All’orlo della storia

Il dibattito teorico attorno alla storia, in questo inizio del XXI secolo, è ancora attuale. Ciò è spiegabile se si tiene conto del fatto che, noi tutti, siamo, in modalità differenti, figli delle filosofie della storia e dei drammi che esse hanno determinato nel secolo scorso. Certo, nella fase attuale, diversi studiosi, più che interrogarsi sul senso e il fine della storia, hanno cominciato a chiedersi se sia mai possibile andare oltre la storia. Tra questi va annoverato lo statunitense W. I. Thompson, di cui è comparsa da poco nelle librerie per i tipi di Iduna editrice la nuova edizione di All’orlo della storia. Per una critica della tecnocrazia, con prefazione di Luca Siniscalco (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 332, euro 24,00).

Da un punto di vista generale è bene ricordare che, sul finire degli anni Novanta, la tesi della “fine della storia” di Fukuyama ha dettato il paradigma delle indagini in tema. Fortunatamente oggi è possibile sostenere che molto meglio sarebbe stato, lo ricorda opportunamente Siniscalco, riferirsi alla fine di una storia. Ecco, l’esegesi di Thompson, muove proprio da tale assunto. Egli pare, anzi, porsi in sequela della posizione che Ernst Jünger presentò in Al muro del tempo, al fine di riconoscere quanto potesse darsi oltre l’età storica propriamente detta. Lo statunitense, con una strumentazione culturale archeo-futurista, tenta di rilevare: «nel presente le costanti del passato e i germi del futuro […] individua così alcuni snodi che ipotizza possano inverarsi nel futuro post-industriale e post-nichilista» (p. V). L’esperimento proposto richiede si resti sulla linea del nichilismo, in attesa di raggi di luce nell’ombra oscura del tempo presente, al fine di individuare il profilo di un possibile nuovo inizio. Non si tratta, quindi, di una delle tante lamentazioni passatiste relative allo stato presente delle cose, al contrario! Lo sguardo sulla storia trova la propria ragion d’essere nella constatazione dell’inanità del presente, ma essa non risospinge all’indietro, verso il passato, ma suggerisce il progetto di un’altra modernità. Una modernità non più costruita sul paradigma della ratio calcolante.

All’orlo della storia uscì in prima edizione negli USA nel 1971. Thompson ebbe una formazione poliedrica ed una carriera accademica immediata, anche se chiusa troppo presto. Formatosi sui testi di filosofia della scienza di A. N. Whitehead, non disdegnò la pratica yogica, lo studio dell’esoterismo ed ebbe interessi profondi per la biologia e l’ecologia, che lo indussero a mettere in discussione il “canone” moderno. Fu influenzato da Sri Aurobindo e frequentò David Spangler, personaggio rilevante del mondo New Age. Il suo antimodernismo lo si evince dalla constatazione del tramonto del liberalismo, non solo come dottrina politica, ma quale nucleo portante dell’immaginario dell’uomo occidentale. Egli ritiene che il liberalismo non potrà più porsi quale immagine-guida delle nuove generazioni. Rileva, inoltre, come il progressismo sia stato: «il mito più falso di tutti i veri e propri miti della nostra storia» (p. 126). Del resto, la “fine” della storia, come ha colto Massimo Cacciari, non è altro che l’in-finito procedere in se stesso del nostro tempo, che ha perso memoria di qualsivoglia sostanzialità. Un tempo deprivato di spessore, riempito dal consumo e dalla mercurialità della tecnologia informatica. Rispetto ad essa, non bisogna sperare nel ritorno idilliaco del buon selvaggio, ma mirare al: «superamento della cecità scientifica in un nuovo paradigma capace di conciliare il soddisfacimento della natura verticale  […] dell’uomo con lo sviluppo tecnologico» (p. X).

Le certezze neopositiviste dovrebbero essere relativizzate attraverso un sano scetticismo gnoseologico. Per tali ragioni, Thompson dopo aver frequentato l’Istituto Esalen Big Sur, centro dapprima hippie e poi New Age, ne rimase deluso, avendone colto il tratto tipico caratterizzante i fenomeni di seconda religiosità. Nella post-modernità si mostra, in tutta evidenza, lo scontro, ricorda Siniscalco, intuito già da Jünger: la contrapposizione tra la potestas storica del processo civilizzazionale e le potestates archetipiche e titaniche emergenti nell’animus contemporaneo. Il ritorno degli dei è preceduto dal ripresentarsi, spurio e in forme diverse rispetto a quelle che lo connotarono in passato, del mito. Esso fonda i vincoli, i legami invisibili che tengono insieme il mondo egli uomini. In tale contesto, il nostro autore mostra interesse per il pensiero dell’antroposofo Rudolf Steiner che, a suo dire, offrirebbe una: «visione non dualistica, percependo l’essere umano come […] co-implicato in un universo che è psicofisico nella sua essenza» (p. XVIII). In queste affermazioni emerge, a nostro parere, la sua ambiguità teorica. A Giovanni Gentile bastò una recensione per mostrare come quello di Steiner fosse un pensiero nient’affatto monista, ma ancora dualista (cfr. G. Gentile, Ritrovare Dio, Mediterranee, pp. 191-196), per non dire delle critiche all’antroposofia di Evola! Comunque sia, la riemersione del mito nella contemporaneità si dà anche nella letteratura fantastica, letta dallo scrittore quale “nuova mitologia”.

Le suggestioni mitico-fantastiche potrebbero determinare una svolta anche nella scienza apodittica, che potrebbe recuperare in questo nuovo incontro, le sue lontane radici ermetiche. Heisenberg, padre della fisica quantistica, è stato il tipico esempio di scienziato aperto alla Sophia, capace di avere uno sguardo olista sulla realtà. Il progetto dell’altra modernità ha, a dire di Thompson, urgente necessità di sviluppare una logica non implicata nell’identarismo eleatico ma, semmai, di un’iper-logica. Egli pensa, addirittura, ad una nuova spiritualità, sintonica alla scienza “riformata”, il cui modello espressivo si mostrerà in un recupero del bello, in un’arte al servizio della nuova mitologia. La nuova scienza potrebbe, inoltre, dar luogo ad una tecnica “altra”, che dovrebbe rinunciare alla dimensione apprensiva propria del Gestell, dell’impianto della Tecno-Scienza positiva.

Al di là di alcuni tratti utopistici che si evincono dalle posizioni di Thompson, questo libro ci pone di fronte al problema annoso della sintesi di innovazione e tradizione. Tema che, chi voglia agire politicamente e culturalmente nella realtà contemporanea, per inverarla in nuovo inizio, non può eludere. All’orlo della storia è, per questo, un libro da leggere e meditare.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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