Il Mirandolano

Giovanni Pico della Mirandola, Galleria degli Uffizi

– Si può parlare del Mirandolano?

– Chi? Giovanni Pico dei conti di Mirandola?

– Già, ma non fare quella faccia, non intendo infliggere nulla a nessuno; la domanda era rivolta soprattutto a me: si può parlare del Mirandolano?

– Certo che ne puoi parlare, non vedo perché no; fai vedere: “De Hominis Dignitade”.

– Tre euro sulla bancarella dei libri usati. Avevo in mente qualcosa, ma quello che c’è dentro supera ogni aspettativa. Nulla di retorico, come sembrerebbe a prima vista.

– Accidenti! Un umanista, che disserta sulla dignità dell’uomo… se non è retorica questa… Dio mio, son cose che vengono da un mondo così lontano, così inattuale…

– Ma proprio per questo dicevo: si può parlare del Mirandolano? Intanto, vedi, occorre precisare che era solo un ragazzo;  proprio così, aveva ventiquattr’anni quando l’ha scritto… è morto a trentuno. Vuol dire qualcosa? Si può dar credito alla gioventù, in fatto di entusiasmo genuino e antiretorico? Confesso un mio debole per gli autori morti giovani.

– Ce ne siamo accorti.

– Si, questo della gioventù è solo un elemento, certo, ma conferisce qualcosa, come dire, una linfa speciale. Mi limito a esporre delle sensazioni. E la più forte e immediata deriva dal fatto che questo libretto è tutta un’esaltazione e glorificazione dell’uomo. Ora, si sa che  l’umanesimo non a caso si chiama così, ma non puoi  evitare comunque un moto di sorpresa, oggi, abituati come siamo a parlar sempre di ingiustizie, iniquità, infamie, che accompagnano le vicende umane. Quand’ecco ti compare un giovanotto di traverso alla storia, che viene tranquillamente a raccontarti che l’uomo è qualcosa di sublime, incredibile, mirabile, superiore perfino agli angeli, come se la vita ai suoi giorni fosse stata tutta rose e fiori. Allora pensi che la gioventù è sempre e comunque intrisa di felicità, a dispetto di come vadano le cose e qualunque sia l’ambiente che la circonda; e che l’umanesimo questo è stato, un moto di felicità.

– Superiori agli angeli?

– Proprio così: dice il Pico, che cos’è un cane? Un cane è un cane e non può essere che un cane. E un angelo? Un angelo non può essere che un angelo. Ma un uomo… un uomo può essere qualsiasi cosa: bruto o angelo, solo che lo voglia. Non possiede cioè una forma propria,  una consistenza che lo definisca univocamente: di per se è nulla, perché può essere tutto.

– Però!

– Insomma, dicevo: si può parlare del Mirandolano come di una testimonianza vivente, antiscolastica e antiretorica?

– Forse si può.

– Chiaramente era immerso fino al collo nell’ambiente culturale del tempo, fortemente connotato religiosamente, nel quale egli dovette quantomeno supporre di continuare a muoversi nel corso della sua breve vita. Ma quando Dio appare fra le sue righe, lo fa in modo imprevedibile e ambiguo, tuttavia pieno di fascino. Dice il Pico che se l’uomo si ritroverà infine deluso e scontento potrà sempre raccogliersi “nella solitaria caligine del Padre”. Non la luce della grazia, ma una caligine solitaria. E dove il luogo di questa caligine? Ma nell’uomo stesso! “…et si nulla creaturarum sorte contentus, in unitatis centrum suae se receperit, unus cum Deo spiritus factus, in solitaria Patris caligine…” Commenta il Garin con malcelato rimprovero non avere il Pico adeguatamente sviluppato un tema così adombrato; ma il valore di certe folgorazioni è proprio nella loro subitanea e profetica apparizione, al di fuori di qualsiasi schema o processo del pensiero…

– Da quanto dici ci sono concetti che sembrano familiari ai nostri giorni; ho notato il concetto di mutazione, implicito in quell’idea di uomo cui accennavi.

– Si. Il Pico lo paragona al camaleonte. Mi pare che si possano in definitiva ricavare due considerazioni. La prima è la centralità conferita all’uomo, nel bene come nel male. La seconda è la completa assenza di una categoria a noi estremamente familiare, ma allora sconosciuta, il progresso. Cioè il cammino verso un mondo migliore. L’uomo non ha qui affatto bisogno di mondi ideali verso cui tendere: “Poteris in inferiora quae sunt bruta degenerare; poteris in superiora quae sunt divina ex tui animi sententia regenerari.”

– Si potrebbe chiamare tutto questo un vuoto di metafisica.

– Un vuoto di metafisica e un pieno di umanità. E’ così totalizzante questo sentimento da spingere il Pico a cercare di riconoscerlo in tutte le filosofie, culture, religioni; alle quali vanno attribuite fondamenta comuni, uguali dignità e giustificazioni; e se questo è un sogno umanistico, forse è anche giovanile. In un universo così ricomposto Pico individua infine il riferimento unico che sta alla base di tale ricomposizione e che la giustifica. Prova a dire qual’è? Ma è la pace! “… hanc pacem amicis, hanc nostro optemus saeculo, optemus unicuique domui quam ingredimur…”

– Mi sembra di aver già sentito qualcosa del genere…

* * *

p.s.

Quello che anche Eugenio Garin non può fare a meno di chiamare “lo scarto rivoluzionario pichiano” si presenta in effetti abbastanza misterioso e inespresso, né potrebbe essere altrimenti, vista l’enorme anticipazione dei tempi, ch’esso pare adombrare.

Intuizione, o meglio percezione non pienamente acquisita a livello di coscienza, esso si manifesta attorno a un concepimento dell’uomo tanto suggestivo quanto imbarazzante, nonostante l’appassionata volontà di riportarlo a modi, visioni, temi e immagini proprie della classicità più pura e della tradizione cristiana consolidata.

Certo a molti contemporanei dovette apparire, il Pico, scusabile, accettabile e anche interessante, per la giovanissima età, la nobiltà del casato e la straordinaria erudizione; quanto bastava a destare ammirazione, senza per questo dover prendere troppo sul serio le sue prese di posizione e interpretazioni.

Secondo Pico l’uomo è… “un libero atto di scelta” (Garin); ma se questa visione può da sola suscitare l’entusiasmo, a noi interessa maggiormente vedere di che cosa questa libertà si sostanzi. Essa viene dal Pico anzitutto riferita alla mutevolezza e indefinitezza (indiscretae opus imaginis), attribuite all’essere umano, concepito come proteiforme, cangiante, camaleontico.

Il singolo individuo storicamente determinato viene in tal modo ad assumere le vesti di una realtà in fieri, piuttosto che di un’entità definita a priori. La sua vita sembra rinunciare a qualsiasi sacralità prestabilita, per acquisire invece il valore e il carattere proprio del ruolo da essa stessa prescelto; mentre ogni ruolo e ogni configurazione rimangono di fatto alla sua portata. Sta in questo la sua eccezionalità (summam ed admirandam hominis felicitatem!).

Il linguaggio pichiano si esprime in termini di: semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. “E secondo che ciascuno li avrà coltivati… se saranno vegetali sarà pianta, se sensibili sarà bruto,… se intellettuali sarà angelo e figlio di Dio.”

Colpisce profondamente in Pico il fatto che espressioni di questo tipo, che possono anche essere accolte, come lo sono, in senso largamente metaforico, si colorano invece di forte e incisiva aderenza alla realtà concreta, riguardo alla quale viene inoltre invocata, con incredibile passione, la testimonianza costante degli antichi e venerati maestri di ogni cultura e religione.

“I bruti nel nascere recano seco… come dice Lucilio, tutto ciò che avranno…  Gli spiriti supremi… dall’inizio furono ciò che saranno nei secoli dei secoli (… id fuerunt, quod sunt futuri in perpetuas aeternitates). Ma nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita…”

Qui si manifesta il concetto autentico di libertà quale frutto di una complessità ignota sia ai bruti, che agli spiriti superiori, entrambi definiti in modo semplice e univoco in se stessi.

Quis hunc nostrum chamaleonta non admiretur?

Ecquis hominem non admiretur… quando se ipsum ipse in omnis carnis faciem, in omnis creaturae ingenium effingit, fabricat et transformat?

Il senso e il valore dell’uomo non stanno in ciò che l’uomo è (Garin), ma nel fatto ch’egli può divenire qualunque cosa, e anche rifiutare di divenire qualunque cosa, per raccogliersi “unus cum Deo spiritus… in solitaria Patris caligine” (che richiama la caligine del Dio di Mosè).

Ma l’anima, una volta separata dal corpo, viene a perdere definitivamente, con la possibilità di attingere alle infinite possibilità del mondo reale, anche ogni reale giustificazione. Perfino l’asceta, puro essere contemplante, ignaro del proprio corpo, non può comunque farne a meno: “in penetralia mentis relegatum, hic non terrenum, non caeleste animal, hic augustius est numen humana carne circumvestitum”.

Queste straordinarie intuizioni, che ponevano l’uomo al di sopra di tutte le creature, compreso gli angeli, i quali non possono essere che angeli, facevano leva sulla assoluta libertà e mutabilità riconosciuta all’uomo, quale privilegio esclusivo concesso da Dio.

Ma ci inducono anche irresistibilmente, noi lontani spettatori e interpreti, a domandarci se l’intero discorso non possa essere rovesciato, al momento in cui si sostituisca la Evoluzione naturale alla Creazione divina. Ecco allora che quelle stesse intuizioni sembrano divenire folgoranti e attualissime nel porre in evidenza la speciale perdita di consistenza, stabilità, definizione a livello individuale, che si è verificata nella evoluzione umana, in concomitanza però con lo sviluppo della facoltà di interagire con l’ambiente al massimo livello di libertà e indipendenza.

Sembra sfuggire completamente all’intuizione pichiana la dimensione collettiva di tale prospettiva umana, la consistenza cioè e l’ampiezza di quel territorio comune che solo può consentire all’umanità di esprimersi e realizzarsi.

Né ci si poteva aspettare nulla di diverso in riferimento all’epoca. L’uomo veniva apprezzato come individuo, nella sua solitudine in definitiva, mentre sappiamo bene che la solitudine è per l’uomo una condanna infinitamente più catastrofica che per qualsiasi altro essere vivente.

Quella libertà riconosciuta dal Pico all’uomo, in quanto essere privo di forma propria, può in definitiva trovare compimento solo in riferimento a un ambiente altamente comunicativo, nel quale cioè circoli, sotto forma di energia di comunicazione, quell’energia non più disponibile a livello strutturale nel singolo individuo.

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