La Via della montagna

Nel mondo della mercificazione universale, ogni aspetto della realtà è ridotto alla pura dimensione cosale. Perfino la natura, ridotta a mera res extensa dalla ratio calcolante, è esperita all’interno della categoria dell’utilità e ridotta, stante la lezione di Rosario Assunto, alla dimensione inanimata del verde attrezzato. In tale riduzione dello spazio a quantità omogenea, ogni differenza ambientale sembra essere venuta meno. La stessa montagna, vissuta per millenni come sacra, è ridotta a luogo di consumo dall’industria turistica. A contrastare tale reductio, qualche isolato pensatore. Tra essi, in Italia si è distinto Francesco Tomatis, studioso di Schelling che con il monumentale volume La via della montagna, nelle librerie per Bompiani editore, recupera al sapere una concezione mistica della pratica alpinistica (pp. 686, euro 20,00).

A dire di Tomatis: «Grazie alla concentrazione montana degli elementi della vita […] essi sono fruibili […] per la rigenerazione ciclica ma anche innovativa ed evolutiva di ogni essere vivente» (p. 9). Andar per montagne apre alla conoscenza, a condizione però che si lascino a valle le istanze meramente soggettiviste e volontariste: «La via della montagna nessuno può aprirla. Essa piuttosto si apre» (p. 9) a quanti le si avvicinino in umiltà ed audacia, motivati dalla ricerca dell’originario, nella consapevolezza della costitutiva mortalità di ogni ente. Chi si incammini sui sentieri o si arrampichi sulle pareti verticali, se animato dalle intenzioni ricordate, può vivere: «una conversione alla ricchezza pullulante del mondo montano […] una ridiscesa sul versante solatio […] rivoluzionario ed archetipico per ogni essere vivente proprio in quanto ri-cor-do dell’estatica ascensione, perennemente viva nel suo vertiginoso attingere un mero “che”, realissimo e vacuo» (p. 10). L’incontro con la molteplicità vivente della montagna, dischiude un sapere che dice la presenza della sovranatura in ogni ente, anzi scopre nella presenza, in senso emiano, l’unico modo di darsi del «sovrasvettante uno» (p. 10). Si tratta dell’acquisizione spontanea di una visione verticale, che trasforma senza violenza chi se ne faccia latore, rendendolo sintonico alle cicliche e sempre uguali ma diverse (klagesianamente simili), metamorfosi del tutto.

La pratica alpinistica si configura, come in modalità esemplare ebbe a ricordare René Daumal nel Monte Analogo, in termini poietici: un sapere che si applica in un’azione, come nell’arte intesa in senso tradizionale. In essa, chiosa Tomatis, vichianamente verum et factum convertuntur, realizzando la coincidentia oppositorum  ascesa-discesa. Nell’andar per monti si mostra la spontanea ricerca della Deità, essa dà luogo ad un sapere nesciente, inconcluso, rinviante ad altro, all’ulteriorità iperbolica che guarda alla verticale, esposta all’alto.

Il libro si sviluppa in due parti, un versante ascensivo ed uno del ritorno. L’iter proposto pare strutturato sulla via epistrofico-ipostatica del neoplatonismo, in quanto la «fonte nivea» cui si perviene in verticale è la medesima che, sulla via del ritorno, innerva, per presenza, la vita multiforme della montagna. Ascesa e discesa si sviluppano attorno alla montagna, simbolicamente intesa quale axis mundi, sospese fra il limite mortale e la dimensione verticale alla quale si tende.

La rivoluzione alpi-mistica non coinvolge solo l’alpinista, ma, nel corso del tempo si è riverberata sull’abitare alpino. Per rendere il lettore partecipe di tale specifico abitare «poeticamente» il mondo, Tomatis richiama le posizioni di autori quali Caveri, Bartaletti, Zanzi ed altri ancora, intrattenendosi in particolare sulla civiltà occitana che: «ha permesso con la sua lingua e raffinata artigianalità, in ascolto della trascendenza del Dio in ogni mino risvolto naturale […] di riscoprire la paradigmaticità dell’uomo alpino nell’affrontare la mortalità quotidiana […] favorendo il lento e vivace fiorire della vita» (p. 12). La via ascensiva è declinata da Tomatis attraverso la voce di alpinisti, poeti e scienziati giunti in invisibile cordata alla balza sommitale dove: «tutto si fa niveo, splendente ed abbacinante insieme» (p. 13) e si incontra il nulla della cima che presto, sulla via del ritorno, si convertirà nel pullulare vitale. E’ a questo punto del moto montano che l’autore presenta le esperienze di vita di Thoreau, De Luca e Roberto Einaudi, testimoni: «di un metodo spirituale capace di radicarsi nelle più elevate terrestrità, come quelle dei boschi e dei monti» (p. 13). Tali esperienze inducono all’ incontro con l’essere montano, magistralmente testimoniato (tra gli altri) da Heidegger e Pareyson e dall’alpinismo aperto al mistero di Bonatti e Messner. Questi: «attraverso la via […] dell’alpinismo estremo ma in stile alpino, lungo la quale ha toccato i limiti della vita […] ha sperimentato ed elaborato una “filosofia della rinuncia”» (pp. 525-526).

L’autore presenta e discute, inoltre, alcune espressioni artistiche che consentono, come accade con le foto di Pellegrino, di avvicinarsi all’anima degli abitanti dei villaggi alpini. La parte conclusiva del volume ci pare la più rilevante, ne rappresenta il cuore vitale. Viene qui discussa la differenza tra la filosofia della montagna ascetica e unidirezionale di Evola e la posizione alpi-mistica dell’autore.

Tomatis riconosce che quello di Evola è stato: «un contributo straordinario alla comprensione della dimensione assieme spirituale e fisica attingibile nella montagna» (p. 603), a cui è mancata la chiara visione della coincidentia oppositorum alpi-mistica. Ciò lo indusse a ridurre l’esperienza montana ad ascesa unilaterale, escludente la dimensione del ritorno, della discesa. Tomatis attribuisce tale scelta alla preminenza nell’universo teoretico evoliano della lezione soggettivista fichteana. Tale spiegazione ci pare poco convincente: proprio Evola nelle opere speculative aveva perfettamente compreso, attraverso la riflessione sulle pagine schellinghiane, che libertà e necessità sono com-possibili, proprio come ascesa e discesa. Del resto, rileva Tomatis,  l’interpretazione del Taoismo cui Evola pervenne nel 1959, mostra un evidente superamento dei presupposti soggettivistici . In ogni caso, ciò che distingue le due filosofie della montagna è che la via evoliana è: «direttamente intuitiva e realizzativa», quella di Tomatis è: «vuota e predisponente all’accoglimento di una grazia o un evenire comunque imprevedibile, non ponibile, ulteriore» (p. 606). La prima è via ascetica, la seconda mistica: espressioni di equazioni personali diverse. La via mistica, nella contemporaneità, ha trovato un interprete in Mauro Corona, le cui mani: «sanno abbracciare la montagna, saggiare la roccia […] con intelligente cura, rispettosa dell’aura misteriosa che più grande ancora  ne avvolge la natura» (p. 607).

Libro stimolante questo di Tomatis, ricchissimo di informazioni, affabulatorio dal punto di vista della narrazione. L’autore conduce, come guida esperta, il lettore lungo i sentieri del «Regno perduto» della montagna.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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