Europa e Tradizione. Le tesi di Dominique Venner

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Testimoniare la Tradizione. Queste parole hanno valore esemplare, vengono considerate paradigmatiche per l’esplicito invito a pensare e a vivere con coerenza le proprie scelte ideali. La coerenza, lo si sa, è privilegio di pochi. Tra essi, nella realtà contemporanea, va certamente annoverato Dominique Venner, irriducibile pensatore francese della Tradizione. Egli, come è noto, è giunto, al fine di risvegliare la coscienza assopita dei compatrioti europei, a compiere il gesto estremo del suicidio nella cattedrale parigina di Notre Dame. Gesto eclatante, che ha reso lo scrittore transalpino, stando ai giudizi di molti osservatori, il “Mishima d’Occidente” o, quantomeno, uno stoico romano che ebbe in sorte di vivere nella società liquida. Per averne contezza è sufficiente leggere un suo volume di grande rilievo, per la prima volta tradotto nella nostra lingua da Gaetano Marabello, Storia e Tradizione degli Europei. Trentamila anni d’identità, pubblicato dall’editore L’Arco e la Corte. Il libro è arricchito dalla postfazione di Manlio Triggiani (pp. 337, euro 18,00).

L’autore iniziò a scrivere queste pagine all’inizio del nuovo millennio. La prima edizione francese del volume vide la luce nel 2002. Venner fu indotto a scrivere queste pagine, dalla constatazione dell’enorme pericolo, dall’evidenza del baratro sul quale la civiltà Europea, senza rendersene conto, era esposta da tempo: il nichilismo. D’altro lato, egli era, nel medesimo frangente, animato anche da un’opposta e profonda convinzione. La patria Europea e la sua civiltà, nel corso della storia, hanno sempre mostrato una indefessa capacità di rinascere continuamente. L’Europa è al medesimo tempo, ontologicamente, Esperia, terra del tramonto, e Ausonia, la terra del Sole d’oro eternamente nascente. Per lo scrittore tale convinzione risulta inscritta nell’idea di Tradizione. Essa, chiosa il francese: «non è il passato, ma è ciò che non passa e che ritorna sempre sotto forme diverse […] sopravvive alle influenze perturbatrici di religioni, mode o ideologie importate» (p. 9). Al sorgere del secolo XXI: «Per la prima volta nella loro storia millenaria, i popoli europei non regnano più sul loro territorio, né spiritualmente, né politicamente, né etnicamente» (p. 11), essendo diventati vittime della dominazione tecnica e dalla logica puramente economica da essi stessi generata. Per di più, hanno evocato il più inquietante degli ospiti, il nichilismo, che attira le loro vite nella spirale prodotta da ciò che Jünger chiamò il risucchio del vuoto.

Ultimo esempio di comportamento tradizionale lo dette, nel luglio del 1914, l’imperatore Francesco Giuseppe. Questi decretò la liberazione del generalissimo serbo, Putnic, arrestato in una città termale della Duplice monarchia prima dell’esplosione del Grande conflitto. L’imperatore ritenne, da uomo tradizionale, esservi valori superiori a quello dell’utilità, che andavano rispettati. Innanzitutto, la preservazione dello spirito cavalleresco, elemento essenziale della cultura europea. Il Cavaliere, agli occhi di Venner, così come per quelli di Dürer, rappresenta, nel suo essere mosso da Eros, la perfetta incarnazione dell’uomo della Tradizione, atta a sintetizzare in sé tanto le figure degli eroi cantati da Omero, dei legionari di Roma, così come quelli dei Celti e dei Germani. Il nostro autore sembra condividere il giudizio espresso sulla decadenza dell’uomo occidentale da Simon Weil che, nel 1943, scrisse le seguenti parole: «L’Europa è stata stravolta, separata da quella antichità in cui tutti gli elementi della nostra civiltà hanno la loro origine» (p. 13). Ecco, le pagine di Venner vogliono essere un ausilio, capace di porre il lettore sulla via del recupero di ciò che non è morto nella cultura e nella storia dei popoli europei.

Nell’incipit del libro, egli ricorda come, 30.000 anni fa, sia esistita un’arte rupestre comune all’intero territorio del nostro Continente che, assieme ai diversi poemi epici e fondativi, rappresenta lo sfondo essenziale della nostra identità. Come ricordato da Platone, l’età di Erodoto vide sorgere, in termini definitivi, tale identità, nella sua contrapposizione a quella asiatica. L’occasione fu fornita, in un lasso di tempo piuttosto lungo, dalle guerre persiane e dal successivo sorgere dell’età di Alessandro. Si tenga conto che già nel Neolitico, sul territorio continentale, lo ricorda Triggiani, esistevano le prime comunità umane organizzate. Non è casuale che diversi studiosi ritengano che la koiné indoeuropea si sia formata tra il diecimila a.C. e il cinquemila a.C. Tale congerie politica e spirituale fu per la prima volta messa in discussione dall’irruzione del cristianesimo: «Negare l’esistenza delle molteplici e numerose divinità presenti nella natura a profitto di una sola, per di più straniera al cosmo, equivalse a distruggere la presenza funzionale del divino nel mondo» (p. 22). Secoli dopo, con Cartesio, l’uomo si pensò come “soggetto” centrale dell’universo. Macchiavelli e Hobbes, chiosa Venner, portarono a compimento l’opera di dissoluzione, pensando in termini negativi l’uomo e delineando un’antropologia pessimista, atta a giustificare la funzione del Principe e dello Stato Leviatano.

La stessa idea della pluralità dei popoli e delle culture fu messa in discussione dalla filosofia dei Lumi, da cui discese il razzismo moderno centrato sull’idea della superiorità dell’uomo bianco nei confronti dei popoli “primitivi”. Idea, inutile sottolinearlo, con la quale le potenze del consesso continentale giustificarono il colonialismo. Ci vorrà la “conversione” anti-illuminista, opportunamente ricordata dall’autore, dell’etnologo Claude Lévi-Strauss, per comprendere la “normalità” del conflitto tra culture diverse. Per riscoprire nella contemporaneità l’anima dell’homo europaeus, l’anima erotico-guerriera del Cavaliere, per rispondere al bisogno di senso che la modernità nichilista nega, sulla scorta di Mircea Eliade e dei pensatori di Tradizione, Venner ritiene indispensabile tornare ai miti, ai simboli, ai riti. L’avvenire, il futuro, vengono pensati dallo scrittore francese, quale riconquista di ciò che è essenziale e non transitorio nella civiltà dei popoli.

Si tratta di un Antico-Futuro fondato sul radicamento, sull’abitare “poetico” i luoghi d’Europa, avrebbe detto Heidegger, che rifugge tanto dalle fughe in Oriente quanto da quelle verso un altrove nebuloso ed indefinito. Nostra patria è l’origine, segnata da un paesaggio, una cultura e una spiritualità data. Siamo figli d’Europa, per questo il nostro destino, voluto e sempre ritornante, non può che essere quello segnato dalla Grecia e da Roma.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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