La leggenda metropolitana della “occasione perduta”

Gianfranco de Turris

Giornalista, vicedirettore della cultura per il giornale radio RAI, saggista ed esperto di letteratura fantastica, curatore di libri, collane editoriali, riviste, case editrici. E' stato per molti anni presidente, e successivamente segretario, della Fondazione Julius Evola.

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Una risposta

  1. fabio ha detto:

    Complimenti a Gianfranco De Turris, ha scritto esattamente quello che io, nel mio piccolo, penso da tempo. Mi permetto di aggiungere anche qualche mia modesta opinione. Non dobbiamo dimenticare l’affermazione di Amadeo Bordiga: “L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo” frase che ritrova una sua attualità anche in questo periodo. A mio parere il ’68 ha sdoganato la parte peggiore del popolo italiano, o meglio, un determinato aspetto dell’italianità: l’insofferenza per l’autorità e le regole che da questa ne derivano. Il ’68 si è dimostrato, in primo luogo, un movimento di decostruzione e disorganizzazione, la sua prospettiva non era di carattere propriamente rivoluzionario: delegittimare un ordine per sostituirlo con un altro, quindi un giro di 360° che effettivamente soddisfa il termine “rivoluzione”. No, quel movimento fu di carattere prevalentemente distruttivo: le macerie del vecchio dovevano rimanere tali, non ci sarebbe dovuto essere un nuovo ordine. Così è stato. Mi ricordo anni in cui solo il pretendere un ordine logico-gerarchico delle questioni sociali era sufficiente per sentirsi dare del fascista. Ricordo quando con il 6 politico si pretendeva che chiunque, indipendentemente dalle capacità personali, potesse pretendere una laurea o un diploma ecc. L’antifascismo, giusto e sacrosanto se entro certi livelli di consapevolezza e raziocinio, è stato paranoia quando è stato portato all’esasperazione. Il grande successo del comunismo e/o della sinistra in Italia è stato possibile perchè si è guardato a questa ideologia attraverso la lente deformante dell’antifascismo, dimenticando che anche il comunismo si è espresso nella storia attraverso dittature non meno violente. Tutto quello che facevano nell’Unione Sovietica era bello e giusto: invasioni comprese. Tuttavia, l’interpretazione fallace del comunismo è stata funzionale a quell’elemento di italianità di cui sopra: lo sbraco becero, l’accesso a tutto senza chiedersi se si è all’altezza; il voler ridurre tutto alla propria portata, spesso modesta. C’è chi sostiene, come il filosofo Diego Fusaro, che forse lo stesso Berlusconi è un fenomeno figliato dal ’68. La scuola è stata la prima vittima del ’68 e continua ad esserlo: i docenti italiani, oltre ad essere i più mal pagati d’Europa, sono stati spogliati di qualunque autorità. La scuola, sembra non avere più il compito di educare ma, più che altro, quello di intrattenere i ragazzi. Non si deve far pensare ai giovani che studiare è, comunque, fatica e impegno. Siamo una società di non lettori e di non studiosi che, però, si sentono in diritto di sentenziare su tutto: è pieno di genitori che fanno l’ortolano, l’imbianchino, l’impiegato o il ragioniere che intendono d’insegnare agli insegnanti dei loro figli come si fa a stare in una classe. Siamo pieni di magistrati e giudici da “Porta a Porta” che sentenziano da colpevolisti o innocentisti sui fatti di sangue della cronaca. Sta di fatto che servivano dei direttori stranieri per far funzionare i musei italiani. La nostra unica preoccupazione è quella di essere riformisti e modernisti ma senza riformare mai niente perchè, in fondo, ci piace così. Siamo uno dei paesi più corrotti del mondo ma il vero problema, per noi, è l’imminente ritorno del fascismo. Intanto insegnanti e poliziotti vengono malmenati dai nipotini del ’68. La retorica del partigiano e del 25 aprile continua ancora oggi a dividerci e quando un giornalista di sinistra come Paolo Pansa ha cercato, con i suoi libri, di ripristinare un minimo di obiettività ha rischiato il linciaggio da parte della sinistra stessa. Probabilmente la mia è un’analisi semplificata ma non credo troppo lontana dalla verità.

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