Il filosofo in prigione. Il processo Evola-F.A.R. del 1951

Il filosofo veneto Andrea Emo, al termine del secondo conflitto mondiale, ebbe a scrivere, da lucido diagnosta qual era, che la democrazia liberale è “epidemica”. Il termine è da leggersi in senso etimologico greco: vale a dire, la democrazia moderna tende a porsi, attraverso il proprio apparato rappresentativo, “sul popolo”, a limitarne la libertà e l’effettivo esercizio della sovranità politica. Oggi, in piena età della governance, la cosa ha evidenza lapalissiana ma in quel frangente, tale tesi risultava, quantomeno, sospetta di “nostalgismo”. Un libro di Guido Andrea Pautasso, di recente comparso nel catalogo Oaks, Il filosofo in prigione. Documenti sul processo a Julius Evola, ci pare confermi la tesi di Emo (per ordini: info@oakseditrice.it, pp.287, euro 20,00).

Il volume è arricchito dalla premessa di Gianfranco de Turris e dalla prefazione di Sandro Forte. Si tratta della raccolta dei documenti prodotti durante il processo a carico dei F.A.R. (Fasci d’Azione Rivoluzionaria), celebratosi a Roma nel 1951. Nel testo compaiono i verbali degli interrogatori degli imputati e delle sedute processuali, nonché tutti gli articoli usciti sulla stampa in tema. Completa la documentazione uno scritto di Fausto Gianfranceschi, anch’egli coinvolto nell’inchiesta, intitolato, In prigione con Evola. L’autore ricorda che Evola venne prelevato dalla Polizia dal proprio appartamento romano, nella notte tra il 23 e il 24 maggio 1951. L’abitazione era stata piantonata dagli uomini della Pubblica Sicurezza agli ordini di Federico Umberto D’Amato che, non casualmente, tra il 1971 e il 1974 (anni della strategia della tensione), dirigerà  l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, nonostante il filosofo fosse da tempo paralizzato agli arti inferiori, e quindi, impossibilitato a mettere in atto tentativi di fuga. Era accusato di essere il “cattivo maestro” di un gruppo di giovani appartenenti ai F.A.R., che avevano compiuto attentati dimostrativi contro sedi di partito, senza alcuno spargimento di sangue.

Alcuni militanti del gruppo pianificarono, tra le altre cose, l’affondamento della nave Colombo: «che in base al Trattato di pace doveva essere ceduta all’Unione Sovietica» (p. 14). Il piano fu scoperto e furono arrestati diversi appartenenti all’organizzazione: Clemente Graziani, Biagio Bertucci, Paolo Andriani. Nel 1951 ci furono altri attentati dei F.A.R. e nella Capitale vennero imprigionati numerosi attivisti di destra. E’ in tale circostanza, che Evola,  presunto ispiratore di tali azioni dimostrative, venne condotto in carcere. Il tradizionalista, date le condizioni fisiche in cui versava, fu detenuto nell’infermeria di Regina Coeli per sei mesi. Il processo ebbe inizio il 10 ottobre. Il pensatore comparve in aula, trasportato in barella da detenuti comuni, il 12 di quel mese. In quel frangente storico, il filosofo era impegnato nella revisione delle sue opere principali, tanto che, nel maggio del 1951, aveva visto la luce la nuova edizione di Rivolta contro il mondo moderno. Pautasso ricorda che il tradizionalista: «per l’insistenza dell’amico Massimo Scaligero, iniziò a collaborare ad alcune testate giornalistiche vicine al Movimento Sociale» (p. 27).

Dopo la pubblicazione su “La Sfida” dell’articolo evoliano Coraggio radicale, il filosofo entrò in contatto con un gruppo di giovani che collaboravano all’ “inchiostro dei vinti”: Erra, Graziani, Rauti, Gianfranceschi. Di Evola, Gianfranceschi, in seguito divenuto cattolico, scrisse: «Ci liberò dalle scorie del passato cui eravamo politicamente legati, senza concessioni agli orribili luoghi comuni dell’”antifascismo”» (p. 28). Il pensatore partecipò a una conferenza missina a Roma e, successivamente, assistette alla II Assemblea giovanile del partito. Iniziò, così, la sua intensa collaborazione alle riviste d’area, tra le quali Imperium. I tre articoli usciti sul periodico, suscitarono grande interesse nell’ambiente, in quanto centrati: «su una visione spirituale, anti eudemonistica e qualitativa della vita» (p. 36). Quei giovani convinsero Evola a scrivere un unico testo chiarificatore, relativo al cammino di formazione spirituale che avrebbero dovuto intraprendere. Nacquero così le 22 pagine dell’opuscolo Orientamenti, presto divenuto livre de chevet della “gioventù nazionale” e ritenuto dalla Questura nientemeno che una sorta di vademecum “esoterico” per terroristi.

Durante il processo, un funzionario dell’Ufficio Politico dichiarò esser stato un dirigente nazionale missino a denunciare la corrente giovanile di Imperium. Evola, nell’autobiografia, ricorda l’episodio della carcerazione come se fosse stato involontariamente: «coinvolto in una comica vicenda» (p. 42). Comica lo fu davvero, se si pensa che il filosofo, fin dagli anni Trenta, aveva con chiarezza sostenuto che nel fascismo apprezzava quanto del retaggio “tradizionale” era tornato  a mostrarsi. Per questo non si era mai iscritto al P.N.F. né, tantomeno, al M.S.I. Inoltre, come gli atti processuali misero in luce, aveva invitato accoratamente più volte quei giovani a desistere da ogni forma attivistico-politica, e a respingere qualsivoglia pratica violenta. L’arringa difensiva di Francesco Carnelutti e la sua autodifesa dimostrarono che il pensiero evoliano non era riducibile, sic et simpliciter, a quello fascista, le sue idee essendo: «tradizionali e controrivoluzionarie» (p. 18). Così, di fronte all’evidenza delle cose, il 20 novembre 1951, Evola, Melchionda, Petronio e altri, furono assolti per non aver commesso il fatto. Tre anni dopo la Corte d’Assise ritenne di non dover procedere contro Evola, Erra e De Biasi per apologia di fascismo, in quanto il reato era estinto a seguito di amnistia.

I magistrati, in questa seconda sezione di giudizio, per quanto attiene al reato di apologia, avevano ragionato in questi termini: se le idee “tradizionali” di Evola riemersero, sia pur parzialmente, nel fascismo, ciò implicava che esse fossero, in qualche modo, sintoniche al regime totalitario. I documenti e la loro esegesi, presentate in questo volume, chiariscono come la rinata democrazia repubblicana ordisse “processi alle idee” non conformi. Da allora, la fama di maestro “solfureo” ha gravato su Evola, derubricato dalla critica a pensatore “imperdonabile”. Anche in quella circostanza, il Barone mantenne un distacco interiore ragguardevole, rispetto agli eventi che lo vedevano coinvolto, testimoniando la propria diversità esistenziale.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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