Freud e la tradizione mistica ebraica

La psicanalisi è una delle forme deviate e più pervasive dello spiritualismo contemporaneo, come ben sapeva Julius Evola. Ha svolto un ruolo rilevante nella perdita del “Centro” da parte dell’uomo contemporaneo. Tale esito è inscritto nell’humus culturale e spirituale che agì sulla formazione del suo fondatore, Sigmund Freud. A ricordarlo ai lettori è David Bakan, già docente di Psicologia presso la York University in Canada, deceduto nel 2004, nel volume Freud e la tradizione mistica ebraica, nelle librerie per Iduna editrice (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 280, euro 24,00).

Il volume è preceduto da un saggio introduttivo di Nuccio D’Anna. Quest’ultimo, in sintonia con l’autore, rileva come, fin da giovane, Freud avesse acquisito una conoscenza linguisticamente approfondita della Bibbia. Lo psicanalista aveva appreso a rispettare l’alimentazione tradizionale ebraica, a colloquiare con i propri familiari in yiddish, a praticare importanti forme meditative tipiche dello Hassidismo. Teneva, inoltre, nel proprio studio in: «bella mostra il testo dello Zohar, lo scritto Kabbalistico forse più celebre […], nel quale si trovano indicazioni rilevanti sull’unio mystica» (p. X). Probabilmente conosceva, inoltre, la tecnica kabbalistica: «del dilung e kefitsah […] insegnata ai suoi discepoli da Abulafia già nel XIII secolo» (p. X). Tale tecnica consentiva di evincere la radice dal quale sorge il pensiero logico e di giungere all’ “allargamento della coscienza”. In realtà, il medico viennese si preoccupò, nella elaborazione della teoria e della pratica psicanalitica: «di trasporre questi antichi metodi sradicandoli totalmente dalle loro radici rituali e sacrali» (p. XI), mettendo in atto un evidente capovolgimento delle antiche metodologie rituali.

A tanto giunse a causa dell’influenza di personaggi disparati. Innanzitutto, sul finire del secolo XIX, fu notevole l’influsso intellettuale del medico Wilhelm Fliess, fermamente convinto della latenza sessuale infantile, anzi della bisessualità dell’infanzia. Tra i due vi fu, in seguito, una brusca rottura di rapporti. Ben presto, Freud incontrò sulla sua strada, grazie all’intercessione di Jung, la “Musa” di Nietzsche, Lou Andreas-Salomé, interessata al ruolo realizzativo dell’Eros. La donna affascinò lo psicanalista che la introdusse alla Società del Mercoledì, un gruppo strutturato in due livelli: uno esoterico, del quale faceva parte il gotha dell’ambiente freudiano e che tra i propri membri includeva Alfred Adler, e uno essoterico. Questo gruppo si riunì regolarmente dal 1902 al 1907. Nel 1912 Ernest Jones e Sandór Ferenczi proposero al maestro di costituire un Comitato segreto che, fino al 1936: «esercitò la propria attività di controllo discreto in tutte le iniziative dell’Associazione di psicanalisi» (p. V). In tal modo: «La società psicanalitica cominciò a configurarsi come una vera e propria parodia scimmiesca di una catena iniziatica» (p. VI).

A seguito della morte del padre, nel 1897, Freud fu ammesso alla loggia viennese dell’Indipendent Order of B’nai B’rith, un sodalizio sovranazionale. In quegli anni il nostro pensatore iniziò, ricorda Bakan, a elaborare la teoria della sessualità infantile, centrata sui complessi di Edipo ed Elettra. Se le motivazioni esterne di adesione alla loggia erano dettate dalla volontà di ribadire la propria identità ebraica e di rispondere al montante antisemitismo nella Vienna del sindaco Lueger, d’altro lato, l’affiliazione gli garantiva un ampio uditorio per le proprie conferenze. In una prolusione dedicata al Motto di spirito si servì del folklore ebraico in tema di Witz e motteggi, profanandone, in tutta evidenza, i contenuti sacrali. Nelle conferenze dedicate a Eros e Thanatos sottolineò il tratto “paternalista” dei monoteismi, giudicandolo produttore di psicosi e inibizioni. L’adattamento che Freud metteva in atto dell’avita tradizione familiare: «chiarisce […] la direzione oscura verso cui conducono le terapie psicanalitiche» (p. XI). Una direzione catagogica, conducente, come era noto alla misteriosofia ellenica, alla “caduta nel pantano”, uno sprofondamento nel sottosuolo pulsionale umano, la cui manipolazione poteva risultare rischiosa tanto per il presunto terapeuta, quanto per il paziente. La pratica dei Tarocchi con gli Arcani maggiori, tradizionalmente indicanti i principi “formanti” il cosmo, cui Freud si dedicava nei momenti liberi in Loggia, ebbe per lui il senso di una contro-celebrazione del “Giorno del Signore”.

Tale tendenza la si evince dal volume Totem e tabù del 1913. Nelle sue pagine, Freud prospetta nel mondo arcaico: «l’esistenza di piccole società formate attorno a un maschio adulto che autoritariamente avrebbe comandato una cerchia numerosa di donne immature» (p. XV). Introduce, in tal modo, un’equivalenza tra le religioni e le sue astrazioni totemiche, ritenute responsabili di gravi forme di ossessione psichica. In tal senso è esemplare il saggio Il Mosè di Michelangelo. Nella scultura del grande artista lo psicanalista non riesce a percepire la “luce” indicante la “Presenza divina”, ma semplicemente lo sforzo sovrumano di Mosè, atto a placare la collera che lo animava al fine di salvare le Tavole. Nel volume L’uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud: «avanza l’ipotesi che Mosè non fosse un israelita, ma un esponente della casta nobiliare egizia» (p. XIX). Bakan sostiene che il tentativo di Freud è simile a quello messo in atto da Sabbatei Tzevì: è intenzionato, infatti, a scalzare il fondatore del Giudaismo dal ruolo di Inviato di Dio. Tale tesi è mirata a posporre: «su un piano parareligioso le sue ricerche sulla nevrosi […] e dichiara che tutte le religioni sono una speciale forma di “nevrosi ossessiva universale”» (p. XXI).

Nell’interpretazione freudiana dei sogni, centrata sulla distinzione tra contenuto manifesto e latente, a dire di Bakan si evince la presenza delle dottrine sabbatiane e un esplicito riferimento al demonismo. Si tratta dell’inversione del sacro Patto che gli Ebrei avevano originariamente contratto con Dio. Il medico viennese attribuisce il ruolo salvifico che nel pensiero religioso era proprio di Dio, alla psicanalisi. Tale “presunta” scienza è stata costruita ad hoc, ritiene Bakan, per sterilizzare la dimensione divina e luminosa dell’uomo.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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  1. paolo
    | Rispondi

    Un mostro che hanno deliberatamente circonfuso di un’aura fittizia e ingannatrice semplicemente per abbindolare quegli incurabili pecoroni che sono i goyim

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