Così morì l’Uranoscopo

Anna Maranini, Così morì l'uranoscopo
Anna Maranini, Così morì l’Uranoscopo

La Prof.ssa Anna Maranini, studiosa di letteratura medievale e umanistica, ha pubblicato un originale studio sulla figura dell’uranoscopus, ovvero la raffigurazione di un pesce con gli occhi rivolti verso il cielo che era simbolo dell’attitudine umana a cercare le proprie origini divine. Il libro prende le mosse dalla descrizione del pesce uranoscopus dell’umanista Gioachino Camerario il Giovane (1534-1598). Fin dall’antichità la postura eretta dell’uomo era interpretata come un anelito ad elevare l’anima alle altezze del cielo, e il Cristianesimo aveva accolto e sviluppato questo tema culturale. Già Platone aveva indicato l’origine dei quadrupedi negli uomini che non si occupavano di filosofia e che non prendevano in considerazione la natura degli oggetti celesti; sulla scia di queste concezioni il pensiero cristiano riteneva che l’uomo era stato conformato in modo da poter agevolmente guardare al cielo per poter contemplare il suo creatore.

L’immagine dell’uranoscopus andava a confondersi con varie tipologie di pesci più o meno fantastici che venivano descritti nei lessici, nei bestiarii e nelle opere astrologiche del Medioevo. Ad aumentare la confusione contribuivano anche i copisti che, confondendo la grafia delle lettere, leggevano ad esempio granius al posto di uranius dando luogo a equivoci che si perpetuavano da un testo all’altro. Anche a causa di questi malintesi talvolta altri animali assumevano caratteristiche di uranoscopus, ad esempio nelle Derivationes di Uguccione da Pisa l’animale uranoscopus era il bue. Le etimologie si confondevano ed erano prese di volta in volta dall’ebraico, dall’arabo, dal persiano, dall’etiopico…

Ne L’Acerba di Cecco d’Ascoli, compare un “Orospo”, che non viene descritto come un pesce, ma come un animale con un solo occhio rivolto verso l’alto e con la schiena ricoperta di peli bianchi. La parola usata da Cecco veniva facilmente interpretata come “rospo” in virtù della facile assonanza, ma è evidente che derivava da errate letture della grafia dei codici manoscritti.

La lessicografia accoglieva anche il lemma contrario: il catoblepa, che era riferito ad animali che avevano lo sguardo costantemente rivolto verso il basso, segno incontrovertibile di attitudini demoniache.

Il tema dell’uranoscopus continuò ad avere fortuna anche in piena epoca umanistica, sia nel mondo cattolico che in quello protestante, anche se gli autori cercavano di usare un linguaggio allusivo e non troppo diretto per il timore di incappare nelle scomuniche e negli interdetti che fioccavano in entrambi i campi quando si trattavano temi spirituali. Poi, verso la fine del XVII° secolo cominciarono a essere pubblicati manuali scientifici sui pesci che mettevano ordine nella varia mitologia che si era accumulata sull’argomento.

L’affascinante storia dell’uranoscopus è esemplificativa di temi che si sono manifestati nella concezione della philosophia perennis, che imponeva una continua ricollocazione delle idee dalla filosofia alla teologia, dalla mitologia alle credenze popolari, dalla magia alla simbologia, in un continuo riesame dei concetti di razionalità e di mistero.

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Anna Maranini, Così morì l’uranoscopo, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», Cesena, 2006, pp. 272, € 16,00.

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Michele Fabbri ha scritto il libro di poesie Apocalisse 23 (Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2003). Quella singolare raccolta di versi è stata ristampata più volte ed è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo e portoghese. Dell’autore, tuttavia, si sono perse le tracce… www.michelefabbri.wordpress.com
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