L’ascesi dell’uomo differenziato

“Ti è lecito fare ciò da cui sai, se vuoi, di poterti anche astenere”

È nostra intenzione evidenziare come l’appartenenza al fronte della Tradizione non possa consistere solo in un pura enunciazione teorica, in una militanza scevra di punti di riferimento superiori e trascendenti, e soprattutto non si possa prescindere dall’assunzione di una responsabilità tanto impegnativa quanto strettamente personale, cioè l’affermazione nel proprio microcosmo di quella Weltanschauung che deve precedere necessariamente tutte le disamine culturali e le analisi metapolitiche che un militante può esprimere nella comunità a cui ha deciso di aderire.

maschera-e-voltoSia chiaro come tale affermazione si debba tradurre in un preciso lavoro introspettivo, ove la radicalità e l’intransigenza di giudizio verso se stessi devono essere totali, senza sconti. Se è un’idea che vogliamo far ri-sorgere, riteniamo sia d’uopo essenzializzarla, qualificarla, con un preciso e tradizionale modus essendi, con un’azione che sia consacrata dalla dottrina, con un metodo che sappia “differenziarci”: «… il tipo di uomo differenziato è quello che, come personalità, è in grado di assumere un atteggiamento attivo, anziché passivo, di fronte a tutto ciò che in lui è istintività, passione, impulso, affettività, natura. È colui che almeno in parte ha in sé quel principio che un’antica filosofia chiamò il governo interiore, lo “egemonikòn”, per lui dovrebbe valere questa norma: “ti è lecito fare ciò da cui sai, se vuoi, di poterti anche astenere”» (Julius Evola).

Bisogna sentirsi diversi dalla moltitudine globalizzata, massificata, che sempre più volge lo sguardo verso le regioni infere della Terra e subumane del proprio animo, esaltando l’aspetto puramente biologico, animalesco dell’umana esistenza, verso una via contrassegnata dal guna indù del tamas, cioè dei bassi istinti, dell’essere degradato da un’evidente aridità intellettuale, schiavo di ogni genere di droga, ridotto oramai a puro e semplice fruitore inconsapevole del capitalismo neocolonialista.

La Via di chi si sente intimamente estraneo a questa umanità è quella di una verticalità verso le zone uraniche del Cielo, verso i Numi, che sappia cogliere il vero senso della vita, cioè una prova, un superamento, un dissolvimento dei vincoli, delle povertà, delle paure, della morte, che possa condurci in quel luogo metafisico ove è possibile mirare con sguardo fiero quella radicata, nella nostra interiorità, quanto ancestrale sapienza primordiale, a cui rivolgiamo il nostro animo, la nostra esistenza, come la Terra rivolge se stessa verso il Sole per riceverne “calore” e “luce”, i due caratteri distintivi del fuoco sacro, come presenza ed irradiazione.

Nel titolo, inoltre, abbiamo accennato ad un’ascesi, cioè a una condotta esistenziale e quotidiana che attui un vero e proprio mutamento ontologico, che possa renderci, il più possibile, esempi luminosi di quella visione del mondo e della vita che enunciamo nei nostri scritti, nelle nostre analisi, nei nostri intendimenti di principio. Aggiungiamo come essa deve intendersi ed imporsi come “magica”, cioè intuitiva, misterica, lontana da ogni sterile intellettualismo e da ogni agitazione al quanto profana: si intenda il termine magico in modo trasmutatorio e interiore, non certamente come espressione di una bassa scienza tradizionale, contro la cui inadeguata dignità iniziatica René Guénon ci ha, giustamente, più volte messi in guardia.

Si impone il riferimento e il perseguimento di uno stile che volga necessariamente lo sguardo alla ricerca della primordialità, sotto ogni aspetto, cioè impegnandoci in un cammino di rivoluzione, cioè di ritorno all’origine, al centro, non solo del nostro stato mentale e razionale, ma, anche e soprattutto, della nostra condizione noetica ed ontologica.

fenomenologia-individuo-assolutoSia il nostro un cammino “metanoico”, cioè di conversione, che possa rivolgerci verso «gli Dei che hanno origine dall’eccelso Sé degli uomini e che per profondo volere di questi si ridestano, acquistando allora il potere effettivo di rianimare la realtà» (Phersu, Maschera del Nume, Gruppo dei Dioscuri), dando le spalle al mondo moderno, che ogni giorno di più cerca, con il suo odore nauseabondo e i suoi rumori molesti, di infettare, di contaminare, di corrompere ciò che rimane ancora in piedi di nobile, di bello.

Si acquisiscano, si realizzino la dignitas e la pietas del Vir, affinché entrino nel nostro sangue e nella nostra anima, percorrendo la contrada che, attraverso la Giustizia, ci conduca alla Vittoria. Ciò ci deve indurre a non indulgere nella pigrizia, nel sentimentalismo romantico, ma anche nell’irrazionale agitazione politica e nelle mode pseudo-spirituali. Si facciano proprie le seguenti parole di Gabriele D’Annunzio: «Non disperate, essendo pochi, Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il Verbo. Un ordine di parole può vincere d’efficacia micidiale una formula chimica».

La strada è già tracciata dalla Dottrina e ha una valenza duplice, che deve investire sia l’ambito propriamente intimo e personale sia il suo rapportarsi con l’esterno, ma di tutto ciò daremo solo pochi cenni, perché l’adesione all’ascesi magica da noi evocata sia intuitiva, come Tradizione insegna, non secondo irrazionalismi fantastici, frutto di suggestioni personali, che spesso si accompagnano alla volgarizzazione di ciò che “l’uomo trasforma”: si prenda come esempio la solare Via della Stoa, in cui molta e rilevante importanza ha rivestito la pratica del distacco, del sentirsi intimamente estranei alla società corrotta che ci circonda.

È importante comprendere la centralità del non coinvolgimento nel vortice delle passioni e del desiderio-dolore, affermando una senatoria fermezza d’animo nei confronti di ogni accadimento dell’esistenza umana: apàtheia e ataraxìa, ossia l’impassibilità e l’imperturbabilità, forgiano l’ideale stile di vita del saggio, per il senechiano otium, per il raccoglimento creativo.

Medesime indicazioni troviamo nel Buddismo delle origini ove il distacco è concepito come “dissoluzione dei vincoli”, come cessazione del vortice delle agitazioni. Inoltre, nell’analizzare, primariamente, l’ambito di stretta connotazione microcosmica, non possiamo non indicare, per chi lo voglia, come si debba preliminarmente attuare un serio lavoro di purificazione, che possa permetterci di ritornare padroni di noi stessi, inattaccabili dalle influenze dell’ambiente esterno, a noi chiaramente ostili, proprio per l’affermazione di quell’idea di governo interiore (di egemonikòn, come si è accennato nella precedente citazione evoliana) e di distacco, prima enunciata.

gli-uomini-e-le-rovineSi cominci con la pratica dell’attenzione, dell’essere sempre presenti a se stessi, che volga il nostro comportamento verso la dissoluzione delle abitudini, delle volgarità lessicali e mentali, della sterile dialettica, di un’azione disanimata, senza un superiore pensiero di riferimento: «Nell’uomo che vive con mente distratta la sete cresce come una liana: egli guizza di vita in vita, come la scimmia che desidera un frutto salta di albero in albero» (XXIV, 334 – Dhammapada, raccolta di insegnamenti del Buddha).

Chiuse le porte al fenomenico, fatto circolare in noi stessi il siero contro il virus della modernità, si vedranno le cose con un’ottica diversa, che noi definiamo unitaria, nascosta ai profani. Se precedentemente abbiamo fatto riferimento allo Stoicismo, non crediamo sia stato, poi, fuoriluogo riferirci alle pratiche di disintossicazione del Buddhismo originario: tale associazione non sembri azzardata, ma è pienamente giustificata dalle evidenti similitudini delle due dottrine, entrambe espressioni di una “rivolta ascetica” contro il decadere delle civiltà delle rispettive epoche (quella indiana e quella romana), anche se la via stoica è più un’etica esistenziale, mentre quella buddhista è pura tecnica di realizzazione interiore.

Dopo queste fasi preliminari, che noi definiamo di reintegrazione, prudentemente riteniamo più saggio che il cammino di una comunità, di una singola personalità sia graduale e ben articolato: correre follemente in avanti, prospettando orizzonti anche difficilmente realizzabili, sarebbe poco corretto da parte nostra e poco incline al fine che ci siamo sempre proposto, quello formativo; a proposito, pertanto, della Stoà rammentiamo come tale via si debba considerarla come un ottimo viatico preparatorio all’iniziazione, cioè al mutamento ontologico, ma che con esso non andava, non va assolutamente confuso.

Per completare tale discorso ci riferiremo ora a ciò che nel Buddhismo sono le varie parti del sìla, cioè della retta condotta: il “sìla inferiore” postula una drittura che non conosca alcun tipo di omicidio, di furto, di lussuria, di menzogna, di maldicenza; il “sìla medio” consta di una spartanizzazione dell’esistenza, includendo anche l’astenersi dalle discussioni dialettiche e dalle speculazioni; il “mahà-sìla”, l’ultimo, postula l’astensione da pratiche divinatorie o di bassa magia ed auspica il superamento del vincolo religioso, inteso exotericamente.

Tale condotta, ad un occhio attento, risulterà simile a quel processo di disintossicazione che nello Yoga tantrico viene denominato “distruzione dei vincoli” e in comune vi sono con esso, come in tutte le forme della Tradizione, le caratteristiche essenziali per un vìra, per un eroe, per un combattente: shraddha, la fede, la certezza incrollabile, senza dubbi o scoraggiamenti; vìrya, la forza, la continuità nel comportamento e nell’azione; vairàgya, il distacco, l’indifferenza per una vita impulsiva e condizionata.

Se questa è la via dei Pochi, di coloro che hanno intrapreso la strada anonima ed impersonale dell’ascesi, le oscure contrade dell’infraumano, della palude psichica segnano la direzione della massa, del demos, della moltitudine che ha completamente annullato ogni singolarità per affogare nella melma dell’eguaglianza, della numericità, dell’indistinto Caos, in cui non vi è più alcuna distinzione qualitativa, non vi è più un limite, una separazione. Ciò che, quindi, deve ricoprire un ruolo di primaria importanza nell’esperienza trasmutatoria è il sentire l’adesione sincera e completa del proprio animo a principi come la Gerarchia, la Virtù, la Fede, che si realizzano e si manifestano con il Rito, la Guerra Santa, l’Ascesi.

L’uomo differenziato deve ritrovare e conquistare quel centro spirituale, da cui deriva la sacralità della propria origine, che permise ai conquistatori indoeuropei di diffondere la civiltà, affinché le nozioni di imperium e di auctoritas, valgano come l’affermazione, in terra e nell’uomo, dell’orma e della volontà degli Dei: «Oggi abbiamo bisogno di uomini che abbiano un concetto puro ed effettivo della spiritualità; che la stacchino da tutto ciò che è dominio di sentimento, di evasione mistica e di pregiudizio umano — che non la riducano ad una piccola cosa del cervello, del cuore, se non persino dei sensi, ma che la realizzino come uno stato, come una presenza che si esprime in forme concrete e superiori di azione e di visione, non escludendo con questo tutti gli altri elementi non-spirituali della vita umana, individuale ed associativa, ma dirigendoli, animandoli ed organizzandoli da questo livello superiore di coscienza”» (Julius Evola).

Possiamo, però, aggiungere come concomitante a tali processi iniziali, si avvertirà, nel singolo, l’esigenza di sacralizzare la propria quotidiana esistenza, una maggiore intimità con la natura, con il cosmo, ma anche, nel gruppo, di realizzare un’unione che non sia solo ideale e teorica, ma sentita, cardiaca, che faccia sentire ogni militante sorretto dalla comunità d’appartenenza, anche a centinaia di chilometri di distanza, nel proprio cammino di ascensione alla Vetta.

dhammapadaI simboli, i miti, i numina siano quelli della tradizione nostra, romana, ghibellina, cccidentale, di quella spiritualità che è universale, quindi omnicomprensiva, non settaria, che sappia riconoscere come riferimenti archetipali l’unità e la solarità della Tradizione: quindi, un preciso riferimento alla norma romana del suum cuique tribuere, del seguire la propria natura, il proprio genio… forme giustamente diverse che riconducano alla primordialità unitaria delle essenze nel principio, scevre da settarismi, da personalismi da bottega e da esclusivismi intellettualoidi.

Su ciò che bisogna riattivare in noi stessi, ci sia permesso esprimere alcune brevi considerazioni sui due elementi, che inizialmente abbiamo associato al fuoco, perché proprio di un fuoco si tratta, proprio del fuoco sacro presente in ognuno di noi. Avente un ruolo fondamentale in tutta l’antichità indoeuropea, associato in India al culto di Agni e a Roma al culto di Vesta, esso era la manifestazione, tramite il rito, che è tanto pubblico quanto interiore, dell’identità tra Atman e Brahman, tra civitas romanorum e fas degli dei, tra microcosmo e macrocosmo. E, se è palese, almeno lo speriamo, l’associazione della luce come mezzo di irradiazione, come simbolo della presenza divina, come discesa delle influenze spirituali in terra, ciò che essenzialmente ci interessa comprendere è la funzione realizzatrice del fuoco, che evidentemente non è connessa alla luce, ma al calore.

Diremo soltanto che nella tradizione indù la fiamma interiore di Agnì è designata col termine tapas, rifacentesi direttamente alla nozione di ascesi, che deve distruggere tutti i legami del condizionato, purificare la nostra interiorità, bruciare i legami dell’individualità, che nella Cabala sono denominati le “scorze”, eliminando gli ostacoli per la realizzazione spirituale: è doveroso rapportare tale significato del fuoco interiore con lo zolfo che nella dottrina ermetico-alchemica assume la valenza di un principio di natura ignea. Tale principio “energetico” sia, tramite la memoria, l’arcaico furor, l’impetus, come atteggiamento interiore ed eroico, che costituisce l’essenza prima di una comunità politica e umana, che a modello e tensione possa e debba identificarsi all’ordine cosmico, che è eterno da sé e per sé. Infine, ribadiamo che ciò che vogliamo trasmettere col presente articolo è un senso, un’idea, forse una matrice a cui aderire, una reminiscenza che platonicamente va recuperata, un invito a tutti, affinché si possa compiere quel rito di identificazione, che è primariamente rito di volontà superiore, che solo con se stessi si può attuare, aprendosi ad una visione che lumeggerà un mondo tanto antico quanto magico, che sappia, per chi voglia accoglierlo nel proprio cuore, donare la chiave del mistero della Tradizione, che è mistero di luce, mistero di unità, mistero di silenzio:

«Sei una copia del Libro santo di Dio, sei lo specchio della Bellezza suprema del Re. Non è fuori di te tutto ciò ch’è nel mondo, qualunque cosa tu voglia cercala in te, tu sei quella. Dio innalzerà ad alti gradi coloro che avranno creduto e ricevuta la Scienza, e la Scienza è al di sopra della fede e l’esperienza al di sopra della Scienza». (Rumi).

* * *

Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, da Orion n. 266, novembre 2006.

Segui Luca Valentini:
Nato a Taranto nel 1977, è stato l’animatore nei primi anni del 2000 del Centro Studi Tradizionali Cuib Mikis Mantakas, con la correlata fanzine Camelot, a cui hanno offerto la loro preziosa collaborazione numerosi studiosi del tradizionalismo italiano. Attualmente, i suoi interessi, che spaziano dalla metapolitica alla Tradizione, dall’antichità classica alla dottrina ermetico-alchemica, lo coinvolgono in alcune collaborazioni di rilievo con riviste come Vie della Tradizione, Elixir, Arthos, Orientamenti, Orion. Suoi articoli sono apparsi anche su pubblicazioni come Ciaoeuropa, Graal, Hera, Simmetria ed Arketè.

11 Responses

  1. Rosa Rita
    | Rispondi

    Bellissimo, grazie!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.