L’uomo in America

Nella sua classica opera sul capitalismo Werner Sombart come parola d’ordine del capitalismo stesso nella sua fase ultima aveva dato giustamente la formula: «Fiat productio, pereat homo». La civiltà capitalista nelle sue forme estreme, realizzatesi essenzialmente come un civiltà della produzione, nella quale l’uomo ha valore essenzialmente in quanto inventore di congegni e produttore di cose. La mancanza di ogni considerazioni umana pel singolo quale lavoratore aveva definito quelle forme brute di capitalismo che dettero nascita, per reazione, alle varietà del socialismo.

Considerando gli ultimi sviluppi, sulla stessa direzione vediamo preannunciarsi una fase nuova. Negli Stati Uniti vediamo diffondersi sempre più l’interesse per lo studio delle cosiddette “relazioni umane nell’industria”. In apparenza, sembrerebbe una rettificazione; in sostanza è qualcosa che porta ancor più giù. Ecco di che si tratta.

Gli imprenditori capitalisti e i dirigenti delle aziende si sono accorti che il “comportamento umano” è fattore importantissimo ai fini della stessa produzione. Essi si sono cioè accorti che è un errore trascurare l’individuo nell’industria, i suoi sentimenti, i suoi moventi, la sua vita come persona, in sé e nel sistema delle relazioni di cui si compone una grande fabbrica. E ciò perché? Forse per un inaspettato interesse per lui appunto in quanto uomo? Per nulla: perché studi adeguati hanno dimostrato che non curando tutti questi elementi il risultato costante è un abbassamento della produzione e del rendimento dell’animale umano.

Ecco dunque tutto un gruppo di ricerche e di inchieste sulle relazioni umane nell’industria (abbiamo sottomano uno dei libri più recenti e completi: B. Gardner e G. Moore, Human relations in industry, Homewod, Ill. 1952), studi che essenzialmente sulla base del cosiddetto behaviourism (la teoria dei comportamenti) si son posti per compito un’analisi minuta dei sentimenti e delle reazioni degli impiegati e degli operai sulle situazioni di lavoro, con lo scopo preciso di definire in pari tempo le tecniche migliori per ovviare tutti i fattori che possono ostacolare un massimo di produttività. Così non è da parte degli operai o dei sindacati che vengono prese iniziative del genere, bensì da parte delle stesse imprese affiancate da specialisti tratti dai vari Colleges. Non diversa deve essere stata la cura dei più intelligenti proprietari di schiavi dell’antichità, preoccupati del vigore e del morale di questi ultimi come lavoratori.

Chi non ha letto qualche libro di tale indirizzo non può farsi un’idea del punto in cui giunge questo affettuoso interesse. Non vi è aspetto dell’esistenza e della psicologia del lavoratore che venga trascurato, e l’indagine non si restringe alla sua vita di fabbrica ma investe anche il suo ambiente sociale e il complesso delle sue relazioni. I vari incentivi e le varie motivazioni sono studiati accuratamente; del pari lo è ogni forma di comportamento e di variazione di comportamento ai vari livelli della gerarchia aziendale per effetto di diversi tipi di lavoro, di organizzazione, di procedura, di regolamentazione di “interazione”. Dalla psicologia si passa più o meno alla stessa psicanalisi. Così nei casi in cui l’operaio è addetto a un lavoro abitudinario e ripetitivo che non impegna molto della sua attenzione, ci si preoccupa pel fatto che la sua mente può vagare, può pensare ad altro alimentando idee o aspettative tali da influire poi negativamente sul suo rendimento.

La profilattica – sempre a cura e nell’interesse dell’impresa – si estende alla vita personale che nelle fabbriche americane sta diffondendosi assai l’uso del cosiddetto personnel counseling. Si tratta di consultori ove gli specialisti cercano di allontanare le ansietà, le agitazioni, i fattori di non-adattamento psichico, i “complessi” degli operai, qualunque essi siano, fino a consigli circa la più intima vita privata, circa divorzi, decisioni familiari, ecc. e quanto altro, preoccupando il singolo, può pregiudicare il suo rendimento come animale produttivo spensierato. Una tecnica fra le più consigliate è quella, schiettamente psicanalitica, del “far parlare” e vengono messi in rilievo i risultati sorprendenti che, ai fini del rendimento, derivano dalla “catarsi” ottenibile per tale via.

Si può dire che qui si ha l’equivalente di una cura applicata delle anime sempre allo stesso fine disinteressato. Un po’ strano è solo che su questa via non sia stato ancora abbastanza affrontato il problema sessuale. Ma forse, superate certe residue inibizioni puritane, le imprese verranno nell’idea di impiegare speciali reparti di giovani ragazze intese a “trattare” quei lavoratori che sulle situazioni di lavoro appaiano troppo nervosi, irritabili e combattenti con problemi di “tensione”: naturalmente, con precise istruzioni, alle ragazze, a che essi siano restituiti ai reparti “scaricati” e calmati sì, ma non spossati, onde il rendimento non ne soffra, ma sia accresciuto.

È facile capire in che senso tutto ciò non rappresenta un miglioramento pel problema dei veri valori umani – quali noi Europei li concepiamo – nell’“era economica”. Là dove, come sembra accada, di là dalla cortina di ferro, l’uomo vien trattato senza mezzi termini come una bestia da lavoro e il suo rendimento ce lo si assicura mediante un regime di terrore e di fame, è ancora possibile una razionale cultura dell’uomo come animale da rendimento, la quale non trascura nessun aspetto della sua vita interiore onde eliminare ogni fattore disturbatore e avviare tutto allo stesso fine. Così a poco a poco l’uomo non si accorgerà nemmeno di dove è giunto e si sentirà addirittura felice, ed aggiungendovisi lo sport, la radio e il cinema penserà di aver raggiunto – nel regno della democrazia del “Paese della Libertà” – un apice di civiltà mai prima sognato.

Il meridiano d’Italia, 20 giugno 1954.

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