Geroglifici ed emetismo di Sir Thomas Browne

Quella di Roberto Calasso, direttore editoriale dell’Adelphi, è un’opera in corso che finora vanta nove parti. Opera erudita che, essendo stata pensata nietzschianamente, per tutti e per nessuno,  non aveva ancora pienamente ri-velato il suo da-dove e, soprattutto, il suo per-dove. Al termine della lettura dell’ultima fatica dell’autore, pensiamo di poter sostenere che sia possibile individuare l’effettivo ubi consistam della sua visione del mondo. I geroglifici di Sir Thomas Browne, da poco comparso nel catalogo Adelphi (pp. 188, euro 20,00), è un libro, in questo senso, chiarificatore. Si tratta della tesi di laurea che Calasso discusse alla Sapienza di Roma nel 1965. Il testo è stato aggiornato e ampliato dall’aggiunta di un saggio. Calasso discute la vita e le opere di Sir Thomas Browne, scrittore nel quale: «la medicina e la teologia, l’erudizione antiquaria, la scienza naturale e il simbolismo ermetico si compongono in un solo discorso dalle molteplici e divergenti articolazioni» (p. 13).

Browne, dopo aver seguito l’iter previsto dagli studi di medicina in diverse università, si stabilì a Norwich, città dove risiedette fino alla morte, sopravvenuta nel 1662. Nel 1664 venne consultato come autorità in un processo per stregoneria. Pubblicò, Religio medici, Pseudodoxia Epidemica e due trattati, Urn Burial  e The Garden of Cyrus. Era noto, nel suo tempo, anche per le disparate raccolte che costituivano il «gabinetto di rarità», allestito presso la propria abitazione. Nonostante il successo, rimase sempre autore «per pochi», per raffinati. Il fascino della prosa lo rese ineguagliabile nella letteratura inglese, tanto che uno dei primi esegeti sostenne che in lui i contenuti fossero del tutto subordinati alla forma. Tale lettura produsse una svalutazione della vasta dottrina, ridotta a sfondo della mera esercitazione stilistica.

Browne, quasi per statuto ontologico, si sottrae al semplicistico gioco delle definizioni a cui alcuni interpreti si sono dati con estrema facilità: alcuni lo hanno ritenuto un deista, altri un esponente del riemergente tomismo. Per Calasso, egli: «era innanzitutto homo religiosus» che ricercò la discrezione, il vivere nascosto, la maschera. Seppe, come pochi, «cancellarsi», chiosa l’autore. Le sue pagine sollevarono questioni, lasciando il lettore sospeso alla dimensione aporetica, perché non ambivano a fornire risposte definitive, certezze capaci di rivelarsi false. Ma la sua scepsi agiva quale volano verso un sapere Altro, era possibile apertura sul misterium della vita. Pur professandosi apertamente anglicano, i suoi autori erano «eretici» rispetto a qualsiasi atteggiamento meramente fideistico: Ficino, Böhme, Fludd, Kircher. Con il che viene esplicitato il riferimento teorico per eccellenza di Browne, il platonismo ermetico. Questi dichiarò infatti: «Il riso delle rigide scuole non mi distoglierà mai dalla filosofia di Hermes» (p. 22). Ad alcuni dei suoi contemporanei, la scelta alchemica apparve, quantomeno, stravagante. Nel Seicento soffiava impetuoso, sulla cultura proveniente dal passato, il vento dell’oblio.

Il Seicento fu età contraddittoria: si imbalsamò il passato, mentre si approntava la nuova scienza. L’opera di Browne consistette nel raccogliere un numero inusitato di riferimenti, di dati, di citazioni con il metodo della «raccolta di frasi», assai prossimo alle intenzioni novecentesche di Walter Benjamin, che avrebbe voluto realizzare un volume di sole citazioni. In questo senso, Browne riteneva non ci fosse nulla da aggiungere, se non mere chiose, a quanto testimoniato dalla Tradizione. L’erudito inglese fu un visionario di una specie del tutto particolare: le visioni in lui non annullavano la percezione sensibile, al contrario! In lui la mistica ermetica conviveva con i dati empirici, la teologia con la dottrina antiquaria. Egli rintracciava nel visibile, nella natura, il darsi dell’invisibile, attraverso il recupero di una cultura consapevole che i vicoli ciechi della ratio: «costringono a riferirsi ad un ordine diverso» (p. 40) delle cose. A Browne sta a cuore una teologia della natura atta a decifrare realtà divine iscritte nel suo corpo enigmatico. La via di decifrazione del reale passa dalla scrittura: «Egli si trovava nell’alveo di una vivente tradizione simbolica, nella quale l’immagine del Liber Naturae occupava un ruolo centrale» (p. 44). Pertanto, quando afferma che l’arte è la perfezione della Natura, si riferisce all’alchimia. Solo l’Ars Regia è in grado di liberare la quinta essentia dalle pastoie della carne, ma, si badi, la vita è un processo di maturazione alchemica che trova il suo compimento nella morte.

Non è casuale, pertanto, che Browne fosse amico di Arthur Dee, figlio di John, notissimo mago ed ermetista. E’attraverso tale frequentazione che il nostro comprese che il linguaggio della natura è scritto in immagini: i geroglifici. Il cosmo è composto, come dirà nel Novecento Marius Schneider: «di segni acustici o visibili […] adombranti una realtà superiore e invisibile» (p. 67). La stessa musica ha un valore geroglifico, rappresentando la costituzione sonora dell’universo. Di tale linguaggio segreto si occupò Athanasius Kircher, secondo il quale i geroglifici avrebbero rappresentato nel nostro mondo un strumento per l’essenziale approssimarsi alla conoscenza divina. Dopo la caduta, la natura frammentata può rivelarsi solo nelle immagini dei geroglifici. Negli emblemi, al contrario, le loro immagini saranno definitivamente perse. Medesimo contesto culturale emerge anche nella Pseudodoxia. Qui il significato dei geroglifici è inteso in relazione alla confusione delle lingue. Gli Egizi avrebbero sviluppato un linguaggio simile alla Lingua Adamica, ma intraducibile in Suono, in Verbo, in quanto l’immagine fornisce una visione istantanea e totale.

Gli altri due libri di Browne formano: «due parti opposte eppure congiunte che si elevano dal più basso […] Urn Burial (La morte) al più alto […] Garden of Cyrus, il ‘carattere numerico’ della realtà, (la vita)» (p. 155). Vi si traccia il percorso di discesa dell’anima dal cielo verso le regioni inferiori e la via del ritorno, il sentiero degli dei e quello degli uomini, attraverso i due simboli del sepolcro e del giardino, rappresentanti il processo di manifestazione e di occultamento del principio. Browne applica rigorosamente l’inversione analogica, avendo contezza che ciò che è in alto è come ciò che è in basso. La Cenere prepara il Corpus Resurrectionis, il verde rigoglio del giardino: «Il quincunx è segno della sepoltura nel mondo, ma al tempo stesso è segno delle generazioni e della congiunzione secondo l’erotica mistica» (p. 175). Ecco, la quinta essentia, del pensiero di Calasso è l’ermetismo, via d’uscita dal moderno, l’Innominabile attuale.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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