La potenza della Nazione

Circa cento anni fa, nell’aprile del fatidico 1922, Enrico Corradini, teorico indiscusso del nazionalismo italiano, terminò la stesura della sua opera più importante, L’unità e la potenza delle nazioni, da poco nelle librerie in una nuova edizione per i tipi di Altaforte (pp. 268, euro 20,00). Il volume è arricchito da un saggio introduttivo di Corrado Soldato mirato, a contestualizzare storicamente Corradini, misconosciuto dalle giovani generazioni, ed è chiuso dalla postfazione di Valerio Benedetti, che ne attualizza i contenuti oltre che da alcune Appendici, tra le quali segnaliamo il discorso commemorativo che Mussolini tenne in Senato l’11 dicembre 1931, in occasione della morte del leader nazionalista.

Il libro muove da una corretta e organica definizione del “nazionalismo”. A tale obiettivo, del resto, l’autore aveva lavorato anche negli scritti pubblicati dapprima sul Regno e, più tardi, sulle pagine dell’Idea nazionale. Corradini avrebbe voluto avere il medesimo peso teorico che in Francia avevano acquisito Barrès e Maurras: fornire punti di riferimento ideali ben definiti e spendibili politicamente, che concedessero al nazionalismo di uscire dall’ambito meramente letterario e estetico, entro il quale, fino ad allora, si era sviluppato. Lo scrittore toscano distingue in queste pagine, ante omnia, nazionalismo da patriottismo. Lo fa attraverso l’evidente influenza esercitata su di lui dalla filosofia di Nietzsche. Un Nietzsche, come dirà Croce, dapprima “adottato” e poi “adattato” alle bisogna del nazionalismo. La storia, per Corradini, è il luogo dell’incontro-scontro di “specie” diverse. Queste manifestano una tendenza innata all’autoaffermazione, all’espansione della propria “energia vitale”, espressione che corrisponde, di fatto, alla volontà di potenza del teorico dell’eterno ritorno.

Una nazione risulta propositiva a condizione di esprimere tale potenza. Insomma, ricorda Soldato, il nazionalista ha una concezione agonale, polemologica della storia fondata sul vitalismo tragico: «In essa […] oltre all’idea della nazione che deve farsi impero, un ruolo centrale era riservato alla guerra» (p. 15), impostazione condivisa da gran parte dell’intellettualità italiana del periodo e sintonica a quanto sostenuto in tema da De Maistre e da Hegel. A tutta prima, il nostro autore sembrerebbe riproporre una concezione “naturalistica” degli eventi umani, una visione addirittura segnata da riferimenti positivistici. Da tale scacco lo salva il riferimento alla “persona spirituale” della nazione. Egli rileva che la nazione è, prima di ogni altra cosa, la: «comunità spirituale di tutte le generazioni che si raccolgono sotto il suo nome» (p. 85), sottraendosi, in tal modo, a ogni “presentismo” materialistico e ricollegandosi al tradere, alla tradizione, quale filo aureo che tiene insieme i presenti ai passati e ai venturi di un popolo. Nazione, pertanto, è “anima”, modalità di far esperienza della vita e del mondo che si distende, quale ponte, tra passato e futuro e che ha un “corpo” situato in uno spazio dato.

In forza di tali premesse, non stupisce trovare nel volume una radicale critica del liberalismo, latore dei diritti di un uomo pensato atomisticamente e: «antagonista dello Stato» (p. 19), atto a metterne in discussione l’unità costitutiva. Molti nazionalisti della prima ora, legati alla tradizione risorgimentale e al liberalismo dei “notabili”, ben presto lasciarono, per questo, le fila dell’Ani. Nonostante ciò, Corradini guardò sempre allo Statuto albertino, interpretato in senso sonniniano, e alla monarchia sabauda, quali valori di riferimento della prassi politica nazionalista. Egli si fece, inoltre, latore della “democrazia nazionale”, antitetica al parlamentarismo allora vigente, vera e propria “etnarchia” centrata sulla sovranità di una stirpe e: «della nazione come unità storica ed organica» (p. 22), che avrebbe dovuto organizzarsi quale “democrazia dei produttori” nello Stato corporativo. Nel pagine del libro è possibile ravvisare le basi teoriche del “socialismo nazionale”. Il nazionalismo non fu interprete degli interessi della borghesia, né condivise l’internazionalismo marxista ma ebbe, al contrario, l’ambizione di trasformare la lotta di classe in lotta tra nazioni.

L’Ani, è noto, confluì nel “grande fiume del fascismo” e a esso apportò un notevole contributo. Corradini non ricoprì, durante il regime, alcun ruolo significativo, anzi espresse riserve sulla tendenza che il fascismo presto manifestò a trasformarsi in “bonapartismo”, in regime personalistico.

Leggere oggi L’unità e la potenza delle nazioni significa proiettarsi in una realtà storico-politica totalmente altra rispetto all’attuale. Come ricorda Benedetti, la visione aperta e conflittuale della storia intuita da Corradini, trovò la propria versione magistrale e paradigmatica in Carl Schmitt. Viviamo in una congerie politica di “acque basse”: pensare alla nazione in termini di potenza comporta il rischio della derisione e della emarginazione intellettuale. Nonostante i conflitti in atto, è ancora ridondante l’eco diffusa dalla teoria della “fine della storia” e, del resto, l’esito dello scontro tra la visione unipolare del mondo e quella multipolare non è, al momento, chiara. Le pagine di Corradini possono essere uno “squillo di tromba” atto a svegliare a un “Nuovo mattino”? Il pessimismo della ragione induce chi scrive a essere scettico. L’Italia resta, oggi più di ieri, nazione “da fare”, il Risorgimento, visto l’esito esiziale del Secondo conflitto mondiale, non è stato “riformato” neppure dal fascismo e la memoria storica condivisa è stata obliata dal trionfante post-moderno. Prima di esercitare una politica di potenza, gran cosa sarebbe rivitalizzare il minimo comun denominatore della nostra storia nazionale.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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