, ed era come percorsa da un lungo brivido quando un gruppo compatto si levava in volo. Sapevo che la parete sud-orientale era inaccessibile, ma che il lato opposto offriva una possibilità di sbarco. Costeggiai con il canotto le rive scoscese dell’isola, cercando con lo sguardo il punto di sbarco che avevo veduto segnato sulle carte, e che mi pareva situato a nord-ovest; ma avevo un bel seguitare a costeggiare la scogliera, non vedevo nulla all’infurori di quella gigantesca muraglia assolutamente inaccessibile, sulla quale cresceva una vera foresta di giunchi.

“Più lontano la cintura di scogli si abbassò finalmente, sembrando riprendere il livello del mare. Curvo sui remi, spingevo il canotto, sempre circondato da una nuvola di uccelli, verso il punto agognato.” […]

“Soltanto lo sbalordimento del primo viaggiatore che sbarcasse sulla luna si potrebbe paragonare a quello che provai io allorché presi contatto col suolo dell’isola di Nuova Amsterdam, con la sola differenza che la luna, come affermano gli astronomi, è priva di abitanti.

“Intorno a noi, invece, la vita brulicava, eravamo circondati da migliaia e migliaia di pinguini, stretti in file serrate. Era un vero miracolo che si scostassero per lasciarmi passare. Alti un metro circa, avevano il dorso rivestito di un sontuoso mantello di corte dai riflessi corvini, e sul ventre, faceva bella mostra di sé uno sparato di un candore così abbagliante che avrebbe potuto benissimo servire per la propaganda pubblicitaria di una celebre marca di sapone. Su ciascun lato, e sulla testa, erano adorni di una bizzarra e inattesa macchia arancione che faceva pensare alle cuffie da notte delle nostre nonne. Il loro aspetto era quello grave, compassato e dignitoso di un presidente di tribunale nel pieno esercizio delle proprie funzioni. Il lungo becco appuntito levato in aria, sembrava che mi studiassero curiosamente, che mi squadrassero come farebbe un maggiore medico durante una visita di controllo. A conti fatti non mi dovettero trovare di loro gradimento perché un certo numero di loro, più sussiegosi che mai, dondolandosi sulle corte e grosse zampe, il ventre obeso tutto portato in avanti, i moncherini delle ali allargati in segno di disperazione o di disgusto, preferì tornare in acqua. Gli altri, una volta soddisfatta la curiosità, non si curarono più di noi, e ci volsero decisamente la schiena, non senza aver prima manifestato con energici ‘urr, urr, urr’ tutta l’indignazione suscitata in loro dalla nostra presenza.

“Dal largo la corta spiaggia mi era parsa disseminata di numerose rocce. Ora di rocce ve n’era sì qualcuna, ma vi erano pure quelli che io avevo scambiati per massi, e cioè enormi, maestosi, giganteschi trichechi. Benchè sapessi del loro temperamento pacifico, il loro aspetto mi causò a tutta prima un vero terrore. Immaginate dei corpacci di varie tonnellate, dall’aria tutt’altro che rassicurante, che vi guardano incolleriti e manifestano la loro disapprovazione per la vostra visita inopportuna con la stessa acredine che può avere una giovane sposa per il vecchio zio che venga ad augurarle la buonanotte in camera la sera delle nozze… Per giunta erano francamente brutti. I loro occhi neri e completamente tondi, come tracciati col compasso, erano privi di palpebre e riflettevano unicamente un’intensa ma rassicurante stupidità. Sono sempre stato convinto che tutta l’esistenza interiore di una creatura, la sua cattiveria e la sua bontà, sia concentrata negli occhi: negli occhi di quei trichechi non vi era se non un vuoto assoluto, una idiozia totale, una passività beata. Il più piccolo serpentello dallo sguardo crudele mi avrebbe fatto arretrare; ma, una volta valutato l’avversario, quei poveri mucchi di carne oleosa mi fecero soltanto ridere. Eseguivano, tuttavia, come se stessero sul palcoscenico, tutto quello di cui erano capaci per intimidirci: sbandieravano all’aria una ridicola proboscide da elefante nano che gonfiavano emettendo ruggiti sincopati, sfortunatamente intramezzati da sternuti ridicoli che facevano spalancare le loro vaste gole rosa dalle quali sporgevano enormi canini appuntiti, i quali, in altri animali, avrebbero ispirato il più profondo rispetto: drizzavano i baffi come condottieri del Rinascimento e ancheggiavano goffamente alla maniera dei fidanzati di campagna quando si recano a chiedere ufficialmente la mano della promessa sposa. Quando ci avvicinammo, quelle comiche montagne di carne se la diedero a gambe, fuggendo ventre a terra, tardi, nobili e grotteschi insieme.

“Ciò che tuttavia sussisteva di loro e s’imponeva alla nostra attenzione era un lezzo di olio rancido e di putridume che emanava da tutta quella massa di animali accalcati entro uno spazio ristretto e che ammorbava l’atmosfera.

“Eravamo circondati da una immensa folla di uccelli. Non ero in grado di riconoscerli tutti, e francamente sarei stato incapace di raccapezzarmi se non mi avessero soccorso le letture recenti unite alle mie cognizioni di storia naturale. Quei piccioncini bianchi dal becco chiuso in una buffa guaina nera erano chioni, e megalestri si chiamavano quei grandi gabbiani scuri dall’aria feroce. Gli enormi uccelli bianchi intenti alla cova sulle alture erano sicuramente albatri di una specie diversa da quella cui erano appartenuti i nostri compagni di viaggio, e quegli altri, dal collo lungo e dal becco largo, erano smerghi.

“Ma che folla, che folla, per l’amor del cielo! E io che avevo creduto l’isola deserta!” (15).

Naturalmente, è possibile interpretare tutta la vicenda del romanzo anche in chiave simbolica e filosofica. L’isola in capo al mondo sarebbe, in questo caso, una metafora della vita, un po’ come il teatro di Pirandello vuol essere un tentativo di rappresentazione del teatro della vita umana. Nel corso di una conversazione con il filosofo russo P. D. Ouspensky, avvenuta nella casa di cura ove si era ricoverata alla ricerca di un’impossibile guarigione dalla tubercolosi giunta all’ultimo stadio, la scrittrice neozelandese Katherine Mansfield disse, poche settimane prima di morire: “Ho compreso che questo è vero, e che non vi è altra verità. Voi sapete che da lungo tempo ho considerato tutti noi, senza eccezione alcuna, come naufraghi perduti su di un’isola deserta, ma che non lo sanno ancora. Ebbene, quelli che sono qui lo sanno. Gli altri, là, nella vita, pensano ancora che una nave arriverà domani e che tutto ricomincerà come ai bei tempi. Ma coloro che sono qui sanno già che non ci saranno ‘bei tempi’. Sono molto felice di essere qui” (16). Forse Patrizio e le tre donne approdati sulla desolata isola Amsterdam non sono che una metafora della condizione umana, caratterizzata – secondo l’autore – da solitudine, angoscia, famelico bisogno di aggrapparsi all’altro per cercare un sostegno alla propria fragilità e finitezza. E anche questa chiave di lettura ci riporta, come altri elementi già notati, in pieno clima esistenzialistico.

Un’ultima cosa ci rimane da dire a proposito di questo scrittore che, per un momento, ha sfiorato la celebrità, ma poi è stato rapidamente dimenticato, tanto che invano il lettore ne cercherebbe il nome sul Le Robert o nella Storia della letteratura francese di P. Abraham e R. Desné, abituali strumenti di consultazione del Francese di media cultura. Nel 1959, a quarantasette anni, per la seconda volta Crouzat giunge a un passo dal successo vero con un secondo romanzo, Aziza de Niamkoko, in cui può mettere a frutto le sue esperienze di viaggio nell’Africa Nera. Sono gli anni in cui l’impero coloniale francese (e non solo quello francese) sta incominciando a sgretolarsi; l’Algeria è in piena guerra d’indipendenza e il Vietminh, a Dien Bien Phu, nel 1954 ha inflitto una decisiva sconfitta all’armata d’Indocina. In questo clima un po’ crepuscolare, venato di nostalgie esotiche, furoreggiano romanzi di facile lettura, come Il sole nel ventre di Jean Hougron; e anche l’Africa evocata da Aziza de Niamkoko, con la sua vicenda sentimentale, incontra un certo favore di pubblico. Questa volta, però, non si tratta di un successo internazionale; il libro non viene tradotto in Italia e, dopo qualche anno, sparisce anche dalle librerie francesi. Passano ben ventisette anni e, nel 1986, è la televisione ad interessarsene, intuendo – in ritardo – le possibilità di adattamento al linguaggio del piccolo schermo; e così ne ricava un telefilm dal titolo Azizah, la fille du fleuve (Aziza, la figlia del fiume), per la regia di Patrick Jamain e interpretato da Julien Guiomar, Patrice-Flora Praxo, Jean-François Garreaud e Patricia Cartier.

In conclusione, si può parlare di un “caso Creuzat” come si può parlare di un “caso Charriére” (l’autore del romanzo Papillon che, nel 1969, raggiunse – come e più de L’isola in capo al mondo – una enorme celebrità grazie alla trasposizione cinematografica). Henri Crouzat è stato uno di quei personaggi estrosi e inquieti che, nel clima febbrile degli anni Cinquanta, dominati dagli esistenzialisti e dalle figure possenti di Sartre e di Camus, hanno saputo cogliere e interpretare il malessere di una intera generazione, quella che aveva fatto la seconda guerra mondiale e ne era uscita svuotata e ansiosa al tempo stesso. Ma solo per un momento.

Note

1) Dizionario dei Film. Tutto il cinema di tutti i paesi (a cura di P. Farinotti), Milano, Rusconi, 1980, vol. 2, p. 812.

2) Gréville ritenterà di sfondare una terza (e ultima) volta nel 1960 con Le mani dell’altro, adattamento del romanzo di Maurice Renard, in cui un pianista (Mel Ferrer), in seguito a un incidente, si sottopone a un intervento di trapianto delle mani che, però, sembrano essere quelle di un assassino giustiziato lo stesso giorno, e che lo spingono a uccidere.

3) KAUFMAN, Hank-LERNER, Gene, Hollywood sul Tevere, Milano, Sperling& Kupfer, 1982, p. 76.

4) MEREGHETTI, P., Il Mereghetti. Dizionario dei film 2004, Milano, Baldini Castoldi Dalai ed., p. 1.210.

5) AUCANTE, Maryse, Le isole dove regnano pinguini e albatri, su Atlante, marzo 1985, p.32.

6) LAMENDOLA, Francesco, Eliseo Reclus, un geografo per l’anarchia, su Umanità Nova del 12 giugno 1988.

7) LAMENDOLA, Francesco, Il limite antartico della vegetazione arborea, su Il Polo, nr. 3 del 1986, pp.; Id., La flora sub-antartica di Mas a Fuera, su Il Polo, nr. 1 del 1989.

8) AUCANTE, Maryse, op. cit., p. 38.

9) AUBERT DE LA RUE, E., Les Terres Australes, Paris, Que sais-je?, 1967, pp. 209-238.

10) SCAIONI, Ugo, La rivoluzione industriale, vol. 16 dell’enc. Il pianeta dell’uomo, Milano, Mondadori, 1976, pp. 95-96.

11) GALLONE, Maria, Presentazione all’ed. ital. de L’isola in capo al mondo, cit.

12) CROUZAT, Henri, L’isola in capo al mondo, Milano, Rizzoli, 1963, pp. 351-353.

13) CAMUS, Albert, Lo straniero, Milano, Bompiani, 1984, p. 150.

14) PASQUINI-Pasquale-GHIGI, Alessandro, La vita degli animali, Torino, U.T.E..T., 1974, vol. 1, pp. 972.973.

15) CROUZAT, Henri, cit., pp. 56-57; 59-61.

16) OUSPENSKY, Piotr Demianovich, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Roma, Astrolabio, 1976, p. 425.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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