Eliade, il sacro ai raggi X

Interrompere il quotidiano. La costruzione del tempo nell'esperienza religiosa Se un lettore mi chiedesse di indirizzarlo nel campo della storia delle religioni, gli consiglierei di cominciare con la lettura delle opere di Mircea Eliade perché non soltanto insegnano a comprendere correttamente le tradizioni religiose che hanno preceduto la Rivelazione, ma le intendono come una serie di tentativi di prefigurare il mistero dell’Incarnazione: «Tutta la vita religiosa dell’umanità», scrive nel Trattato di storia delle religioni, «vita religiosa espressa attraverso la dialettica delle ierofanie, sarebbe da questo punto di vista null’altro che l’attesa di Cristo».

Lettore attento di Eliade, l’ho frequentato durante i suoi soggiorni romani o parigini. In quelle lunghe conversazioni mi ribadiva i cardini della sua ricerca. In primo luogo la “simpatia” con cui affrontava ogni tradizione religiosa, cercando di descriverne la struttura senza sovrapporle la sua fede di cristiano ortodosso ma anche senza l’atteggiamento algido dell’entomologo.

Quando cominciò a occuparsi di questi temi capì che era necessaria una rivoluzione: si doveva adottare «la simpatia intelligente dell’ermeneuta. Capivo che dovevo mutare la procedura stessa della ricerca», diceva. «Questa convinzione ha guidato la mia ricerca sul significato e sulla funzione dei miti, sulla struttura dei simboli religiosi e in genere della dialettica fra sacro e profano».

Mircea Eliade, Il mito dell'alchimia seguito da L'alchimia asiatica Alla base dei suoi studi vi era la constatazione che in tutte le civiltà grazie alle ierofanie, alle epifanie del sacro nel visibile, si riscontra l’esperienza primaria di una realtà assoluta, trascendente, mediante la quale il mondo assume un senso organico. «Senza la percezione che c’è qualcosa di assoluto non sarebbero possibili né la coscienza né l’attività mentale. L’uomo diventa un essere umano quando scopre l’esistenza di un ordine fondato da un essere sovrumano». Da questa primaria esperienza è nata la religione cosmica che è il substrato di ogni tradizione e ha ispirato simboli e miti. I quali miti fondano letteralmente una civiltà, sono modelli esemplari per la condotta umana e conferiscono senso e valore all’esistenza.

Si deve riconoscere allo studioso rumeno anche un altro merito, di avere usato nei suoi saggi, anche in quelli dedicati a fenomeni particolari, un linguaggio facilmente comprensibile per chi non sia uno specialista. D’altronde non a caso la monumentale Enciclopedia delle religioni, di cui esce in questi giorni in Italia il sesto volume, dedicato alle Religioni del Mediterraneo e del Vicino Oriente (Città Nuova-Jaca Book), è stato l’ultimo suo progetto, nato dalla preoccupazione di rivolgersi non soltanto agli addetti ai lavori ma anche all’uomo colto per liberarlo da una serie di pregiudizi sul fenomeno religioso che si erano radicati nel corso del secolo XX.

L'uomo e i simboli L’Enciclopedia uscì negli Stati Uniti nel 1986, organizzata in voci stampate in ordine alfabetico. Ma quando si trattò di tradurla in Italia ci si accorse che il nostro sistema bibliotecario, diversamente dal nordamericano, non poteva assorbirne un’edizione sufficiente a coprirne i costi; occorreva venderla anche in libreria e ratealmente. Per renderla più appetibile si decise di riorganizzare le voci non più per ordine alfabetico ma all’interno di volumi tematici. Il progetto fu affidato a Ioan P. Couliano, il discepolo prediletto da Eliade, che nel 1990 fu ucciso misteriosamente all’università di Chicago per motivi che non si sono mai conosciuti.

Gianfranco Bertagni, Lo studio comparato delle religioni. Mircea Eliade e la scuola italiana I curatori dell’edizione europea, Dario M. Cosi, Luigi Saibene, docenti di storia delle religioni rispettivamente a Padova e all’Università Cattolica di Milano, e Roberto Scagno, che insegna lingua e letteratura romena a Roma, hanno portato a compimento questa nuova sistemazione; ma ci vorrà almeno un decennio per pubblicare gli altri 12 volumi previsti. Il pregio di quest’opera non è tanto nelle singole voci, non tutte a dire il vero esaurienti, quanto nell’impostazione generale eliadiana che ha sfatato molti luoghi comuni delle culture riduzioniste del Novecento, come ad esempio il dogma di derivazione gramsciana che considera le tradizioni popolari come culture subalterne a quelle delle classi dominanti mentre esse, più complesse di quel che si crede, sono residui di una sapienza arcaica amalgamata nei secoli, grazie a un lento processo sincretistico, con la religione che era loro succeduta.

Come ha osservato Eliade nella prefazione al primo volume, certi modelli-mitico-rituali ancora presenti tra i contadini dell’Europa centrale e sud-orientale agli inizi del secolo XX conservavano antichissimi frammenti mitologici e rituali, già scomparsi nell’antica Grecia prima di Omero.

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Tratto da Avvenire del 12 settembre 2002.

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