L’età dell’oro

I
L’età dell’oro è un concetto mitico che richiama una situazione ricca di ogni bene. Più puntualmente il riferimento all’oro evoca una qualità preziosa per la sua bellezza e rarità, ma anche e soprattutto per la sua stabilità e inalterabilità. E’ la stabilità la qualità più importante dell’età dell’oro.

Ora, se pensiamo a una qualsiasi specie animale stabilmente adattata al proprio ambiente, è così difficile associarvi il concetto di felicità? Certo la felicità, riferita a noi, rappresenta qualcosa di tanto intenso quanto raro e fugace, qualcosa di così ambito che siamo indotti inconsciamente a considerarla un obbiettivo privilegiato ed esclusivo della nostra specie. Ma basta poco, credo, a persuaderci del contrario, se con spirito umile ci soffermiamo a osservare la natura. E allora, se è così, perché non supporre che anche l’uomo, prima della storia, si sia trovato in una condizione analoga?

In definitiva il tempo che l’uomo ha passato su questa terra è infinitamente più grande del tempo storico. Ma per noi quello è un passato del tutto oscuro. Siamo abituati ad associare la nostra esistenza al concetto di sviluppo, o addirittura di progresso; sicché la vita dell’uomo, prima che tale sviluppo iniziasse a manifestarsi, ci sembra doverla considerare con uno smisurato senso di superiorità, distacco e indifferenza, per non dire fastidio e disprezzo, come non si trattasse di noi stessi. Per centinaia di migliaia d’anni quell’animale infelice avrebbe menato la sua grama esistenza, vagabondando ora qua, ora là, preda di ogni male, vittima di ogni avversità, incapace di dare un senso alla propria vita, inetto al punto di domandarsi per quale straordinario miracolo esso non si sia estinto subito. Infine reagiamo istintivamente relegandolo in una animalità totale, sola ipotesi di giustificazione al suo esistere senza storia.

Ma se anche un uccellino ci trasmette col canto la sua gioia, e perfino una formica nel portare baldanzosamente il suo chicco sembra soddisfatta, perché l’uomo preistorico non avrebbe potuto anch’egli conoscere la felicità? Anzi vivere addirittura quella che gli antichi confusamente ricordavano essere stata l’età dell’oro? Un’età senza tempo, perché è appunto il tempo che reca l’infelicità. Dice Esiodo che gli uomini morivano senza traumi, come addormentandosi; e, in verità, avete mai visto gli animali fare un dramma della morte?
Tuttavia l’uomo ci si rivela compiutamente uomo anche prima della storia, allorché osserviamo i reperti e le figurazioni rupestri riferibili a contesti preistorici, nell’età senza tempo.
Il fuoco di Prometeo simboleggia con precisione il cambiamento: il fuoco che brucia, distrugge, trasforma, e introduce la freccia irreversibile del tempo.
Il cambiamento, cioè l’inizio del tempo storico, si configura come un evento ben localizzato e recente.
Ma da dove precisamente abbia preso inizio non è dato sapere nemmeno in via congetturale, anche se la cosa in fondo sembra incredibile, visti i progressi della scienza dei sistemi dinamici e la quantità di scienziati esperti nella materia.
Forse una sorta di pudore, o di ritegno. Tradizionalmente tutta la materia è sempre stata considerata più vicina alle cosiddette scienze umane, piuttosto che a quelle fisiche, come sarebbe invece opportuno che fosse.
Gli effetti più vistosi del nuovo corso sembra comunque di doverli riconoscere in una strutturazione dell’aggressività.
La strutturazione dell’aggressività è ciò a cui si dà normalmente il nome di Logica.
Prende così inizio una lotta drammatica per il controllo e il dominio dell’ambiente, trasformatasi presto in competizione e conflitto interno alla specie; secondo modalità assolutamente uniche nella storia della vita sulla terra.
Si potrebbe anche in un certo senso far riferimento alla nascita di una nuova specie “storica”, con caratteristiche diverse dalla specie preesistente, se non dal punto di vista biologico, ma per aver introitato e assorbito il concetto di storia, facendone cioè un elemento esistenziale decisivo; nel senso di sommatoria di azioni dirette a un fine.
Il che potrebbe anche dare ragione dell’abnorme sviluppo cerebrale, specializzato appunto alla lotta e al dominio dell’ambiente.
L’instabilità eletta a sistema tuttavia non per questo ha cessato di rimanere minacciosa e gravida di incognite.
E l’età dell’oro di reiterare il suo fascino lontano.

II
I geni sono felici? Non certo più degli altri uomini. L’ammirazione e l’invidia che proviamo nei loro confronti nascono piuttosto da una proiezione mentale di noi stessi nei risultati da quelli ottenuti; ma difficilmente accetteremmo di cancellare noi stessi per assumere quei panni.
Certo in una realtà competitiva, tutto quel che attiene al “potere” si è indotti a considerarlo funzionale alla felicità. E le persone geniali, quando non “incomprese”, oppure semplicemente sfortunate, riescono a far convergere su di sé più o meno consistenti risorse, esercitando quindi un potere reale, intrinsecamente gratificante.
Ma l’equazione potere-felicità appare fragile, come ripetuto ad abundantiam dai moralisti di ogni tempo, perché riflette un disagio profondo, riconducibile a una percezione di instabilità e precarietà esistenziale, nella quale appunto il concetto di potere può sembrare il più idoneo a garantire maggiori possibilità di controllo degli eventi e in definitiva di difesa della propria stabilità minacciata.
E così è, ma in un’ottica ristretta, perché la filosofia del potere rimane in ultima analisi la causa principale della instabilità.
Il discorso ci induce qui a soffermarci su quella particolare dimensione umana, del tutto aliena alla filosofia del potere, che è il mondo dell’infanzia.
Perché amiamo i bambini? La domanda può apparire stupida, ma è un fatto che i bambini non possiedono alcuna di quelle facoltà che tanto apprezziamo e consideriamo nell’uomo.
Le loro prospettive reali di successo nella vita sono al massimo una speranza.
Non li amiamo per questo, ma per il loro specifico essere bambini, cioè per quelle straordinarie qualità nelle quali si esprime il loro essere, e che sono contagiose di felicità; non certo per quel che potranno divenire o fare da grandi.
La loro dimensione è a se stante; essa conserva il fascino delle origini e rappresenta un bene prezioso, a cui l’umanità più consapevole tiene giustamente più che a ogni altra cosa.
Si può ascrivere a una tale categoria di sentimenti lo stesso mito del Bambin Gesù; un mito ben distinto, affettivamente e concettualmente, da quello della Croce.
Ma i bambini sono anche stati e sono, durante tutta la storia umana e ancora oggi, oggetto di angherie terribili, di soprusi piccoli e grandi; a testimonianza ulteriore del drammatico distacco dell’uomo storico dalle proprie origini.
Si direbbe che l’uomo è attratto dalla possibilità di umiliare, nei bambini, la propria innocenza perduta. Dove innocenza non è tanto in riferimento al peccato, quanto per l’appunto a quell’insieme di qualità infantili che prescindono completamente dalle conoscenze, capacità, istituzioni o quant’altro, proprie degli adulti; come se proprio in queste si dovesse configurare una sorta di peccato.
Innocenza cioè come estraneità a tutte quelle condizioni, che in altri contesti vengono di norma esaltate alla stregua di conquiste dell’umanità.
Nessuna contraddizione nel prostrarci da un lato a tali conquiste, e, dall’altro, nel tutelare per quanto riusciamo, che per la verità non è poi molto, la cosiddetta innocenza?
Sia benedetta comunque quest’intenzione, che ci fa riconoscere i legami persistenti dell’uomo con il proprio passato, e la possibilità di attingere da quello nuova linfa quando occorre e quando gli esiti dei cammini intrapresi si rivelino incerti, infruttuosi, oscuri o minacciosi.
Pare in effetti di intravedere oggi una sorta di “ripiegamento” nel cammino dell’umanità, uno sguardo cioè che insistentemente tende a rivolgersi indietro, come a voler recuperare qualcosa di vitale lasciato per strada, quanto più la realtà sembra trascinare in avanti.
Pensiamo per esempio alla considerazione assolutamente inedita e crescente nei confronti degli “infelici”, com’erano prima chiamati, oggetto di scherno, disprezzo, rifiuto da sempre, salvo che per le prestazioni buffonesche; oggi al centro di interessi profondi e amorevoli. La modernità ha certo molto, troppo, da farsi perdonare sotto tale aspetto.
Un altro esempio può essere l’affermarsi di una mentalità animalista.
Una novità assoluta nella storia umana. Gli animali hanno sempre avuto, in modi diversi, molta importanza per l’uomo, ma mai nei termini di partecipazione e di umanizzazione di cui godono adesso; arrivando a coinvolgere aspetti normativi, sociali, ambientali, alimentari, come mai si era neppure immaginato; questo mentre, d’altro canto, molte specie vanno verso l’estinzione proprio a causa della società umana.

III
Il grande lavoro svolto da Emanuel Anati, nel corso di una vita, sulle figurazioni rupestri della preistoria, sembra conferire alle precedenti considerazioni un quadro di riferimento, oltre che autorevole, sorprendentemente adeguato e preciso.
Le sue conclusioni risultano tanto semplici e chiare, quanto dirompenti e ardue da assorbire e metabolizzare da parte della società attuale. Difficilmente io credo esse potranno arrivare a produrre i loro effetti nella coscienza collettiva, almeno a breve o medio termine.
Cosa ha scoperto? Ha scoperto anzitutto che l’homo sapiens era sapiente davvero.
Le figurazioni rupestri, milioni di immagini ancora visibili, tutto erano fuorché manifestazioni di ingenuo figurativismo pittorico: nessun intento artistico, o decorativo, o narrativo; ma bensì un concentrato di contenuti simbolici e sapienziali.
Il secondo punto, non meno importante e decisivo del primo, sta nella scoperta della permanenza e ripetitività di tali messaggi, durante un arco di tempo di 50.000 anni!
Una sapienza senza tempo, fuori dalla storia; ma nello stesso tempo storia in sé, nella sua effettiva realtà e vitalità.
Cosa fare se non ristare in silenzio di fronte a tale sconvolgente scenario?
Abituati a considerare la preistoria con sufficienza, come qualcosa di propedeutico alla nascita della storia vera, ci troviamo di fronte a un quadro nel quale proprio la nostra breve storia rischia di fare la figura di uno spettacoloso fuoco d’artificio finale; in linea, fatti i debiti scongiuri, con le prospettive escatologiche, così radicate e presenti nella coscienza religiosa.

IV
Ci sembra anche di veder emergere da quelle profondità una sostanziale ambiguità, infinite volte incontrata, forse solo all’apparenza risolta, quasi a connotare nel modo più esplicito una permanente condanna.
Il rapporto fra sapienza e logica.
La sapienza si misura nei fatti; la logica è ostile ai fatti, fino al punto di provare, con Zenone, a negarne l’esistenza.
L’incontro della sapienza con la logica è deflagrante per l’umanità.
Il sapiente non può accettare che il suo ruolo sia messo in discussione dalla dialettica; e poiché la dialettica non ha affatto lo scopo di ricerca della verità, ma quello di sottomettere gli avversari, il sapiente è tenuto a sconfiggere gli avversari sul piano dialettico, pena la morte.
Non si scherza con la logica, Omero muore per non avere saputo sciogliere un enigma.
Insieme alla logica prende corpo la sua negazione, la follia.
“…i più grandi fra i beni giungono a noi attraverso la follia, che è concessa per un dono divino…” dice Socrate nel Fedro.
Sapienza, logica, follia: connotati di un mondo remoto, che i successivi passaggi della filosofia e della storia hanno provveduto a cancellare nel tempo; ma che oggi forse ricomincia sommessamente a parlare al cuore dell’uomo.

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