La questione settentrionale

Gilberto Oneto, instancabile paladino dell’indipendentismo padano, ha pubblicato nel 2008 il libro La questione settentrionale, nel quale fa il punto della situazione su questo tema che è la più grande novità introdotta nel panorama politico italiano quanto meno dalla fine della seconda guerra mondiale.

Nella prima parte del libro Oneto ripercorre i momenti storici fondanti dell’identità padana nell’antichità e nel medioevo: lo stanziamento celtico, l’invasione longobarda, il medievale Regno d’Italia che era limitato ai territori settentrionali della penisola, le Leghe dei liberi comuni e i fasti delle Repubbliche Marinare e del Ducato di Milano.

Dopo questo inquadramento iniziale l’autore mette a fuoco gli eventi della storia più recente, e in particolare del periodo risorgimentale che è fonte dei numerosi equivoci legati all’idea di Italia e, per contraccolpo, a quella di Padania. I primi conati di costruzione di uno stato unitario risalgono all’invasione napoleonica: in questo periodo nelle logge massoniche che formicolavano sotto l’invasione francese, comincia l’elaborazione di progetti unitari. Il complesso ricamo di libertà locali che era stato intessuto dagli antichi stati preunitari viene spazzato via dal centralismo giacobino imposto dalle nuove classi dirigenti di formazione illuministica. Tuttavia lo stesso Napoleone si rende conto che i territori italiani sono a tal punto disomogenei che decide di dividere la penisola in parti che riproducono grosso modo gli stati preunitari, con l’interessante eccezione del Nord Italia che viene inquadrato nella Repubblica Cisalpina. Il nuovo assetto istituzionale, comunque, era evidentemente poco gradito alla popolazione che insorse con furiose rivolte per tutto l’arco dell’occupazione napoleonica.

Nel periodo della Restaurazione le idee rivoluzionarie continuano a diffondersi e in Italia assumono particolare virulenza, anche se i primi “patrioti” hanno le idee molto confuse sulla concezione di “Italia”. Quasi nessuno in realtà ritiene che la penisola sia un’entità unitaria, e i più audaci si spingono a ipotizzare l’unione della Padania con l’Italia centrale. I progetti sabaudi di unificazione si riferiscono solamente al “Regno dell’Alta Italia”, mentre il vero ispiratore del mito unitario è Giuseppe Mazzini. Mazzini, rigido esponente dell’ortodossia massonica, vede lo stato italiano come un monolite che si estende dalle Alpi alla Sicilia e purtroppo questa tesi balzana e irrealistica fa grande presa sui giovani rivoluzionari assetati di utopie. Ispirati da Mazzini, i “patrioti” risorgimentali vogliono tenere unita l’Italia col ferro e col fuoco, senza tenere conto delle effettive aspirazioni dei popoli della penisola. Dalle vicende risorgimentali esce quindi sconfitta la linea federalista del Cattaneo, il cui motto era: “meglio vivere amici in dieci case che vivere discordi in una sola”. Inoltre se c’era un elemento che univa i popoli italiani era la Chiesa Cattolica, il cui radicamento era uniformemente diffuso su tutta la penisola, ma il Risorgimento è fenomeno quasi esclusivamente massonico e la partecipazione del mondo cattolico alle vicende risorgimentali è notoriamente poco rilevante. A riprova della scarsa adesione popolare alle ideologie rivoluzionarie sta il fatto che l’unità d’Italia è stata possibile a causa dell’ingerenza delle potenze straniere: la Francia che voleva indebolire il potente vicino austriaco, e l’Inghilterra che voleva eliminare la pericolosa concorrenza commerciale di Venezia e annientare lo Stato della Chiesa, nemico ideologico dei protestanti (nelle logge massoniche italiane c’era una folta rappresentanza di protestanti e di ebrei). Gli stessi Savoia sono sorpresi dalla velocità con cui Garibaldi abbatte il Regno delle Due Sicilie, mettendo i “patrioti” del Nord di fronte al dato di fatto di un’unità che era stata attuata troppo in fretta anche per i loro piani.

Il nuovo stato unitario mette assieme realtà che fino a quel momento non si erano adeguatamente confrontate. Nonostante la vicinanza geografica il Nord e il Sud avevano scarsi contatti commerciali e culturali, e la loro commistione sarà fonte di amare delusioni per gli stessi governanti italiani che, seppur imbevuti di spirito massonico, sono costretti a guardare in faccia la realtà: così Farini afferma che il Sud non è Italia ma Africa, e D’Azeglio arriva a ipotizzare la secessione del Nord!

Gli stessi meridionali sviluppano forti sentimenti autonomisti che trovano drammatici sbocchi nella diffusione del brigantaggio. La nuova classe dirigente elabora anche una divisione regionale del territorio italiano per lo più ispirata alle regioni delineate da Augusto e quindi non sempre rispondenti alle realtà effettive che si erano sviluppate dopo quasi due millenni di storia.

Lo stato italiano, essendo nato dalla guerra e dalla violenza rivoluzionaria, si configura fin da subito come stato di polizia e non tarda a far sentire il peso soffocante dell’oppressione fiscale. L’odiosa tassa sul macinato trasforma i mugnai in esattori: con logiche da campo di concentramento i cittadini vengono aizzati gli uni contro gli altri per indebolire le velleità di rivolta contro lo stato centrale. Infatti alla fine del XIX° secolo si risvegliano in Padania sentimenti antistatalisti che sfociano in episodi di rivolta e in tentativi di costituire movimenti politici autonomisti. A ridare fiato ai tromboni della retorica risorgimentale è la tragedia della prima guerra mondiale, nella quale ancora una volta la classe dirigente massonica tenta di fare gli italiani col ferro e col fuoco.

Nel periodo fascista la propaganda dello stato unitario arriva al parossismo, con leggi apposite che puniscono chi “deprime” il sentimento nazionale e chi attenta all’unità dello stato. Ma la dissoluzione del regime fascista mostra quanto fosse artificiale l’idea di nazione che Mussolini voleva imporre agli italiani. Le vicende della guerra civile ancora una volta spaccano l’Italia: dal 1943 al 1945 al Nord si scontrano furibonde passioni civili fra i nazifascisti che difendono la “Fortezza Europa” e i partigiani che si battono per la democrazia, mentre al Sud una popolazione sonnacchiosa governata da un Re-fantoccio sta alla finestra a guardare chi vince.

Nel dopoguerra la monarchia sabauda paga cara la sua indifferenza alla guerra civile con la sconfitta al referendum istituzionale, ma anche sotto il regime repubblicano la musica non cambia. Anzi proprio nel cinquantennio democristiano si assiste alla vertiginosa ascesa di una classe dirigente di origine meridionale che rappresenta il trionfo di un sistema di potere massonico-mafioso sotto il quale la Padania è stata sottoposta all’occupazione coloniale e a un’autentica rapina fiscale, fenomeni che hanno alimentato nei padani la percezione di uno “stato terrone” che vampirizza il Nord. Nel contesto della guerra fredda è ancor più difficile portare cambiamenti istituzionali a un sistema sempre più ingessato nelle logiche della corruzione e del clientelismo; non manca qualche generoso tentativo di dar vita a movimenti politici indipendentisti, ma nessuno di questi riesce a ottenere un seguito significativo. Oneto però richiama l’attenzione su un episodio davvero singolare: nel 1975 il comunista Guido Fanti, presidente della Regione Emilia-Romagna, elabora un progetto di aggregazione delle regioni che si affacciano sulla Valle Padana (a questo progetto collabora anche il giovane ricercatore Romano Prodi). Il progetto naturalmente viene subito affossato non solo dallo stato centrale, ma anche dal Partito Comunista la cui ideologia centralista e internazionalista è chiaramente incompatibile con qualsiasi richiamo alle identità locali, seppure in forme molto blande e sulla base di considerazioni economicistiche.

Con la fine della guerra fredda si verificano alcuni importanti cambiamenti anche in Italia: la classe politica del pentapartito è travolta dagli scandali e si affaccia sulla scena politica la Lega Nord, un soggetto politico che per la prima volta nella storia si pone come obiettivo l’indipendenza della Padania. Oneto dedica un capitolo del suo libro a Gianfranco Miglio, che è stato il più importante intellettuale che ha sostenuto l’ideologia indipendentista della Lega, anche se ha avuto rapporti a dir poco burrascosi con il movimento. L’idea base di Miglio è quella di aggregazioni macroregionali che possono unirsi fra di loro in virtù di un patto federale, secondo il modello cantonale svizzero. Nel 1995 Miglio aderisce alla “Libera Compagnia Padana”, l’associazione presieduta dallo stesso Oneto che è uno dei sodalizi più fattivamente impegnati per la libertà della Padania. Oneto ritiene che la concezione migliana di macroregione sia lo strumento ottimale per arrivare all’indipendenza della Padania, tuttavia non è escluso che lo stesso risultato si possa ottenere anche con le attuali regioni, qualora queste vengano dotate di opportune forme di autonomia.

La parte finale del libro è dedicata alle prospettive future del mondo autonomista. Nella fase iniziale la Lega è entrata sulla scena politica con una forza dirompente straordinaria e con un linguaggio provocatorio volutamente irrispettoso dei dogmi della correttezza politica. Sul piano dell’immagine la Lega ha saputo dar vita a trovate geniali e ben organizzate nel campo mediatico, spettacolare e sportivo (Telepadania, Radiopadania, Miss Padania, Nazionale di calcio Padana…). Il sistema, quindi, ha studiato vari metodi per assorbire il fastidioso inconveniente leghista, il più importante dei quali è il partito di Forza Italia, che nel suo stesso nome e nelle sue simbologie rappresenta gli aspetti più beceri e deteriori dell’italianità. Forza Italia ha raccolto voti moderati che rischiavano di finire alla Lega, costringendo la stessa Lega ad allearsi con Forza Italia per sopravvivere politicamente. In questo modo il messaggio indipendentista è stato annacquato e attutito, al punto che spesso i politici leghisti dimenticano che nello Statuto della Lega Nord c’è scritto che il movimento è finalizzato all’indipendenza della Padania. Tuttavia La Lega Nord è ancora capace di raccogliere brillanti successi sul piano elettorale, successi che mostrano come nell’elettorato ci sia voglia di identità e di indipendenza, sentimenti che si sono sviluppati anche a causa della spaventosa espansione della società multicriminale che rischia di travolgere perfino i fondamenti minimi di una qualsiasi società organizzata.

L’irrompere di un soggetto indipendentista sulla scena politica ha colto di sorpresa il sistema, che ha reagito riesumando una retorica patriottarda che nel XXI° secolo assume caratteri grotteschi. Tanto più che i richiami all’identità nazionale non vengono da uomini politici dell’estrema destra ultranazionalista, ma vengono da rappresentanti di ideologie internazionaliste, di matrice massonico-marxista, che hanno cancellato ogni traccia di sovranità nazionale: in particolare il mostro burocratico dell’Unione Europea, chiaramente ispirato a logiche neocomuniste, è il Moloch al quale gli oligarchi sacrificano le identità dei popoli. Nelle istituzioni internazionali questi politici considerano le identità nazionali come un fenomeno di “egoismi particolari”; in patria, invece, questi stessi uomini celebrano pompose cerimonie con inno nazionale e sventolio di tricolori!

Con tale atteggiamento schizofrenico gli oligarchi mondialisti riescono a imbarbagliare un’opinione pubblica che ha ormai perso la capacità di ragionare, rintronata com’è dal frastuono osceno della società dei consumi. Oneto ricorda giustamente che non è certo con il richiamo a questo concetto evanescente di “patria italiana” che si può contrastare la globalizzazione, ma piuttosto occorre recuperare il sentimento identitario di quelle “patrie carnali” che Alain de Benoist ha così ben descritto nelle sue opere.

In certi casi la repressione italiana contro l’indipendentismo è stata anche assai dura: tutti ricordano l’episodio dei “Serenissimi”, un gruppo di patrioti veneti che nel 1997 ha issato la bandiera veneta sul campanile di San Marco. Si trattava solo di un’azione dimostrativa e non violenta, ma lo stato italiano è intervenuto con una prontezza straordinaria e con una persecuzione giudiziaria infinita nei confronti dei “Serenissimi” (sarebbe opportuno vedere altrettanta efficienza nello smantellare le numerose organizzazioni criminali e mafiose che dilagano in Padania…).

Gli orizzonti che si prospettano non sono certo rosei: le attitudini criminali e parassitarie dei meridionali italiani vanno ad aggiungersi a quelle, analoghe ma ancor più pronunciate, degli immigrati extracomunitari. La propaganda unionista risponde con argomentazioni risibili, affermando che gli immigrati meridionali al Nord avrebbero fatto la fortuna del produttivismo padano e che i lavoratori extracomunitari sarebbero venuti per pagare la pensione agli italiani. La triste realtà è che la pressione fiscale e la repressione delle libertà individuali hanno di fatto trasformato i cittadini in internati di un Gulag. A livello istituzionale non c’è da aspettarsi nulla di concreto: la classe politica è schiava dell’ideologia mondialista, e il sistema è strutturato in modo tale da mettere a tacere le voci di dissenso, perché nessun parlamentare rinuncerebbe ai lucrosi privilegi connessi alla sua condizione. Purtroppo i dirigenti leghisti si guardano bene dal correre rischi eccessivi, e tendono ad avere un atteggiamento accomodante col mondo istituzionale, per cui la spinta che viene dalla base si incaglia nelle secche del consociativismo italico. In questo modo le ideologie forti vengono escluse dal dibattito politico e il sistema assume sempre di più un’inquietante fisionomia totalitaria. Occorre constatare, infatti, che nei sistemi sedicenti “democratici” la lista dei reati d’opinione si allunga a dismisura: di questo passo c’è da temere che i cittadini saranno accusati del solo fatto…di esistere!

La storia della Padania si presenta come una serie di occasioni mancate; in alcuni momenti è sembrato che i padani fossero sul punto di costruire un loro stato unitario con caratteristiche federali, ma l’occasione è sempre sfumata. Una sorta di maledizione, o forse una tendenza al particolarismo insita nelle popolazioni celtiche. Eppure mai come oggi l’obiettivo sembra a portata di mano: anche se nessuno si illude sulle difficoltà della battaglia indipendentista, sta di fatto che si è sviluppata una coscienza identitaria che ha tutti i presupposti per maturare e per crescere. Occorre, pertanto, che i patrioti padani che hanno a cuore la libertà della loro terra si adoperino per la diffusione di idee alternative e per l’organizzazione di iniziative di impegno civile volte a svegliare le coscienze dal torpore per costruire una civiltà della libertà e della responsabilità, una civiltà che altrimenti rischia di essere cancellata per sempre dalla globalizzazione.

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Gilberto Oneto, La questione settentrionale, I libri di Libero, 2008, pp. 312.

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Michele Fabbri ha scritto il libro di poesie Apocalisse 23 (Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2003). Quella singolare raccolta di versi è stata ristampata più volte ed è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo e portoghese. Dell’autore, tuttavia, si sono perse le tracce… www.michelefabbri.wordpress.com
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80 Responses

  1. Petesch
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    Il punto è proprio questo: nessuno si dispiace del Suo sentirsi italiano, l'importante è che Lei rispetti gli altri e non pretenda seriamente che l'area cisalpina sia Italia.
    Non mi sembra che nessuna l'abbia invitata con la forza a prendere parte a questi dibattiti.
    La biondezza, i normanni (cioè francesi) in meridione: appunto, forse non è chiaro, ma biondezza non è sinonimo di fisionomia nordica, e in ogni caso, a me di sicuro, ma anche alla linea padanista, il nordicismo (nel senso di razza nordica) non interessa, inoltre in demografia storica, genetica, ecc. i Celti non appartenevano al biotipo definito "nordico".
    L'idea che il padanismo (meglio – lombardismo) si basi su idee nazistoidi di "alto, biondo, ecc." è una pura invenzione meridionalista.

  2. Petesch
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    Constato l'impossibilità da parte sua di capire che per esempio in "Noi Celti e Longobardi" Ciola non sta dicendo niente di strano, non sta dicendo che siamo svedesi, o altro, se non confutare l'autentica sbornia risorgimentale.
    Bene per le virgolette con "altoatesino" infatti è un termine di pura fantasia che oggi non usa più nessuno.Inoltre trattasi di falso perchè l'Oberetsch/alto Adige è una sottozona verso Bolzano e non il tutto.

  3. Petesch
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    Le particolarità sono quelle tra Toscana, che è il Norditalia, l'Umbria, il Lazio e la Sicilia. Naturalmente ad essere fantomatica e inesistente è l'Italia-stato, ma lo sanno tutti. La Valle del Po non esiste?ovviamente la nazione Padana, meglio Lombardia esiste, la Lombardia come lingua e nazione esiste da circa un millennio. L'idea dalle Alpi alla Sicilia è uno slogan politico vuoto vecchio di decenni.

  4. Petesch
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    Macchiavelli e compagnia bella sono peninsulari, e logicamente colonialisti, è una nemesi antica. La nostra situazione (che passa per il confine tra le due Europe citato anche da Miglio) è assolutamente difforme rispetto alla Francia e alla Spagna. Negli altri casi rispetto a noi sono un monoblocco di omogeneità (germanici, slavi). Il bavaresismo sì è puro campanilismo. Qualsiasi insegnante di storia dell'Europa centro-orientale o slavista sa che serbi e croati corrispondono a province della stessa regione italiana, che si siano macellati non cambia la loro omogeneità.

  5. Musashi
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    Peninsulari e colinalisti!
    questa è bella!

    Dio santo ! ma cosa avete nel cervello??

  6. M.K.
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    Io non ho imparato il tedesco “dall’oste”, come detto con tipica supponenza, ma alla Freie e alla Humboldt (non specifico cosa sono a un uomo di tale levatura), poi ho passato il concorso per il bilinguismo a Bolzano (dove i veri italiani, i peninsulari, chiedono cos’è il vin brulè alla guida che lo traduce in “italiano”! dal tedesco Glühwein!), perché la BRD fa “schifo, paura e terrore”*. Adesso mi occupo di linguistica ma in origine ero un interprete e traduttore (e insegno davvero, io). La “luftwaffe” come la chiami tu, è storia ancora attuale proprio in “alto adige”.

  7. M.K.
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    Sarà dal logo “umbro-toscano” di Casa Modena che nascerà questa idea per cui siamo una specie di anconetani. A proposito per quel nome: in ”Emilia”, che è Lombardia e non è Bologna, non è Umbria, Toscana, ci si chiama VERAMENTE Waldemar, Wainer, Wilmer, Widmer, Wolmer, o in alternativa con le –V. Non so, crederete che ci si chiami Rosario..A Mantova e Reggio parliamo più tedesco che a Trento (realmente). Anche perché Reggio-Modena-Mantova-Trento sono un unico asse. L’”Emilia” inventata dai manovali di Mazzini (Correnti, Maestri, con un annuario meteorologico) Reggio, Mantova, Modena, Lodi, Piacenza, fino a Verona sono un unico territorio che non c’entra niente con la (ottima) Romagna. Non crederà M. all’”Emilia”? o che Bologna sia il reale capoluogo di tutta la regione amministrativa?

  8. M.K.
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    Anni di guerriglia austro-estense modenese-parmigiana con tanto di colonia in esilio a Linz, 40 anni di Boje anti-italiana nelle nostre pianure (modena, verona, lodi, la stessa zona) culminata con la strage di Bava Beccaris (che sicuramente Musashi approva) contro la sommossa per l’indipendenza a Milano, con appoggio svizzero, reinventata come “rivolta degli stomaci” alla renzo e lucia…Milano aveva la seconda centrale elettrica del mondo.
    E la ww1 è stata fatta da Roma solo per il motivo di inventare una nazione dopo questi fatti, anche se a tutt’oggi il mondo storico non considera l’Italia parte della ww1, ma combattente la sua 4ta guerra del risorgimento (che mai ha avuto un sorgimento).

  9. M.K.
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    Montecuccoli era un austriaco, vedasi definizione originale di Austria (che non è di per sé tedesco anche se montecuccoli deriva da Küchel-Berg in versione franca, non da “cuculo”..), come il Principe Eugenio di Savoia, il Prinz Eugen dei titoli militari e della canzone militare tedeschi. Ma di quale Impero stiamo parlando? Loro erano anche comandanti del loro Impero, nel frattempo a Istanbul abbiamo il quartiere –Calabria Nuova- con una fiorente comunità di Visir, ammiragli, abbiamo Dionigi Galeni alias Uccialì Ucchialì o Uluk Alì. E Evola per primo è contro al ruolo dell'Italia nel 15-18 ("vinciamo le guerre che dovremmo perdere..")

  10. M.K.
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    Vorrei solo concludere la prima parte, e poi ho finito, grazie. – ma guarda un pò dopo tanto tempo..qualcuno da pseudo-lezioni di tedesco, con presunzioni completamente fuori luogo, dice “somari” e poi inventa una filologia su “kuchen” (dal Küchel di Küchelberg-Montecuccoli) chiamando turisticamente l’organo maschile "schwanzstück" (= il taglio della picanha?, o voleva dire schwanz? dal film "Frankenstein jr."?) o inventando “pan” accostato a cibi tedeschi mettendosi in competizione coi professionisti del settore (interprete a Bruxelles) perché si è studiato un po’ di tedesco nella scuola privata della propria provincia (il Goethe di Roma come se fosse sinonimo di Berlino, Monaco)