Teoria tradizionale delle razze: Julius Evola

evola-dadaAvendo menzionato il fatto che la razza è un fatto non solo biologico ma anche e soprattutto metabiologico, è il caso di dare un’idea estremamente schematica della teoria tradizionale delle razze, che diverrà della massima importanza per quel che segue di questo libro, in particolare i Capp. 1 e 3 della III parte.

Questa teoria (1), il cui sviluppo è dovuto quasi esclusivamente a Julius Evola, è basata sull’assegnazione di caratteri razziali propri a ognuna delle tre componenti che, tradizionalmente, costituiscono il ‘composto umano’: corpo, anima e spirito (2). Il corpo viene a essere la manifestazione tangibile e visibile dell’individuo – umano e non-umano -, mentre lo spirito ne è il ‘pricipio informatore’ metafisico, posto fuori dal tempo, che ne dirige la prassi e il pensiero in senso anagogico o catagogico. L’anima, o psiche, “è connessa a ogni forma vitale così come a ogni forma percettiva e a ogni passionalità. Con le sue diramazioni inconsce stabilisce la connessione fra spirito e corpo” (3). Essa, come il corpo, è peritura, ed è il fattore determinante per lo stile della persona – per il modo in cui essa affronta ogni compito, ma senza alcun riferimento al valore etico del compito stesso. “Gli uomini sono diversi non solo nel corpo ma anche nell’anima e nello spirito … la dottrina della razza deve articolarsi in tre gradi ” (4). Quindi: c’è una razza del corpo, una dell’anima e una dello spirito, ognuna delle quali è suscettibile di classificazione, e questo Julius Evola lo ha affrontato nella sua Sintesi di dottrina della razza, mentre una versione semplificata fu da egli esposta in un suo libretto didattico, Indirizzi per un’educazione razziale (5). Per quel che riguarda le razze del corpo e dell’anima, Julius Evola si appoggiava ai lavori degli antropologi seri dei suoi tempi – in particolare modo Hans F. K. Günther, un autore sul quale si avrà occasione di ritornare nella III parte, e Ludwig Ferdinand Clauss (6) -, che però si occupavano essenzialmente delle differenze esistenti fra i diversi tipi umani riscontrabili in Europa o al massimo nel Medio Oriente. Egli invece propose, in via del tutto indipendente, una classificazione delle razze dello spirito – in riguardo il lettore è riferito ai testi originali.

il-mito-del-sanguePer quel che riguarda il nostro assunto, di fondamentale importanza è che “l’un elemento cerca di trovare, nello spazio libero che le leggi dell’elemento a esso immediatamente inferiore gli lasciano, una espressione massimamente conforme (…) non semplice riflesso, ma azione a suo modo creativa, plasmatrice, determinante” (7). In altre parole, le razze dell’anima e dello spirito che intervengono in ogni composto umano abbisognano di un ‘supporto adeguato’ a livello immediatamente inferiore. Ben difficilmente una razza dello spirito di ‘prima qualità’ potrà tovare spazio accanto a un’anima che non le sia strumento adeguato per manifestarsi; e lo stesso dicasi per la razza dell’anima rispetto a quella del corpo.

Questo tipo di considerazioni danno adito anche ad altri sviluppi, adombrati dallo stesso Julius Evola, che sono gravidi di conseguenze per le problematiche qui sotto esame. “Una idea, dato che agisca con sufficiente intensità e continuità in un determinato clima storico e in una data collettività finisce con il dare luogo a una ‘razza dell’anima’ e, con il persistere dell’azione, fa apparire nelle generazioni che immediatamente seguono un tipo fisico comune nuovo da considerarsi … una razza nuova” (8). Cioé: il cambiamento nella ‘qualità psichica’ di una determinata popolazione può innescare cambiamenti anche morfologici. Questo ragionamento, portato alle sue ultime conseguenze, adombra un possibile effetto a catena. In una popolazione nella quale lo spirito, magari per qualche imperscrutabile ragione, si sia spento o capovolto, si produrranno prima fenomeni degenerativi di tipo psicologico che poi, alla lunga, non mancheranno di rifletttersi anche nel soma (su di questo argomento si riverrà nella III parte).

* * *

(1) Di questa teoria, un riassunto molto schematico è dato da Silvio Waldner, La deformazione della natura, Edizioni di Ar, Padova, 1997.
(2) Sulla dottrina tradizionale del composto umano cfr. Julius Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Mediterranee, Roma, 1971 e anche Sintesi di dottrina della razza, Ar, Padova, 1994 (originale 1941). Un sunto di questa dottrina è dato anche da Silvano Lorenzoni, Chronos, saggio sulla metafisica del tempo, Carpe Librum, Nove, 2001.
(3) Julius Evola, Sintesi, cit.
(4) Julius Evola, Sintesi, cit.
(5) Julius Evola, Indirizzi per un’educazione razziale, Conte, Napoli, 1941.
(6) Ludwig Ferdinand Clauss, Rasse und Seele, Lehmann, München, 1941.
(7) Julius Evola, Sintesi, cit.
(8) Julius Evola, Sintesi, cit.

Il presente saggio costituisce il paragrafo 1, capitolo 1 del libro di S. Lorenzoni Involuzione. Il selvaggio come decaduto, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.

3 Responses

  1. Fabio Calabrese
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    Leggendo (spesso rileggendo) gli scritti di Silvano Lorenzoni, provo un senso di meraviglia: Quest'uomo è un depositario (forse l'ultimo) di una scienza sull'umanità che la "libera" democrazia ci ha impedito e vietato di apprendere.

    • Michele
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      Ho letto il libro "Il selvaggio" di Silvano Lorenzoni e l'ho trovato estremamente interessante. Farei una piccola considerazione : partendo da un'ottica tradiizionale ed involutiva, non dovremmo comunque mai dimenticare che TUTTA l'attuale umanità si è allontanata daila primordiale condizione semidivina, quindi anche noi "civilizzati". Diversificati, semmai, sono stati i percorsi e le modalità di questo movimento discendente. Ma se consideriamo i "selvaggi" come dei decaduti anche rispetto a noi, dovremmo però chiarirci secondo quale criterio effettuiamo tale gerarchizzazione. Se il criterio è quello della superiorità tecnologica, non ci comportiamo in fondo come dei materialisti ? Se invece il criterio è quello spirituale (che in fondo è l'unico legittimo, come anche Evola ricorda), siamo sicuri, anche qui, di averne veramente titolo ? Non dimentichiamoci che proprio l'occidente moderno è, a quanto ne so, l'unico ambiente che ha "inventato" una fatale aberrazione quale l'ateismo, e che sotto questo aspetto i "selvaggi" potrebbero anzi insegnarci molte cose. (continua)

    • HISTRO
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      (segue) Siamo d'accordo che la gran parte delle società che sussistono a livello etnografico hanno ormai perso i riferimenti più alti, metafisici, cristallizzandosi al più su un livello, a volte ipertrofico, di conoscenze di tipo psichico ; credo però sia il caso di riconoscere che noi "moderni", ormai, non possediamo più nemmeno quelle, regnando quasi ovunque il più desolante materialismo.
      Conclusione: a mio avviso i "selvaggi" non rappresentano qualcosa di antropologicamente "diverso" o inferiore a noi, sono semplicemente dei "cugini" più o meno lontani, dei "fratelli di sventura" (non cadiamo nel mito del buon selvaggio) che ogni tanto si rivelano essere addirittura un pò più saggi.

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