Eclisse del sacro?

L’eclisse del sacro, scritto a quattro mani da Thomas Molnar e Alain de Benoist e riedito di recente dalla Pagine editrice, pur essendo un testo parecchio datato (l’edizione originale risale agli anni ottanta del secolo scorso), ha comunque il merito, di non poco conto, di riaccendere l’attenzione sulla questione del sacro. Molnar, da cattolico, non può non ricondurre il sacro alla religione, anche se riconosce che non la sola religione cattolica ha il monopolio del sacro; afferma, poi, che il cristianesimo è stato un potente motore della secolarizzazione del mondo pagano e giustamente ricorda come, nel cristianesimo, il sacro si concentri nella figura di Gesù. De Benoist, da parte sua, contesta alla radice le posizioni di Molnar, insistendo su una lettura del sacro fortemente influenzata da Heidegger e che potrebbe essere definita, in senso lato, pagana. Però io credo che il problema del sacro sfugga a entrambi.

Per quanto riguarda Molnar, in effetti lo snodo cruciale sta nella natura non trascendente del sacro. Le religioni, molto semplicemente, hanno confiscato il sacro, relegandolo nella trascendenza, presentandone, quindi, un’immagine traditrice, contraffatta. In particolare il cristianesimo, attraverso l’umanità di Cristo, ha occultato questo aspetto essenziale, dando vita a una teandria, a un sacro ‘divino-umano’ che illude il fedele, in realtà completamente espropriato del sacro. Di contro a questa impostazione va detto che, primo, il sacro non ha nulla a che fare con le religioni, e, secondo, non ha senso, di conseguenza, parlare di secolarizzazione, perché quest’ultima si spiega solo a partire da un sacro integralmente consegnato alla trascendenza. Vale a dire che si può dare (com’è di fatto accaduto) secolarizzazione del cristianesimo (e delle religioni in generale), ma non del sacro una volta svincolato dalla ‘presa’ della religione. Allo stesso modo, ci può essere (come c’è stata) secolarizzazione del paganesimo solo dal punto di vista del cristianesimo.

Ma anche de Benoist non sembra avvedersi della natura del sacro, nel momento in cui parla di desacralizzazione e, anche lui, di secolarizzazione. Questo perché, innanzitutto, l’altro del sacro non è il ‘secolo’, l’immanenza del ‘mondo’, contrapposizione comprensibile, mi ripeto, solo presupponendo una prospettiva trascendente, ma il profano. A sua volta il rapporto sacro/profano non va letto in termini rigidamente dualistici, visto che il profano è appunto pro-fano, ossia ciò che sta davanti al sacro, pertanto non in sua irrimediabile opposizione. Non c’è contrasto radicale tra sacro e profano, ma chiaroscurale vicinanza, disciplinata dal culto.

Certo, de Benoist, rispetto a Molnar, va alle origini del sacro, attraverso un’analisi dei suoi significati soprattutto in ambito greco-romano, anche se, non rapportandosi col sacro ‘imprigionato’ dalle religioni, a maggior ragione avrebbe dovuto tenersi lontano dal miraggio della secolarizzazione, dal momento che, oltretutto, come ci ricorda Benveniste, nelle lingue indoeuropee un termine comune per ‘religione’ semplicemente non esiste, mentre la religio romana non credo proprio possa essere considerata una religione (e non è nemmeno un religare, etimologia inventata dai cristiani).

In ogni caso, de Benoist, nonostante il profluvio di autori e opere citate, si preclude una vera comprensione del sacro, che non ha una sua essenza ma designa una possibilità, capace di realizzarsi o meno attraverso il fare cultuale (si veda il testo, almeno per chi scrive fondamentale, di John Scheid, Quando fare è credere. I riti sacrificali dei Romani), e che di conseguenza può entrare in latenza oppure essere risvegliata. Ovviamente, questi brevissimi accenni non possono neppure sfiorare la vastità del tema, ma per fortuna ci viene in soccorso la postfazione di Giovanni Sessa, in cui troviamo una via di uscita dall’impasse sacro ridotto a religione/secolarizzazione, costituita dal sacro inteso come sempre possibile, una proposta, per di più, accompagnata da un nome davvero decisivo (che purtroppo non c’è tra i tanti fatti da de Benoist), cioè quello di Giorgio Locchi, la cui opera resta essenziale per una visione aperta, non necessitata, del sacro e della sua storia.

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