Nietzsche e i Greci

L’esperienza speculativa ed esistenziale di Friedrich Nietzsche rappresenta uno spartiacque nella storia del pensiero europeo, che distingue due epoche diverse della filosofia: prima di Nietzsche e dopo di lui. Questa affermazione trova conferma nel volume Nietzsche e i Greci. Tra mito e disincanto, nelle librerie per l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici press-Scuola di Pitagora (pp. 175, euro 18,00), a cura di Ludovica Boi. Il volume raccoglie una serie di contributi sul tema “Nietzsche e i Greci”, elaborati durante due giornate di studio, tenutesi il 21 e il 22 ottobre 2019 presso la sede dell’Istituto di Palazzo Serra di Cassano in Napoli. Si trattò di incontri seminariali organizzati all’interno del progetto I greci nello specchio dei moderni. Il libro è costituito di due parti, ognuna delle quali contiene tre saggi. La prefazione è firmata da Francesco Fronterotta, mentre l’introduzione è opera della curatrice.

L’idea centrale, che attraversa tutti i saggi, è l’esistenza di una sostanziale continuità filologica-filosofica nell’iter del pensatore di Röcken. Boi rileva che: «Se è innegabile che Nietzsche non ha mai concesso lodi al metodo storicista […] è altrettanto vero che l’habitus filologico si radica in lui sin dagli anni giovanili e mai lo abbandona» (p. 13). La filologia è stata, di fatto, lo strumento con il quale il pensatore dell’eterno ritorno ha dato ordine alla propria natura intuitiva e geniale. Nietzsche l’ha trasformata in: «perizia da orafi che contrasta l’accelerazione della tarda modernità […] con le sue letture superficiali e affrettate» (p. 13). Da un punto di vista generale, la civiltà greca si è rivelata, per il filosofo, segnavia irrinunciabile della propria ricerca, coinvolgimento intellettuale vissuto intensamente. Delle due cose, dunque, deve tener debito conto chiunque si cimenti nell’esegesi del percorso teoretico del tedesco, che non può essere distinto in “fasi” rigidamente contrapposte, in quanto evidenzia tratto unitario. Nietzsche, pur volendo riproporre il modus vivendi ellenico, resta un moderno, nel quale l’istanza epistrofica si coniuga con la volontà di demitizzazione. Attorno a tale ambiguità, gli autori hanno sviluppato il loro lavoro ermeneutico.

Gherardo Ugolini legge La nascita della tragedia in chiave anti-aristotelica, soffermandosi, in particolare, sulla decodificazione della “catarsi tragica”. In tema, all’epoca, avevano rilevante considerazione le letture di Lessing, Goethe e Bernays. Il primo è stato latore di un’esegesi “morale” della catarsi, il secondo la interpretò alla luce dell’autonomia dell’estetico, il terzo in chiave “medico-patologica”. Nietzsche non è convinto dell’esistenza nelle rappresentazioni tragiche di una liberazione “morale” e, pur mutuando il linguaggio di Bernays: «non crede affatto al potenziale terapeutico insito nella tragedia» (p. 38). Egli nega che possa esservi una risoluzione “positiva” della condizione tragica, in quanto la tragedia riproduceva l’estasi dionisiaca. Nella tragedia attica si palesava lo scaricarsi del dionisiaco, testimoniato dal Coro, nel mondo delle immagini apollinee. L’unica catarsi possibile si dava, pertanto, nel dionisiaco: «inteso come dissoluzione delle categorie identitarie e spazio-temporali» (p. 43). A tale concezione egli si mantenne fedele fino alle opere della maturità. Dioniso, come colto da Boi, è il fil rouge sempre presente in Nietzsche. Negli scritti giovanili, egli allude all’“unità essenziale” (Ur-eine), esperibile attraverso il superamento del principuum individiationis nell’esperienza estatica. Lo pensa, in forza dell’influenza schopenhaueriana, in termini trascendenti. Successivamente, grazie alla lezione tratta dai Preplatonici e in particolare da Eraclito, si avvicina alla coincidentia oppositorum. Negli scritti più tardi, sarà proprio la riflessione sulla potenza di Dioniso a determinare nella sua visione la: «dissoluzione dell’opposizione di divenire ed essere, attimo ed eternità, “mondo vero” e “ mondo apparente”» (p. 50). In questa fase, l’“unità essenziale” sarà esperita in termini di pura immanenza, oltre qualsivoglia dualismo ontologico e metafisico. Conclusivamente: «Nietzsche radicalizza gli assunti già operanti nella Geburt, affermando, […] una divinizzazione del divenire» (p. 51). Più in particolare, Dioniso simbolizza la totalità dell’essente, egli insegna all’umanità che la morte è legata alla vita. Per chi scrive, tale superamento del dualismo rappresenta il lascito più significativo del filosofo, che riemergerà nel Novecento in Deleuze, Klossowski e nell’idealismo magico di Evola.

Max Bergamo si occupa del “carattere misto” di Platone. Per l’esegesi, utilizza fonti inedite quali gli appunti del brillante allievo di Nietzsche, Jakob Wackernagel. Con “carattere misto”, Nietzsche intende riferirsi a Platone, leggendolo quale filosofo in cui si fa sentire ancora l’eco della Sapienza arcaica ellenica pitagorico-eraclitea-socratica, presente finanche nella scelta dialogica, rispetto alla quale, al medesimo tempo, la speculazione dell’Ateniese segna una netta cesura introducendo il dualismo onto-gnoseologico. Il tratto “non-originale” di Platone sarebbe stato desunto da Nietzsche dalla lettura di un brano di Diogene Laerzio. Valeria Castagnini si intrattiene sulla vita dello studioso nel periodo giovanile: «esponendo la connessione tra la scelta della professione accademica […] e il temperamento proprio del giovane Nietzsche» (p.16). Si comprende come, in tal modo, la studiosa abbia fatto proprio un elemento qualificante dell’insegnamento nietzschiano, vale a dire l’imprescindibile relazione di vita e pensiero, di esistenza e scienza. Edmondo Lisena si occupa del rapporto del filosofo con i Greci attorno all’ “anno mirabile” 1875. In quel frangente storico, il pensatore era fermamente convinto che solo un pensiero dal tratto “impuro”, fosse atto a reagire di fronte all’illogicità del reale, alla dimensione caotica della vita. Infine, Andrea Orsucci esercita la propria analisi sulle pagine di Umano, troppo umano, tenendo conto della crisi dei fondamenti del sapere che si manifestava alla fine del secolo XIX. La genealogia dello spirito libero sarebbe sorta all’interno di un confronto serrato con gli sviluppi della scienza.

Un volume collettaneo di estremo interesse, che immette nel cuore vitale della filosofia di Nietzsche: la potestas dionisiaca.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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