Spengler 2018. Il Tramonto dell’Occidente rivisitato

Nel 1918 venne pubblicato un «libro maledetto», il Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Dalle sue pagine emerse con chiarezza la prospettiva pessimistica di un mondo in rovina, in attesa dopo la tragedia della Prima guerra mondiale, di una rinascita vitalistica. In esso, l’autore profetizzava una lotta irrinunciabile che, presto, avrebbe visto contrapposto il mondo borghese del denaro e delle metropoli alla civiltà del sangue. Per Spengler, solo l’avvento del cesarismo avrebbe posto fine alla dittatura del denaro e della sua arma politica, la democrazia. Molti hanno visto nel libro una profezia relativa all’avvento dei fascismi e alla Seconda guerra mondiale. Il progressista Adorno, pur ritenendo che Spengler si riferisse all’onnipotenza del denaro, negli stessi termini con cui gli agitatori politici dell’epoca attaccavano la finanza internazionale, aveva compreso come il morfologo della storia appartenesse: «a quei teorici dell’estrema reazione la cui critica del liberalismo in molti punti si è rivelata superiore a quella progressista». (p. 16).

Sono trascorsi cent’anni, eppure il senso di crisi profonda, grava pesantemente sull’umanità contemporanea. Anzi, i processi dissoltivi, sia in termini esistenziali che politici e sociali paiono, a molti, aver subito un’ulteriore e definitiva accelerazione. Favorisce la comprensione dello stato presente delle cose, un interessante volume collettaneo, da poco comparso in libreria. Si tratta de, Il declino dell’Occidente revisited, curato dal sociologo Carlo Bordoni ed edito da Mimesis (per ordini: 02/24861657, mimesis@mimesisedizioni.it, euro 18,00). Il libro si compone di un prologo, un epilogo e raccoglie sedici saggi di sociologi, filosofi, economisti, la maggior parte dei quali usciti sulla rivista Prometeo.

Con la fine, negli anni Settanta, delle «grandi narrazioni» e dell’attesa soteriologica che le sosteneva, un cupo pessimismo sulle sorti del mondo occidentale è andato sempre più affermandosi. Lo stato di crisi è il risultato del fallimento del progetto illuminista-moderno, centrato sulla ratio. In sua sostituzione, in alternativa alla società che si dispiegava nello ‘spazio dei luoghi’ e aveva l’istituzione politica di riferimento nello‘Stato-Leviatano’, solo l’affermarsi dell’interregno liquido della post-modernità. Suo correlato imprescindibile, l’insicurezza generalizzata.Il declino, rileva Bordoni, si celava nelle profondità dell’Occidente e oggi si manifesta: «come un lungo addio da un luogo amato da cui non ci si vuole allontanare, unito a una sensazione di rimpianto e di necessità storica, proprio come nell’Angelus Novus di Walter Benjamin» (p. 10). È probabilmente vero ciò che sostiene Valerio Castronovo: le condizioni strutturali del mondo contemporaneo sono altre da quelle dell’Europa del primo dopoguerra. Nonostante ciò, colpisce il ricorrere attuale di molte situazioni di crisi.

Tra esse, la perdita del possibile primato tecnologico occidentale a vantaggio di nazioni dell’Oriente, in particolare della Cina, tema sul quale si soffermano gli interventi di Michel Maffesoli e Peter Beilharz. In ogni caso, gli occidentali continuano a guardare alla realtà storica dall’alto di un inveterato senso di superiorità. Il resto del mondo si sta plasmando sul nostro modello e sui nostri prodotti, ci diciamo, e quindi i timori di un possibile declino risultano infondati. Questa sicurezza è apparente e, come suggerisce nel suo scritto Franco Ferrarotti, non deve illuderci. Infatti, Modernità e Occidente sono legati a filo doppio, la crisi della prima eroderà il primato dell’Occidente. I fascismi ritenevano di poter rispondere alla crisi con l’incremento delle nascite, con la rivoluzione demografica, come ricorda Gianfranco Bettin Lattes ma, data la situazione attuale, di evidente denatalità, se allora si trattò di un’illusione, oggi la cosa non è neppur pensabile! La questione principale: «sembra risiedere nella perdita di egemonia dell’Europa. Un’egemonia che essa si era auto attribuita al momento di costruire quella che è stata definita ‘modernità’» (p. 13). Tra i molti contributi presenti nel volume, è il caso di segnalare quello di Bauman. Si tratta dell’ultimo suo scritto, sotto forma di intervista rilasciata alla moglie, Aleksandra Kania, poco prima della scomparsa, avvenuta a  Leeds nel gennaio del 2017.

Uno scritto dai toni duri nei confronti dell’establishment politico-economico di alcuni paesi occidentali, posto sotto accusa per essere al servizio dei potentati internazionali e delle politiche neo-liberiste. Il neo liberismo, agli occhi del sociologo polacco, appare quale «malattia senile» del liberalismo classico. A noi sembra che tale malattia sia, semmai, di tipo genetico, nel senso che  la prassi neo-liberista era custodita nel DNA del liberalismo classico. Bauman articola, inoltre, la critica alla deriva reazionario-populista in atto in molti paesi, ritenuta dallo studioso un segno della crisi e non la strada da seguire per lasciarsela alle spalle. E’ questa lettura del presente ad evidenziare come, le stimolati tesi del sociologo, restino espressione dell’«intellettualmente corretto». Condivisibile, anche nelle conclusioni, è lo scritto di Umberto Galimberti. La sua analisi del presente nichilistico, sostanziata dalle lezioni teoriche di Jaspers e di Heidegger, coglie, innanzitutto, la relazione che lega nel profondo la metafisica occidentale alla scienza e alla tecnica. Nella filosofia, dopo il pensiero aurorale, si sarebbe affermata la confusione di essere e di ente. Pertanto: «Dal nichilismo si esce quando il conoscere […] scopre l’ente come messaggio dell’essere» (p. 31) È convinto il filosofo, e noi con lui, che: «non si tratta di approntare una nuova strada, ma di liberare l’antica» (p. 31).

Per questa ragione non siamo persuasi da quanto sostiene Bordoni nell’Epilogo, vale a dire che la crisi della modernità ponga fuori gioco anche l’antimodernismo. Lo studioso auspica, discutendo le tesi di Anders e Gehlen, che dopo l’interregno post-moderno, sorga: «un nuovo umanesimo che troverà nel postumano il suo esito» (p. 217).  La tecnica sarebbe liberata, per propiziare il nuovo contesto, dalla condanna apocalittica, cui è stata relegata dopo la Seconda guerra mondiale, e diventerebbe, surrogando la funzione sin qui svolta dalle religioni, strumento per il superamento dell’umano in direzione di un Nuovo Inizio. Non contestiamo il cammino verso un Nuovo Inizio, ma la capacità redentiva che alla tecnica viene attribuita da Bordoni. Pensiamo, con Heidegger, che solo il recupero della ‘pietà del pensiero’, possa indurre il ‘cambio di cuore’ atto a guardare il mondo come il luogo di possibili primavere eternamente ritornanti.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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