Nelle gelide acque del Mar Baltico si consuma l’apocalisse dimenticata del «Wilhelm Gustloff»

Tutti conoscono, almeno per sentito dire – anche se ne ignorano, generalmente, gli autentici risvolti – la tragica sorte del transatlantico britannico «Lusitania», affondato da un sottomarino tedesco nel corso della Prima guerra mondiale, con la morte di quasi 1.200 persone, fra cui  123 cittadini statunitensi, che predispose l’opinione pubblica americana alla successiva entrata in guerra contro la Germania.

Ma il nome del transatlantico «Wilhelm Gustloff», che, nel 1945, trasportava migliaia di profughi tedeschi della Prussia Orientale, in fuga davanti all’avanzata dell’Armata Rossa, che venne silurato da un sommergibile sovietico e colato a picco, con la morte di 8.000 o 9.000 persone, è a tutt’oggi praticamente ignorata dall’opinione pubblica mondiale, e perfino in Germania è stato rimosso dalla memoria delle nuove generazioni, cresciute in un clima di così forte esecrazione verso tutto ciò che ha a che fare con il passato nazista, da aver coinvolto nella rimozione storica perfino le vittime incolpevoli di quel regime, beninteso se di nazionalità tedesca.

Del resto, anche fra quei pochi che conoscono, o che ricordano, quel terribile episodio, è forte la tentazione di “archiviarlo” nella memoria, considerandolo magari poca cosa rispetto alle centinaia di migliaia di vittime dei bombardamenti aerei o ai milioni di vittime dei campi di concentramento nazisti e sovietici. Senza contare che le vittime dell’affondamento del «Wilhelm Gustloff» erano tedesche e che l’episodio si verificò negli ultimi mesi della guerra, quando ormai il sollievo per la fine imminente del terribile conflitto, con il suo carico infinito di miserie e di dolori, si mescolava all’esultanza dei vincitori, o di quanti si ritenevano vincitori (mentre la verità è che i popoli d’Europa si erano suicidati e che le nazioni europee avevano perso per sempre la loro indipendenza, non solo politica, ma economica e perfino culturale), per cui nessuno aveva voglia di guastarsi la gioia per la vittoria dei “buoni” e la sconfitta dei “cattivi”, prendendo atto che i rispettivi ruoli, fra “buoni” e “cattivi”, non erano poi così evidenti (e si pensi anche alle fosse di Katyn: solo nel 1990 Michail Gorbaciov ha porto le scuse ufficiali dell’Unione Sovietica alla Polonia, per quell’eccidio) come ingenuamente parecchi avevano pensato.

 

 

Ma c’è anche un’altra ragione che ha favorito la scarsa conoscenza ed il rapido oblio della tragedia del «Wilhelm Gustloff»: il fatto che, nell’immaginario collettivo, quelli che affondano le navi civili, cariche di passeggeri inermi, di donne e di bambini, sono i Tedeschi, non gli Alleati: e questo perché la Germania ha condotto, per due volte, in entrambe le guerre mondiali, delle campagne di guerra sottomarina illimitata, ma senza che l’opinione pubblica mondiale abbia ben compreso che la guerra sottomarina è stata la risposta, crudele quanto si vuole, ma perfettamente logica e pressoché inevitabile, al blocco marittimo imposto alla Germania, e all’intera Europa continentale, da parte della marine alleate, mirante ad affamare le popolazioni civili e a mettere in ginocchio l’economia e la produzione bellica tedesca. Dunque, una nave civile tedesca, per di più carica di profughi assolutamente inermi, che viene colata a picco da un sottomarino alleato – sovietico, in questo caso – rappresenta una di quelle cose cui non si vorrebbe dare credito, né peso, perché disturbano gli schemi mentali dell’opinione pubblica, mettendo in crisi, o addirittura capovolgendo, ciò che le persone sanno, o credono di sapere, sulla storia recente d’Europa.

Così rievoca quella tragica e dimenticata pagina della storia della Seconda guerra mondiale il giornalista e saggista britannico Max Hastings nella sua onesta e apprezzabile monografia Apocalisse tedesca. La battaglia finale, 1944-45 (titolo originale: «Armageddon. The Battle for Germany 1944-45», 2004; traduzione dall’inglese di A. Catania, Milano, Mondadori, 2006, pp. 385-9):

«Il “Wilhelm Gustloff” era un vascello di 27.000 tonnellate della flotta di imbarcazioni da crociera nazista di “Forza attraverso la Gioia”, adibito dopo il 1940 a funzioni di nave deposito per sottomarini. Negli ultimi giorni di gennaio [1945] il suo vecchio capitano ebbe l’ordine di far rifornimento di carburante e di prepararsi a imbarcare profughi di Gdynia, vicino a Danzica, e fare rotta verso ovest. Appena saputa la notizia, si scatenò una lotta furiosa per procurarsi i permessi d’imbarco. Quasi tutte le cuccette furono immediatamente prenotate da potenti e facoltosi cittadini. La vicecomandante Wilhelmina Reitsch, cognata di Hanna, la collaudatrice di aerei prediletta da Hitler, chiese di imbarcare alcune delle 8.000 ausiliarie di marina sotto il suo comando, di stanza nel porto. Erano tutte ragazze fra i 17 e i 25 anni, perfettamente consapevoli di cosa le avrebbe attese se fossero cadute in mano ai russi. Solo 373 salirono a bordo, insieme a 918 uomini della marina e a 4.224 profughi.

Per tre lunghi, tormentosi giorni restarono sugli affollati ponti passeggeri ad attendere il permesso di prendere il mare. Alcune donne erano agli ultimi giorni di gravidanza, e sul ponte da cui si poteva prendere il sole fu allestito uno speciale reparto maternità. Centosessantadue feriti di guerra, molti dei quali mutilati, furono portati a bordo su barelle e ricoverati in un ospedale d’emergenza. La notte del 27 gennaio ci fu un’incursione aerea e fu ordinato a tutti i passeggeri di scendere a terra. La gente passò ore terribili al gelo nelle baracche del porto, prima di risalire nuovamente a bordo all’alba. All’ultimo minuto, la suite del Führer sul ponte B fu occupata da 13 familiari del borgomastro di Gdynia, insieme al Kreisleiter (governatore) della città, sua moglie, i cinque figli, la domestica e la cameriera. Alcuni funzionari nazisti protestarono vivacemente per il sovraffollamento della nave.

Altre scene drammatiche si verificarono il 30 gennaio, la mattina della partenza della nave: salì a bordo la polizia militare, setacciando la nave da cima a fondo in cerca di disertori. Quando finalmente il “Gustloff” levò l’ancora, alle 11 del mattino, gli si accalcò ai lati una flottiglia di imbarcazioni piene di profughi, madri con i bimbi in braccio che imploravano disperatamente di essere fatte salire. Gli uomini dell’equipaggio, mossi a pietà, calarono le reti per farli arrampicare. In tempo di pace, la capienza della nave era di 1.900 persone tra passeggeri ed equipaggio. La nota di carico, in data 30 gennaio, indicava oltre 6.000 anime.. E altre 2.000 riuscirono presumibilmente a salire a bordo nell’assalto finale. Ci fu un’ulteriore fermata al largo, dove il “Gustloff” rimase all’ancora in attesa di una seconda nave, l’”Hansa”. Infine, le autorità portuali decisero che quell’attesa era troppo pericolosa. Scortato solo da una vecchia torpediniera, il transatlantico fece rotta verso ovest. Dal capitano dell’”Hansa” giunse il messaggio: “Bon voyage”. […]

Poco prima delle 19, tra intermittenti raffiche di neve, il trentatreenne capitano di terza classe Aleksandr Marinesko del sottomarino sovietico S-13 avvistò con sua meraviglia una grossa nave che, per un atto di negligenza da parte tedesca, non andava a zig-zag e teneva accese le luci di bordo. Bevute e indisciplina erano all’ordine del giorno nelle forze armate sovietiche, ma per i suoi continui atti di sfrenatezza Marinesko si era già guadagnato il biasimo dell’NKVD, che lo sospettava di tendenze controrivoluzionarie. Era pere mare da tre settimane con la sua pattuglia senza che gli si fosse mai presentato un bersaglio degno di nota. Ora, si diede da fare. L’S-13 cominciò ad avvicinarsi furtivamente al “Gustloff” in superficie, mettendosi tra nave e costa. Gli ci vollero due ore per superare il transatlantico e collocarsi in posizione di fuoco. Alle 21,04, alla distanza ravvicinata di 1.000 metri, fece partire contemporaneamente una salva di siluri imbrattati dei consueti slogan: “Per la Patria”, “Per Stalingrado”, “Per il popolo sovietico”. Ci furono tre terribili esplosioni. Il “Wilhelm Gustloff” si inclinò paurosamente, e cominciò ad affondare.

Quasi tutte le ausiliarie di marina ebbero la fortuna di morire all’istante., quando un siluro esplose proprio sotto il punto in cui erano alloggiate. Vecchi, malati e feriti non potevano muoversi, ma andarono incontro a una morte più lenta. Si udivano le urla della gente rimasta intrappolata dietro le paratie stagne, chiusesi immediatamente dopo l’inizio dell’attacco. Alcuni marinai fecero ricorso ai fucili per controllare la calca dei passeggeri terrorizzati che saliva dal ponte di passeggiata. Un cameriere stava correndo lungi un corridoio di cabina quando udì uno sparo: aprì una porta e vide un ufficiale di marina con una pistola in mano chino su una donna e un bambino morti ai suoi piedi, e un altro bimbo terrorizzato che gli si stringeva a una gamba. “Vai via!” gli urlò l’uomo: il cameriere ubbidì, lasciando che il padre finisse il suo lavoro. Il suicidio era perfettamente sensato se si pensa che solo 12 delle 24 scialuppe di salvataggio della nave erano a bordo, quelle sulle gru non erano sollevate all’esterno e ad attendere i superstiti c’era solo il freddo mortale del Baltico.

Gran parte dell’equipaggio tenne una condotta vergognosa. Una scialuppa che poteva portare 50 persone si allontanò con a bordo solo il capitano e 12 marinai. Un’altra fu calata in modo così incauto che il suo carico di passeggeri fu rovesciato in mare. Molte altre non furono calate affatto. Presto la nave si reclinò su un fianco; settanta minuti dopo l’inizio dell’attacco era stata completamente inghiottita dal mare.  […]

Il contributo di Marinesko alla tragedia del Baltico non era ancora completo. Il 9 febbraio individuò e colpì un nuovo bersaglio. Il “General Steuben”, transatlantico di 17.500 tonnellate, con a bordo 2.000 feriti e 1.000 profughi, colò rapidamente a picco. Appena 300 sopravvissuti raggiunsero Kolberg. Marinesko fece ritorno alla base da trionfatore…».

Dunque, la tragedia del transatlantico «Wilhelm Gustloff» è stata duplice: perché alle vittime, o  meglio alla loro memoria, è stata negata quella presa d’atto, quella forma di giustizia morale che consiste nel riconosce quel che è avvenuto. Esse appartenevano alla parte “sbagliata” della barricata, ossia a quella dei vinti; pertanto, non sembrava giusto dedicar loro troppa attenzione, bisognava occuparsi piuttosto della memoria delle altre vittime, quelle realmente innocenti, perché appartenenti allo schieramento dei “buoni”.

Questo è un concetto che noi Italiani dovremmo conoscere molto bene, dato che abbiamo avuto anche noi le nostre tragedie volutamente dimenticate per ragioni ideologiche: prima fra tutte, quella delle vittime delle foibe, nella Venezia Giulia, da parte dei partigiani comunisti slavi; e, come se ciò non fosse bastato, quella dell’espulsione di circa 350.000 nostri connazionali da quelle terre e, per nostra somma vergogna, anche della pessima accoglienza che ai profughi fu riservata in tante città e regioni dell’ingrata madrepatria. Ci furono perfino dei ferrovieri comunisti che bloccarono i treni che trasportavano verso l’interno quei nostri connazionali in fuga, con il cuore straziato per ciò che avevano sofferto e per ciò che avevano dovuto lasciare, a cominciare dalle loro case, dai loro negozi e dai loro poderi: e ci furono baldi militanti della sinistra che accorsero a circondare quei treni, quelle baracche ove indegnamente erano ricoverati i profughi, per sputare loro addosso, per insultarli e gridare loro tutto il proprio disprezzo, chiamandoli “fascisti”…

La tragedia del «Wilhelm Gustloff» rientra in questa tipologia di tragedie belliche: fa parte di vicende che tutti vorrebbero dimenticare, o, se possibile, ignorare e perfino negare, perché quelle che “meritano” di essere ricordate sono altre. Così, sempre restando in Italia, tutti conoscono la tragedia dei sette fratelli Cervi, fucilati sotto gli occhi dei genitori nel corso della guerra civile del 1943-45; genitori che, in seguito, hanno ricevuto la solidarietà e il conforto di una intera opinione pubblica, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato: nessuno, però, o quasi nessuno, conosce l’analoga tragedia dei sette fratelli Govoni (fra cui una donna, che era anche una giovane mamma). Senza dubbio perché i primi sono assurti al ruolo di icone della Resistenza, mentre gli altri non erano che dei “fascisti”, e dunque, poco meno che dei criminali – anche se crimini non ne avevano commessi per niente.

Non si vuole, con ciò, opporre alle forzature e alle falsificazioni storiche di una parte politica, delle forzature e delle falsificazioni di segno opposto. Non è questo quel che va fatto e non è questo ciò di cui la verità ha bisogno. Quello che serve, quello che urge sul piano morale, è il riconoscimento che, nel male incommensurabile della guerra, a soffrire non sono stati solo quelli di cui sempre si parla, perché ciò è funzionale alla verità di comodo dei vincitori: ma tutti, anche i “nemici”.

Del resto, come ha scritto Cesare Pavese, in una pagina altissima del romanzo La casa in collina, la cosa essenziale è permettere ai morti d’interrogare i vivi, e domandare conto del sangue versato…

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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