L’Uno e le stelle

Pubblichiamo un estratto della prefazione di Giovanni Sessa, L’Uno e le stelle. L’“invincibile estate” di Giuseppe Gorlani, alla raccolta di prose poetiche di Giuseppe Gorlani, Maritare il Mondo, la Finestra Editrice, Lavis (TN) 2023, pp. 186, euro 25,00.

Le cinquanta prose poetiche che compongono la silloge Maritare il mondo di Giuseppe Gorlani sono la testimonianza di un’intera vita di ricerca, di confronto con il Principio. L’iter spirituale e intellettuale dell’autore ha avuto, quale connotato di riferimento e stigma d’autenticità, l’ardore della quête, della “cerca” tradizionale. Il lettore si trova, quindi, di fronte a una scrittura e a una visione del mondo inattuali: le parole di Gorlani, in una fase storico-epocale come la presente, tesa alla negazione di ogni valore e di qualsivoglia identità, riaffermano con forza e persuasività d’accenti il mondo ideale per il quale e nel quale Egli ha vissuto ed è cresciuto spiritualmente, il Sanātana-dharma. Sappia il lettore, prima di entrare nelle vive cose del narrato di questo testo, che nelle sue pagine rintraccerà un’altra qualità dell’animus di Gorlani, l’esemplare caparbietà nel proporsi e nell’essere paradigma vivente di tale Via, tanto per i sodali, gli amici di sempre, i “Cavalieri del Sole” che da decenni condividono con lui il Cammino, tanto per quanti abbiano avuto la ventura, come è capitato a chi scrive, di incontrarlo.

Da queste prose-poetiche si evince, preliminarmente e innanzitutto, la “giovinezza spirituale” del nostro poietes, perché tale Gorlani è. Si resta giovani, al di là del dato meramente anagrafico, quando si continua a custodire in sé, quella che Albert Camus ha definito l’“invincibile estate”, il caldo ardore che caratterizza, in genere, le esistenze dei giovani, di chi si affaccia, faticosamente, il più delle volte tra sconfitte, patimenti e ripartenze, alla vita adulta. Perché ciò accada, ci dice Gorlani, è necessario che il percorso intrapreso miri alla Verità in sé. In tal caso: «l’assurda pretesa d’avere una volontà propria si estingue» (p. 86). Il puer-senex persevera lungo la Via: «Si alzerà prima dell’alba, contemplando quello che i ciechi chiameranno “nulla”, in realtà oro zecchino» (p. 89).

E’ tale pervicacia a animare, ancor oggi, la vita di Gorlani. Egli ha contezza che quanti si comportano in tal modo: «Avranno amato, creato, meditato e raccoglieranno quanto seminato a primavera: i frutti preziosi della conoscenza» (p. 89). Uomini siffatti sono indifferenti al frastuono del mondo moderno, estranei al mercimonio universale oggi trionfante e, guardando alla Natura, colgono: «mormorii sorgivi in pieghe trascurate del suolo […] nitriti di cavalli […] il pigolare quasi bisbigliato degli uccelli» (p. 91), in una parola quella Parola che dall’Uno discende alla molteplicità, per animarla e risvegliarla. Di tale Dire originario, in senso heideggeriano, sono sostanziate le prose-poetiche del Nostro, in quanto: «La poesia è […] irradiazione della Presenza» (p. 92).

Del poetare e del Poeta

La poesia autentica ha tratto sacrificale: fa essere il “Silenzio di Shiva” e, pur dicendo-scrivendo, tace. Come le altre arti, in specie la musica, della quale è sorella, aiuta a penetrare nei reconditi del sacer, dimensione che consta di una duplice realtà, indicando “ciò che è puro”, ma anche “ciò che atterrisce”. Nell’Età ultima, la poesia conserva voce eterna, in quanto: «non vi è un solo minuzzolo d’esistenza che sia privo di coscienza» (p. 94). Noi, pur nell’inconsapevolezza dei più, siamo l’Ineffabile. Da qui il titolo della raccolta, rinviante a un’intuizione luminosa di Pico della Mirandola, “Maritare il mondo”: «Maritari mundum in senso nobile è un sacrum facere; esso richiede sapienza, discriminazione, equilibrio, sintesi» (p. 6). Scrivere poeticamente è, pertanto, attività contemplativa, un procedere che si colloca ancora nella conoscenza non-suprema, ma che alla non-dualità rinvia. Si tratta di Via alla liberazione, non di semplice attività intellettuale. Lungo tale percorso è indispensabile perfezionarsi, rialzarsi dopo le possibili cadute, non scoraggiarsi di fronte ai fallimenti, non cedere alle lusinghe del sogno. Quella di Gorlani è Parola d’Anima, orfica, rivivificante la realtà e la Natura. È filo d’Arianna che, se opportunamente ascoltato, permette di reincontrare il Fondamento.

Queste prose-poetiche svelano la presenza della: «Realtà nella realtà della quale si è normalmente poco o punto consapevoli» (p. 7). Il loro dire, pertanto, non è semplicemente descrittivo, mira alla profondità del mondo, è sintonia con l’Om originario, il Pranava che unisce: «l’effabile all’Ineffabile». Gorlani ama le parole, perché in ascolto della Parola. Lavora quale artifex tradizionale con la lingua, antico “scalpellino” che tende a risvegliare nella parola “pietrificata” dalla dimensione concettuale, logocentrica e greve, la natura denotativa, ampia, risonante, eco lontana della vibrazione primigenia che vive nel Tutto. Il Sentiero in tal modo indicato, non è solo dell’India shivaita, alla quale l’autore ha donato la propria intelligenza e il proprio Cuore, ma era ben tracciato anche nell’Europa arcaica, e presente, Pico docet, nella Rinascenza ermetica, protesa nella ricerca della coincidentia oppositorum. Oltre ciò, e non è poco, Gorlani in queste pagine, si pone quale Maestro di liberalità. Ha contezza che la Sapienza tradizionale, d’Oriente e d’Occidente, può essere valido ausilio nella “cerca”, ma invita il lettore a: «rispettare le più disparate posizioni» (p. 95), nella consapevolezza, da un lato, che la reductio ad Unum post-moderna è parodia dell’Unità e, dall’altro, che “maritare il mondo” presuppone l’accettazione del reale, non il suo rifiuto utopistico. Insomma, è necessario: «lasciare che tutto sia com’è» (p. 97). […] L’uomo, copula mundi, contiene il Tutto, e può comunicare, come nelle corde di un fin troppo bistrattato panteismo, con l’alto e con il basso. Ogni cosa è mossa dal Principio e si rivolge agli altri enti di natura, sotto la spinta di Eros, forza simpatetica. L’animazione universale attraversa, quale idea di fondo, l’afflato poetico di Gorlani, irrorato di autentica erudizione: anche il lettore più superficiale comprende che, in lui, le letture si sono metamorfizzate in vita, rendendolo atto, attraverso le parole a: «Maritare il limitato con l’illimitato […] il tempo con l’eternità […] il Kali-yuga con il Sakya-yuga, il Sé individuale con quello supremo» (p. 14).

L’ “Unione sacra” la si consegue attraverso la perfetta concentrazione, in quanto: «Dall’attenzione sgorga la gioia» (p. 15), che non arretra neppure di fronte alla morte, in quanto la parola salvifica conduce all’estinzione dell’identificazione, sic et simpliciter, con il cadavere, rinviando al Principio che tutto anima: «Gli esseri innumerevoli sono l’Essere» (p. 19). Si lascino i concetti e l’intellettualismo al loro destino reificante, si torni a guardare il volo della farfalla, non i “fotogrammi” di tale lieve danza, che ci vengono offerti dall’idea e dai concetti: «Le tenebre della razionalità irrazionale celano l’ispirazione alla libertà e la voglia di narrare a perdifiato poemi eroici» (p. 21). Il protagonista della vicenda narrata in queste prose-poetiche, apparentemente una diversa dall’altra ma, in realtà, legate tra loro da un “filo aureo”, è un Heroe in senso tradizionale. Questi, non è semplicemente animato da Eros ma, nel tentativo di “maritare il mondo”, opera su se stesso e la realtà in termini magici, come ricordò nel Seicento ai suoi contemporanei, in un trattato ermetico, Cesare Della Riviera. Per dirla con Julius Evola, tale soggetto è conscio che: «Non esiste affatto una realtà “dietro” a un’altra realtà, ma esistono differenti modalità di sperimentare una sola cosa. Ciò che è materiale è il fenomeno, è la proiezione di un occhio materiale […] Se l’uomo cambia il proprio essere, allora percepirà la stessa realtà in altre forme […] Non esiste un mondo relativo e un mondo assoluto, ma uno sguardo relativo e uno sguardo assoluto». Gorlani e la sua esperienza esistenziale e spirituale insegnano a guardare la vita alla luce delle fulminazioni eroiche proprie dello sguardo assoluto: il nostro poeta mostra come azione e contemplazione siano in uno.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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