Sotto il segno del pipistrello

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La pandemia da Covid-19 ha cambiato le nostre vite. Il mondo, dal gennaio scorso, dopo che le autorità cinesi comunicarono alla Organizzazione mondiale della sanità che un’inedita tipologia di Sars, con sintomatologia simile alla polmonite, si era diffusa nella città di Wuhan, sede, peraltro, di istituti di ricerca dediti a sperimentazioni tecnologiche e biomediche,  ha consapevolezza che nulla è più come prima. Un nemico invisibile si è insediato nelle nostre vite, il virus, determinando uno sconquasso sanitario. A seguito dei provvedimenti di «chiusura» generale assunti dai governi dei paesi colpiti dal virus, l’epidemia ha prodotto anche un disastro economico senza precedenti. Una delle più significative registrazioni dello stato di malessere, di crisi, indotto dal nuovo venuto invisibile, la si deve a Gennaro Malgieri, nel suo Sotto il segno del pipistrello. Dentro la pandemia. Un diario (gennaio-maggio 2020), nelle librerie per fergen editore (per ordini: info@fergen.it, pp. 199, euro 12,00).

Si tratta di un diario scritto in parte a Solopaca, paese d’origine dell’autore, e in parte a Roma, città di residenza, in cui sono stati riportati i fatti più rilevanti connessi alla pandemia, ma nel quale non mancano spunti di riflessione etica, religiosa, storica e politica, suggeriti, in più di una circostanza, dal riaffiorare dei ricordi.  Il tono è accorato, agile la prosa. Quello di Malgieri è, innanzitutto, un testo introspettivo, nel quale emerge l’atteggiamento stoico nei confronti della vita, centrato sulla virile accettazione del qui ed ora, anche quand’esso si presenti con le fattezze della morte incombente: «l’alieno invisibile mi ha ridotto ad un essere svogliato […] animato soltanto da un principio elementare di conservazione» (p. 15).  Il virus ci ha posto di fronte al dato brutale della vita, al dato biologico ed entropico, rispetto al quale, nella società liquida, in cui «sopravviviamo» da decenni: «non abbiamo parole per pregare, né fedi da invocare, né illusioni da coltivare. Abbiamo bruciato tutto nel braciere dell’effimero» (p. 19). E’ così che, d’improvviso, un mondo che ha fatto di tutto per negare la morte, è stato costretto a confrontarsi con questa grande esclusa dalla civilizzazione moderna. Siamo tornati, davanti alle immagini dei camion militari che, nottetempo, trasportavano centinaia di cadaveri ai forni crematori, a prendere atto del nostro heideggeriano esser-per-la-morte. Fortunatamente, rileva Malgieri: «La pandemia è una meditazione sulla morte, ma anche sulla vita […] l’epifania di una rinascita» (p. 22).

La pandemia potrà trasformarsi in qualcosa di positivo se, da essa, sapremo imparare qualcosa e, meditando la morte, riusciremo come sosteneva Konrad Lorenz, evocato dall’autore più volte, a: «diventare cittadini spirituali del mondo» (p. 24). Il grande etologo austriaco ci ha insegnato, inoltre, il principio di conservazione essere legato all’aggressività. Se si tornerà a realizzare, in modo equilibrato, la sintesi dei due principi, rifioriranno comunità solidali ed ordinate, costruite sul principio d’autorità. Per che ciò accada, è prioritario il recupero di un rapporto sintonico con la natura (altro tema presente nello stoicismo). Bisogna tornare a guardare al colere, all’attività del coltivare propria degli agricoltori, quale paradigma antropologico da rinnovare: «saggezza antica, saggezza di sempre. Il fondamento dell’autorità è nell’esempio» (p. 32). Si tratta di confrontarsi con l’ombra, con le forze oscure, ben rappresentate, sotto il profilo simbolico, dal pipistrello diffusore della malattia. Oltre alle considerazioni etiche ora riportate, il diario si intrattiene, in più luoghi, sulle scelte politiche europee ed italiane, evidenziandone i limiti evidenti. All’inizio della pandemia: «Quel che dall’Europa è arrivato è stato il boato di accuse all’Italia immaginando […] che il problema sarebbe stato tutto nostro, dei “soliti italiani”» (p. 56).

In seguito, il virus ha spinto l’Europa, per ora solo nei proclami e sulla carta, a mettere fine alle scriteriate politiche economiche dell’austerità. Il virus ha fornito, da questo punto di vista, un’occasione preziosa alle oligarchie finanziarie  (non sto parlando, si badi, di alcun complotto!) per evitare di confessare pubblicamente il fallimento delle scelte imposte ai popoli europei sotto il profilo economico-sociale: «Il virus del liberismo aveva già attaccato le cellule della comunità di tutto il mondo. Abbiamo disboscato, desertificato […] ci siamo appropriati dell’avvenire consumandolo voracemente» (p. 62). Sia in Europa che in Italia, inoltre, ci sono state evidenti sottovalutazioni della pericolosità del Covid-19 e pochi opinionisti hanno trovato la forza di indicare con chiarezza le responsabilità cinesi. La crisi pandemica, inoltre, soprattutto in Italia, ha tolto la maschera alla presunta democraticità del Nuovo Regime, la governance. La cosa, come opportunamente ricorda Malgieri, è stata compresa dal filosofo Giorgio Agamben, il quale si è chiesto: «Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte ad una malattia?» (p. 160). La risposta la fornì, al termine del Secondo conflitto mondiale, il filosofo Andrea Emo, il quale rilevò come, ab origine, la democrazia liberale avesse tratto totalitario, monoteistico, epi-demico nel senso greco del termine: un sovrapporsi delle istituzioni e dell’apparato «sul» popolo, detentore, solo a parole, del potere politico e della libertà.

Il virus non produrrà certo la fine del mondo, semmai come intese in modo profetico Julius Evola, la fine di un mondo, quello moderno, il cui stato pre-agonico il filosofo aveva presentato in questi termini in uno scritto comparso sulla rivista, La Torre nel 1930. Quello che sta tramontando mestamente, scrisse il pensatore, è il mondo il cui valore portante è la fratellanza universale, il livellamento generalizzato. E’ il mondo in cui da tempo i popoli non fanno che obbedire all’onnipotenza della società, giammai a dei Capi! Gli uomini della nostra epoca sono stati: «scientemente liberati dall’Io e dallo spirito […] parti impersonali nell’immane agglomerato sociale […] Il loro pensiero e il loro modo di sentire e di giudicare avrà carattere assolutamente collettivo». Gli uomini della società liquida sono ammaestrati e vivono una piacevole, sanissima, sportiva, condizione da «animali domestici». Questo lo stato delle cose: «da un punto di vista spirituale, che è quello che a noi importa di più, la fine del nostro mondo,è già avvenuta».

Il libro di Malgieri può, pertanto, essere valido strumento per preparaci al possibile Nuovo Inizio della storia europea, in cui gli uomini non saranno più inclini: «ad adeguarsi ai voleri di una sorta di Leviatano che ha […] limitato le nostre libertà»  (p. 146).

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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