Intellettuale e gentiluomo. I sessant’anni di attività letteraria di Gianfranco de Turris

L’egemonia culturale dell’ “intellettualmente corretto” ha posto, nel nostro paese, al centro delle cronache culturali pensatori funzionali al sistema, alla visione del mondo moderna e materialista. Si contano sulla punta delle dita gli intellettuali che hanno tentato di reagire con iniziative editoriali di spessore a tale situazione. Quando ciò è accaduto, essi hanno patito una marginalizzazione culturale e professionale. Tra questi, va, senza dubbio, annoverato Gianfranco de Turris, studioso del Fantastico, autore egli stesso di racconti, oltre che raffinato critico ed interprete di questo genere narrativo. La sua attività giornalistico-saggistica iniziò nel lontano 1961. Chi volesse aver contezza dell’intensità, della profondità e della lungimiranza esegetica di de Turris, non ha che da sfogliare le pagine di un recente volume, mirato a ricordare i suoi sessant’anni di vita letteraria. Ci riferiamo a Il viaggiatore immobile. Saggi per Gianfranco de Turris in occasione dei 60 anni di attività (1961-2021) edito, per la cura di Andrea Gualchierotti, da Solfanelli (per ordini: 335/6499393, edizionisolfanelli@yahoo.it, pp. 227, euro 13,00).

Il libro è una silloge che raccoglie contributi di amici, collaboratori e colleghi, impreziosita da un noto contributo critico di de Turris, Dal Mito alla Fantasy, e dalla bibliografia della sua narrativa. Non si tratta di una celebrazione acritica, di un lavoro meramente agiografico ed elogiativo in senso deteriore, ma, come rileva il curatore: «di un meritato omaggio che ha ancor più valore proprio perché chi lo riceve fatica ancora sul campo» (p. 8). Il libro raccoglie contributi diversi, alcuni fondati sul ricordo, altri mirati a presentare il ritratto psicologico, umano ed esistenziale di de Turris. Vi sono, naturalmente, anche significative analisi dei contributi da lui forniti sull’opera di Tolkien, Lovecraft, Meyrink, Machen e la letteratura fantascientifica. Ricorda Sebastiano Fusco, che ha accompagnato, da gemello letterario, l’attività editoriale del Nostro quasi per intero, che tutto ebbe origine a Roma, all’inizio dei memorabili anni Sessanta, epoca di grandi cambiamenti sociali, caratterizzata da nuovo fervore intellettuale. Roberto Scaramuzza che poi diventerà l’editore della mitica rivista Abstracta, mise in contatto de Turris e Fusco. I tre vivevano nella stessa zona e qui incontrarono anche Luigi de Pascalis. Nacque un sodalizio protrattosi negli anni.

I “ragazzi di Piazza Bologna” erano accomunati dagli interessi culturali: «appassionati di fantascienza, il che, all’epoca, ci segnalava come persone singolari», chiosa Fusco (p. 204). De Turris collaborava alla rivista Oltre il Cielo, sulle sue pagine comparve il primo articolo scritto a due mani con Sebastiano. Il testo affrontava un tema essenziale per la letteratura fantascientifica: la necessità di introdurre traduzioni italiane integrali e corrette. Si trattava di un vero e proprio progetto editoriale, che si concretizzò con la nascita della casa editrice Fanucci. Presso i suoi tipi, con il contributo del duo de Turris-Fusco, vennero pubblicati un numero rilevante di volumi, almeno un centinaio, con: «presentazione esauriente degli autori, apparato di note per facilitare la lettura, […] testi con introduzioni pensate come piccoli saggi destinati a esplorare il senso mitico-letterario della narrativa fantastica» (p. 205). Fu un momento di svolta. Da allora, la letteratura dell’Immaginario, ritenuta di seconda classe dai critici à la page, acquisì dignità culturale e la “meraviglia dell’impossibile” divenne un codice di lettura con il quale guardare il mondo, oltre gli asfittici confini segnati dal realismo imperante.

De Turris, in questo particolare ambito di indagine, ha svolto un’azione promozionale di primo piano, tanto nei confronti di grandi nomi della letteratura fantastica, come nei confronti di autori meno noti. E’ stato, di certo, il maggior rappresentante dell’esegesi neo-simbolista della Fantasy. La cosa è opportunamente ricordata, rispetto a Tolkien, dal bel saggio di Chiara Nejrotti, nel quale viene opportunamente rilevato che, tanto Novalis quanto Eliade, pensavano il finito quale manifestazione dell’infinito: negli enti di natura balugina la vita dell’Eterno: «All’inizio l’umanità percepiva il mondo come una totalità, e sé stessa come una parte di questa» (p. 113). Il processo di individuazione ha portato progressivamente l’uomo a percepirsi come altro dal cosmo. Quindi: «E’ […] per rendere possibile la riunificazione originaria che la mente umana ha creato i simboli» (p. 113). Il Signore degli Anelli ha reintrodotto, nel mondo desacralizzato della modernità, il mito e l’epica, di cui gli uomini contemporanei, in particolare i giovani degli anni Settanta, avvertivano bisogno impellente. Tolkien, anziché creare una “mitologia per l’Inghilterra”, come disse, in realtà, ha prodotto una “mitologia per l’Europa”. L’interesse tolkieiniano di de Turris lo ha indotto, ancora una volta in sodalizio con Fusco, a scrivere una pièce teatrale in tema, Ricordi di un Hobbit, delle cui trame si occupa in un saggio, con pertinenza argomentativa, Stefano Giuliano.

Punto apicale della critica fantastica deturrisiana è rappresentato dalla lettura di Lovecraft. Lo mostra, con evidenza lapalissiana, Pietro Guariello. Per de Turris, lo scrittore di Providence non è semplicemente scriba del caos, in quanto: «C’è in noi una scheggia che resiste, un nucleo di materia ostinata che non si dissolve nell’acqua corrosiva del caos: dobbiamo ricercarlo, accrescerlo, attraverso una condotta di vita coerente […] che ci ponga in pace con noi stessi» (p. 75). Lovecraft diviene, in qualche modo, immagine di de Turris rifranta allo specchio: entrambi alla ricerca dell’ordine nel caos dilagante, entrambi animati da spirito antimoderno. Il fantastico lovecraftiano consente di osservare, con occhio indagatore, l’abisso che si cela dietro la realtà apparentemente rassicurante. Il letterato sposta l’attenzione dei lettori dal terrore interno all’uomo, alla dimensione cosmica. Tema, questo, presente anche nella esegesi deturrisiana di Machen, i cui personaggi: «appaiono come preda di forze delle quali non hanno vera comprensione» (p. 98), ricorda Marco Maculotti.

Questa ci pare, del resto, la medesima istanza cui de Turris si è attenuto nella produzione narrativa. In essa, riattualizza, come evidenzia con persuasività di accenti, Andrea Scarabelli, un fantastico panico e mediterraneo, il “mondo alla rovescia” tematizzato da Giambattista Basile ne Lo cunto de li cunti, o, come sostiene Max Gobbo, si pone alla ricerca di un fantastico “ontologico”, in particolare nel racconto, Il silenzio dell’universo. Tutto ciò mostra che de Turris ricopre un ruolo di primo piano nella letteratura contemporanea, sia per la narrativa, che per l’azione di promozione culturale e le esegesi critiche. Dai suoi scritti si rileva come egli avesse compreso, fin dalla collaborazione alle pagine di Linus, diretta da Oreste del Buono, la necessità di agire tanto sul piano della cultura “alta” (si pensi alla sua direzione dell’Opera omnia di Julius Evola per le Mediterranee), che di quella popolare (il suo interesse per il fumetto). Convinzione mantenuta anche dopo il suo approdo in RAI, come attestano le registrazioni della sua trasmissione radiofonica, L’Argonauta. Gianfranco de Turris è, senza dubbio, intellettuale di spicco ma è, innanzitutto, un gentiluomo. Tale termine, chiosa Fusco: « Indica […] chi […] si colloca più in alto e […] vede più lontano, capisce prima, coglie cose che altri non scorgono» (p. 203) e, per noi, è chi vive in coerenza alle proprie idee.

Dagli scritti della silloge emerge l’azione pedagogica che egli esercita, a volte da perfezionista o da “burbero benefico”, nei confronti di giovani e meno giovani che collaborano con lui, stimolandoli ad una costante revisione migliorativa dei testi prodotti. Consigliamo caldamente la lettura de Il viaggiatore immobile. Dalle sue pagine, chi vorrà avvicinare de Turris, potrà trarre una serie di informazioni utili sui “difetti” (e chi non ne ha), i gusti dell’uomo, come la smodata passione per i dolci, raccontata, in modalità esilarante da Marco Cimmino ma, soprattutto, sulla sua generosità intellettuale. Egli, infatti, si è da sempre speso per introdurre nel mondo editoriale chi gli è stato vicino (compreso chi scrive), ma non sempre è stato ripagato con la stessa moneta…Un libro di testimonianze, che gli rende giustizia. In un periodo come l’attuale, non è poco…

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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