Bestie, uomini e Dei. Un libro tra natura, politica ed esoterismo

Ferdynand Ossendowski
Ferdynand Ossendowski

E’ nel destino di alcuni libri, il pesante fardello di segnare un intero ambiente intellettuale o di condizionare un determinato indirizzo di ricerca. Una sorte di questo tipo va ascritta al libro di Ferdinand A. Ossendowski, Bestie, Uomini, Dei. Il mistero del Re del mondo, recentemente ristampato meritoriamente dalle edizioni Mediterranee (per ordini: ordinipv@edizionimediterranee.net 06/3235433, euro 18,50). In esso l’autore narra il viaggio avventuroso, le vicissitudini, gli incontri straordinari da lui vissuti dal gennaio 1920 al giugno 1921 tra Krasnoiarsk, in Siberia, e Pechino, dove il suo peregrinare ebbe termine. Un tragitto durante il quale attraversò gli spazi desolati e affascinanti della Siberia, la steppa della Mongolia, il Tibet, la Manciuria e la Transbaikalia. Come ogni libro degno di questo nome, il testo di Ossendowski è stratificato e ad esso si può accedere da “ingressi” diversi.

Ad una prima lettura lo si può considerare esempio riuscito di diario di viaggio e d’avventura ma, al medesimo tempo, si tratta di testo in qualche modo politico. La lunga odissea del protagonista, infatti, si intreccia con le drammatiche vicende della rivoluzione d’Ottobre e con i repentini e terribili cambiamenti che essa apportò nella vita di milioni di uomini, anche nelle regioni ad est di Mosca. E’ possibile rintracciare un terzo livello di esegesi, come compiutamente ricorda nella Nota editoriale il curatore Gianfranco de Turris, quello propriamente religioso-esoterico, in quanto il narratore descrive le magie e le suggestioni ipnotiche di personaggi misteriosi, quali lo Tushegun Lama, si sofferma nell’analisi del buddhismo mongolo-tibetano e, soprattutto, affronta le tematiche legate al “Re del Mondo”, dopo che dello stesso tema si era occupato Saint-Yves d’Alveidre.

bestie-uomini-deiDurante il suo viaggio verso la libertà, in fuga dal comunismo, l’autore trascrisse i suoi pensieri su un taccuino d’appunti che rielaborò tra il 1921 e il 1922 quando, membro della delegazione polacca, partecipò alla conferenza per il disarmo di Washington. Alla pubblicazione lo sollecitò Lewis Stanton Palen, conosciuto in quella circostanza, come questi narra nell’Introduzione all’edizione inglese del 1923. Protagonista assoluta delle vicende è la Natura: dura, selvaggia, animata da potenze che la rendono manifestazione del divino, e con la quale Ossendowski, in totale solitudine, deve confrontarsi. Egli “… possiede lo sguardo scientifico di chi è abituato a guardare oggettivamente: da qui le affascinanti descrizioni di vegetazione e animali; il pauroso incontro con l’orso dei boschi, la caccia per sopravvivere” (p. 9), il gelo iemale, i rifugi di fortuna di una notte, tra le radici degli alberi, in spasmodico ascolto del silenzio profondo, quasi in attesa di una rivelazione suprema del senso delle cose. L’incontro degli orizzonti infiniti della steppa mongola solcata dai cavalli selvatici, in cui la piatta terra del permafrost incontra i cieli cerulei: entrando in essa pare di scoprire che cosa davvero voglia dire horror vacui, il terrore del vuoto che disorienta, interrotto all’improvviso dall’ergersi lontano delle yurte, le tradizionali tende dei nomadi Mongoli. Nel suo confronto con la Natura, Ossendowski riscopre il “Nulla di troppo” delfico, trova l’essenzialità in ogni gesto e pratica quotidiana, in sorprendente sintonia con il Thoreau di Walden. Vita nei boschi.

L’essenzialità della Natura, la sua bellezza, sigillo tangibile dell’azione pervasiva del Bene, è dilacerta, in alcuni luoghi del libro, dall’irrompere fulmineo dell’orrido: le devastazioni prodotte dall’odio di classe dei bolscevichi, sempre alla ricerca del nemico assoluto da eliminare. Allora, i boschi incantati, si macchiano del sangue dei cadaveri dei Cosacchi impiccati ai rami di alberi enormi; oppure, tra i ghiacci alla deriva, trasportati dalle acque impetuose primaverili dello Iennesei, ecco emergere corpi dilaniati di uomini e donne, contadini che ebbero l’ardire di opporsi alle requisizioni della spietata Ceka. Il comunismo è visto, in queste pagine, stando alle parole di molti tra i personaggi che le affollano, quale infezione spirituale dilagante e da arginare. In tal senso, si distingue quale paladino dell’anticomunismo il barone von Ungern-Sternberg, descritto da Ossendowski come dio della guerra, folle e sanguinario, emblema dell’eroismo puro, sacrificale “…custode della Tradizione e nemico spietato della Sovversione” (p. 10). Egli incarna il progetto politico panasiatico e controrivoluzionario. Ma tale potente pulsione utopica incontrerà la propria fine davanti al plotone d’esecuzione bolscevico, per il tradimento del colonnello Sepailoff nel settembre del 1921.

Momento dirimente del racconto è rappresentato dalla trattazione del tema del “Re del Mondo”. Tale mito, di cui parlerà Guénon dapprima sulla rivista Atanòr, diretta da Arturo Reghini, e poi nel volume Le Roi du Monde, dice di un regno sotterraneo e invisibile, in cui con la diffusione dell’empietà, avrebbero trovato riparo gli ultimi iniziati. La cosa è ricordata da Evola in Rivolta e in Il mistero del Graal: nella sua prefazione a Bestie, Uomini, Dei il tradizionalista suggerisce che il Centro dell’Agarthi deve essere inteso quale riferimento ad un “centro invisibile”, da cui il sovrano “mai morto” riapparirà per l’ultima e definitiva battaglia.

un-indovino-mi-disseLibro affascinate, policentrico e attualissimo questo di Ossendowski. Noi stessi, alla prima lettura, molti anni fa, ne subimmo la fascinazione: tanto da ripercorre a piedi la Mongolia, i Monti Altai nelle zone in cui esistevano ancora sopravvivenze residuali di comunità sciamaniche, per calarci nella natura selvaggia resa così bene dallo scrittore. Sappiamo, pertanto, quale mai sia il fascino della steppa, il suo essere metafora dell’origine, del ni-ente. Ad Ulan-Bator, capitale della Mongolia, una sera incontrammo un viaggiatore italiano che aveva tra le mani Bestie, Uomini e Dei. Si trattava dello scrittore Tiziano Terzani, allora impegnato nella stesura del suo Un indovino mi disse… Mi raccontò che in Thailandia, dove viveva da tempo, un indovino gli aveva predetto di non tornare in Italia in aereo, altrimenti avrebbe rischiato di perdere la vita. Terzani fece ritorno a Firenze in treno, servendosi della Transiberiana. Per questo, aveva fatto sosta ad Ulan-Bator. In una notte ricca di confidenze che qui è piacevole ricordare, mi disse che il libro di Ossendowski gli aveva svelato, su quell’area asiatica e sulla cultura buddhista, molto più dei trattati accademici che andava studiando da anni. Ci auguriamo che nuovi lettori possano condividere l’affermazione di Terzani.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".
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2 Responses

  1. […] e di lucida follia. Una vita segnata dalla presenza di dei, di uomini e di bestie, per citare l’omonimo romanzo dello scrittore polacco Ferdynand Ossendowski che ebbe la fortuna di incontrarlo di persona e di diventarne, per un breve periodo, perfino […]

  2. […] follia. Una vita segnata dalla presenza di dei, di uomini e di bestie, per citare l’omonimo romanzo dello scrittore polacco Ferdynand Ossendowski che ebbe la fortuna di incontrarlo di persona e di diventarne, per un breve periodo, perfino […]

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