Le gesta del giovane Cuchulain

Lady Augusta Gregory, La saga di CuchulainAccadde un giorno, quando Setanta aveva circa sette anni, che egli ascoltò alcuni dei suoi parenti da parte di madre parlare della corte del re Conchubar a Emain Macha, e dei figlî dei re e dei nobili che vivevano lì, e di come essi passassero gran parte del loro tempo in giochi e a praticare l’hurling. “Lasciami andare lì a giocare con loro”, disse a sua madre. “È troppo presto perché tu possa farlo”, gli rispose quella, “ma aspetta fino a quando sarai in grado di viaggiare così lontano e fino a che ti potrò far portare da qualcuno che vada alla corte, che ti metta sotto la protezione di Conchubar”. “L’attesa potrebbe essere troppo lunga”, egli disse, “ma ci andrò da solo, se mi indicherai la strada”. “È troppo lontano per te”, disse Dechtire, “dal momento che Emain Macha si trova oltre Slieve Fuad”, “È a est o a ovest di Slieve Fuad?”, domandò. E quando ella gli ebbe risposto, egli uscì e se ne andò, senza portare null’altro con sè che la sua mazza da hurling, e la sua palla d’argento, e il suo piccolo giavellotto e la lancia; e sembra che per alleggerirsi il viaggio abbia dato un colpo alla palla e dopo averla battuta abbia lanciato innanzi la sua mazza da hurling, e poi ancora il giavelloto, e dopo abbia fatto una corsa tale da arrivare ad acchiappare tutto con le mani prima che una sola cosa toccasse terra.

In questo modo egli procedette fino a quando arrivò al prato a Emain Macha, e lì egli vide tre quinti dei figlî di re praticare l’hurling e apprendere le azioni militari. Egli si parò innanzi a loro, e quando la palla gli capitò vicino la prese tra i piedi e la battè in avanti nonostante loro gli si opponessero fino a mandarla vicina alla meta. Quando videro ciò che aveva fatto si sorpresero e si arrabbiarono furiosamente, e Follaman, figlio di re Conchubar, che era loro capo, gridò loro di accorrere e cacciare fuori lo straniero e fargli fare una brutta fine. “Non ha diritto”, egli disse, “di venire nel bel mezzo del nostro gioco senza chiedere il permesso, e senza mettere la sua vita sotto la nostra protezione. E potere stare certi”, disse, “che è il figlio di un qualche semplice guerriero, e non può proprio partecipare al nostro gioco”. Con ciò, tutti sferrarono un attacco contro di lui, e iniziarono a lanciargli le loro mazze da hurling, e le loro palle e i giavellotti, ma egli le schivò tutte, e poi si avventò contro di loro, e cominciò a cacciarne a terra parecchî. Fergus usciva proprio allora dal palazzo, e appena si accorse di quello che stava combinando quel ragazzino, lo portò dentro dove Conchubar stava giocando a scacchi, e raccontò al re quello che era successo. “Non è un gioco corretto quello che stavi giocando”, egli disse. “È stata colpa loro”, rispose il ragazzo; “venivo come straniero, e non ho ricevuto un benvenuto degno di uno straniero”. “Allora non sapevi”, disse Conchubar, “che nessuno può giocare insieme al gruppo dei ragazzi di Emain senza prima avere il loro permesso e la loro protezione”. “Non lo sapevo, ma avrei dovuto domandarlo”, disse. “Quali sono il tuo nome e la tua famiglia?”, disse Conchubar. “Mi chiamo Setanta, figlio di Sualtim e Dechtire”, disse. Quando Conchubar sentì che era suo nipote gli diede un caloroso benvenuto e ordinò al gruppo di ragazzi di accettarlo nella loro compagnia. “Lo faremo”, essi risposero. Ma quando essi uscirono a giocare, Setanta cominciò a farsi largo tra loro con la forza, e a buttarli a terra, tanto che essi non furono in grado di resistergli. “Cosa vuoi da loro, adesso?”, disse Conchubar. “Giuro sugli dèi cui crede il mio popolo”, disse il ragazzo, “che non alzerò più le mani su di loro dal momento in cui essi si porranno sotto la mia protezione, nello stesso modo in cui io mi sono posto sotto la loro”. Allora tutti i ragazzi accettarono quella proposta; e Setanta rimase presso la casa del re a Emain Macha, e tutti i comandanti degli uomini dell’Ulster collaborarono nel farlo crescere.

C’era un grande fabbro nell’Ulster di nome Culain, che organizzò in quel periodo una festa per Conchubar e il suo popolo. Mentre Conchubar stava andando alla festa, passò dal prato dove il gruppo di ragazzi era intento nei proprî giochi, e lì guardò per qualche momento, e vide come il figlio di Dechtire li stava battendo tutti. “Quel ragazzetto servirà già l’Ulster”, disse Conchubar; “chiamamelo subito”, disse, “e fallo venire con me alla festa del fabbro”. “Non posso venire con voi adesso”, disse Setanta quando lo andarono a chiamare, “poiché questi ragazzi non ne hanno ancora avuto abbastanza di giocare”. “Potrebbe essere troppo lunga l’attesa”, disse il re. “Non è necessario che mi aspetti; seguirò la traccia del carro”, disse Setanta.

Così Conchubar andò avanti fino alla casa del fabbro, e fu accolto con un gran benvenuto, e a terra vennero messi giunchi freschi, e vi furono poemi e canzoni e relazioni delle leggi, e la festa ebbe inizio, ed essi iniziarono ad allietarsi. E allora Culain disse al re: “C’è qualcun’altro che verrà dopo di te questa notte?”. “Non verrà più nessuno”, disse Conchubar, dal momento che aveva dimenticato di avere detto al ragazzetto di seguirlo. “Ma perché me lo chiedi?”, disse. “Ho un cane da guardia grande e feroce”, disse il fabbro, “e quando lo slego, non permette a nessuno di avvicinarsi nei suoi paraggî, e non obbedirà ad altri che a me, e possiede da solo la forza di cento”. “Liberalo pure”, disse Conchubar, “ché dia pure un’occhiata in giro”. Così Culain lo liberò e il cane fece una corsa in tutta la zona, e poi tornò indietro nel luogo in cui riposava di solito e controllò la casa, e tutti lo temevano, dato che era così feroce e crudele e selvaggio.

Ora, quando i ragazzi a Emain ebbero finito di giocare, ciascuno di essi tornò alla casa del proprio padre o dove doveva comunque andare. Ma Setanta seguì le tracce dei carri, alleggerendosi il viaggio come come soleva fare con la mazza da hurling e la palla. Quando arrivò al prato davanti alla casa del fabbro, il cane da guardia lo udì, iniziò ad abbaiare così forte che avrebbe potuto essere udito fino nell’Ulster, e si mise a correre nella sua direzione senza mostrare di volersi fermare né di temerlo in benché minima misura, ma per inghiottirlo in un sol boccone. Il giovane non aveva armi, solo la sua mazza e la sua palla, ma quando vide il cane avventarsi contro di lui colpì la palla con una forza tale che essa finì nelle fauci del mastino e attraversò il corpo. Allora lo afferrò per le zampe posteriori e lo sbattè violentemente su un masso finché non gli rimase più un solo scampolo di vita.

Quando gli uomini che stavano festeggiando all’interno sentirono l’abbaiare del mastino, Cochubar si levò e disse: “Questo nostro viaggio è capitato in un giorno davvero infausto, dal momento che questo sicuramente è il figlio di mia sorella che è venuto a raggiungermi, e che ha trovato la morte per causa del mastino”. Al che, tutti gli uomini si precipitarono fuori, senza aspettare di uscire dalla porta, ma scavalcando i muri e gli ostacoli che incontravano. Ma Fergus fu il primo ad arrivare dove si trovava il ragazzo, lo sollevò e se lo caricò sulle spalle, e lo portò sano e salvo da Conchubar, e vi fu grande gioia per questo.

Ma Culain il fabbro uscì insieme a loro, e quando vide il suo grande mastino che giaceva morto e fatto a pezzi il suo cuore si riempì di dolore, ed egli entrò e disse a Setanta: “Non vi è alcun benvenuto per te”. “Cosa hai contro il ragazzo”, domandò Conchubar.

“Non è stata la buona sorte a menarlo qui, o a farmi organizzare questa festa in tuo onore, re”, egli disse; “poiché d’ora innanzi, essendo morto il mio mastino, i miei possedimenti andranno in rovina, e sarà compromessa tutta la mia vita. E, giovane ragazzo”, disse, “quel cane era uno della mia famiglia, dal momento che proteggeva i miei beni e i miei greggi e le mie mandrie e tutto ciò che posseggo”. “Non te ne crucciare”, disse il ragazzo, “sarò io stesso a fare tutto quello che faceva il tuo mastino”. “Come farai?”, chiese Conchubar. “Questo è il modo in cui lo farò: se c’è un cucciolo della stessa razza in Irlanda, del quale io possa entrare in possesso, lo alleverò e allenerò sino a che diverrà valido quanto il mastino che ho ucciso; e fino a quel giorno, Culain”, disse, “io stesso sarò il tuo cane da guardia, per sorvegliare i tuoi beni e il tuo bestiame e la tua casa”. “Hai fatto un’offerta giusta”, disse Conchubar. “Io stesso non avrei potuto fare di meglio”, disse Cathbad il Druido. “E d’ora innanzi”, disse, il tuo nome sarà Cuchulain, il Mastino di Culain”. “Preferisco il mio nome personale Setanta, figlio di Sualtim”, disse il ragazzo. “Non dire così”, disse Cathbad, “dal momento che un giorno tutti gli uomini al mondo avranno il nome di Cuchulain sulle labbra”. “Se è così, sono contento di assumerlo”, disse il ragazzo. E questo è il modo in cui egli prese il nome di Cuchulain.

Un giorno, parecchio tempo dopo, nella sua casa a nord-est di Emain, Cathbad il Druido stava insegnando ai suoi allievi. C’erano otto ragazzi insieme a lui quel giorno, e uno di loro gli domandò: “I tuoi segni ti indicano qualcosa in particolare cui la giornata di oggi sia propizia?”. “Se qualche ragazzo prenderà le armi oggi”, disse Cathbad, “il suo nome diverrà più grande di ogni altro nome in Irlanda. Ma la lunghezza della sua vita sarà breve”, disse.

Cuchulain era fuori a giocare, ma sentì quello che aveva detto Cathbad, e immediatamente smise e andò diritto alla camera da letto di Conchubar, e disse: “Tante buone cose a te, re!”. “Cos’è che vuoi?”, disse Conchubar. “Ciò che voglio è prendere le armi oggi”. “Chi te lo ha messo in testa?”. “Cathbad il Druido”, disse Cuchulain. “Se è così, non te lo negherò”, disse Conchubar. Fece dunque scegliere al ragazzo le armi, e questi ne provò la robustezza, e non ce n’era alcuna che gli piacesse, o che fosse abbastanza forte per lui, a eccezione di quelle di Conchubar stesso. Così egli gli diede le sue due lance, e la sua spada e il suo scudo.

Proprio allora Cathbad il Druido fece il suo ingresso, e restò alquanto meravigliato, e disse: “Questo giovane ragazzo sta prendendo le armi?”. “Proprio così”, disse il re. “Mi dispiace vedere il figlio di tua sorella prendere le armi in questo giorno”, disse Cathbad. “Non sei stato tu a ordinarglielo?”, disse Conchubar. “No di certo”, rispose. “Allora mi hai mentito, ragazzo”, disse il re. “Non ho mentito, re”, disse Cuchulain, “poiché è stato proprio lui a mettermelo in mente, mentre stava insegnando agli altri, poiché quando uno di loro gli ha domandato se ci sia una qualche speciale valenza in questo giorno, egli ha risposto che chiunque sia a prendere oggi per la prima volta le armi, il suo nome diverrà più grande di ogni altro in Irlanda, e non ha detto che gli verranno fatti danni, ma che la sua vita sarà breve”. “E quello che ho detto è vero”, disse Cathbad, “avrai fama e un grande nome, ma il tempo della tua vita non sarà lungo”. “Mi importa poco”, disse Cuchulain, “se la mia vita arriverà al termine in un giorno e una notte, ma il mio nome e la storia di ciò che ho fatto vivrà dopo di me”. Allora Cathbad disse: “bene, sali su un carro immediatamente, e vediamo se ho detto il vero”.

Allora Cuchulain salì su un carro e ne provò la robustezzà, e lo fece a pezzi, e ruppe nello stesso modo i diciassette carri che Conchubar aveva preso per il gruppo di ragazzi di Emain, e disse: “Questi carri non sono da usare, Conchubar, non sono degni di me”. “Dove è Jubair, figlio di Riangabra?”, domandò Conchubar. “Sono qui”, rispose quello. “Prepara il mio carro, e aggioga a esso i miei due cavalli, perché questo ragazzo lo possa provare”, disse Conchubar. Così Cuchulain provò il carro del re, e lo fece tremare e lo condusse al massimo, ma il carro resse. “Questo è il carro che mi soddisfa”, disse. “Ora, piccolo”, disse Jubair, “lascia che io stacchi i cavalli e li porti al pascolo”. “C’è tempo per questo, Jubair; perché non guidiamo il carro sino al luogo in cui sono i ragazzi del gruppo, così che mi augurino buona fortuna nel giorno in cui prendo le armi?”. E così essi guidarono il carro, e tutti i ragazzi quando lo videro gli urlarono “Hai preso le armi?”. “Proprio così”, rispose Cuchulain. “possa tu ben ferire, uccidere la prima volta e vincere le spoglie”, gli dissero, “ma è un peccato per noi averti perso come compagno di giochi”.

“Lascia andare i cavalli a pascolare”, disse Jubair. “È ancora troppo presto”, disse Cuchulain, “dimmi piuttosto dove porta quella grande strada che va a Emain”. “Porta ad Ath-an-Foraire, la sentinella del guado a Slieve Fuad”. “Perché è chiamato sentinella del guado?”. “È facile dirlo: perché qualcuno dei migliori campioni tra gli uomini dell’Ulster lo tiene d’occhio ogni giorno per difendere la provincia e ingaggiare battaglia con ogni straniero che arrivi alla frontiera a sfidare”. “Sai chi sia di turno oggi?”, disse Cuchulain. “So bene che c’è Conall Cearnach, il Vittorioso, il capo-campione dei giovani uomini dell’Ulster e di tutta Irlanda”. “Allora andremo al guado”, disse Cuchulain. E così essi proseguirono attraversando la pianura, e vicino al bordo dell’acqua trovarono Conall, ed egli disse: “Sono quelle le armi che hai preso oggi, ragazzino?”. “Proprio così”, rispose Jubair per lui. “Possano recargli trionfo e vittoria e lo spargimento del primo sangue”, disse Conall. “Ma credo, piccolo mastino”, disse, “che tu sia troppo giovane per portarle; poiché non sei ancora adatto a svolgere il lavoro di un campione”. “Cos’è che stai facendo qui, Conall?”, disse il ragazzo. “Sto a controllare e a fare la guardia alla provincia”. “Levati, Conall”, disse, “e per questo giorno lascia a me il controllo”. “Non mi chiedere questo, piccolo”, disse Conall; “dal momento che non sei ancora in grado di resistere contro guerrieri ben preparati”. “Allora scenderò fino alle secche di Loch Echtra e vedrò se avrò il modo di far arrossare le mie armi contro amici o nemici”. “Allora verrò con te io stesso”, disse Conall, “a prendermi cura di te e a proteggerti, perché non possa capitarti alcun danno”. “Non farlo”, disse Cuchulain, “Lo farò davvero, invece”, disse Conall, “poiché se ti lascerò andare da solo in una terra straniera, tutto l’Ulster si vendicherà contro di me”.

Così i cavalli di Conall furono aggiogati al carro, ed egli partì per seguire Cuchulain, che non lo aveva aspettato, ed era anzi già partito per suo conto. Quando Cuchulain vide Conall arrivargli appresso pensò tra sé: “se anche avrò la possibilità di compiere qualche grande impresa, Conall non me la lascerà mai fare”. Così prese da terra una pietra della dimensione del suo pugno e fece un tiro così preciso che colpì il giogo del carro di Conall, e lo ruppe, e il carro si staccò e cadde, e lo stesso Conall fu scaraventato a terra. “Perché l’hai fatto?”, gli disse. “Per vedere se sono in grado di lanciare bene, e se sto per diventare un grande campione”. “Cattiva sorte sul tuo lancio e su di te”, disse Conall. “E più nessuno che lo voglia potrà più levarti dalla testa il tuo proposito, poiché io non proseguirò oltre”. “È proprio ciò che desideravo”, disse Cuchulain. E con ciò, Conall tornò al suo posto al guado.

Il ragazzo, invece, andò verso Lough Echtra a sud. Allora Jubair disse: “Se mi ascolterai, piccolo, ti confesserò che vorrei che ce ne tornassimo subito a Emain; poiché a quest’ora inizia il taglio del cibo, ed è un gran bene per te, che hai un tuo posto fisso, vicino alle ginocchia di Conchubar. Ma quanto a me”, disse, “è tra le aurighe e i menestrelli e i messaggeri che sto, e devo prendermi un posto e contenderlo quando ne sono in grado”. “Cos’è quella montagna davanti a noi?”, disse Cuchulain. “Quella è Slieve Mourne, e quello sulla sua vetta è Finncairn, il bianco tumulo”. “Andiamoci”, disse Cuchulain. “Ci vorrebbe troppo per arrivarci”, disse Jubair. “Sei un compagno fannullone”, disse Cuchulain”; “questa è la mia prima avventura, ed è il primo viaggio che fai insieme a me”. “E possa anche essere l’ultimo”, disse Jubair, “se mai tornerò ancora a Emain”. Essi proseguirono sino al tumulo. “Buon Jubair”, disse il ragazzo, “adesso mostrami tutto quello che possiamo vedere da qui dell’Ulster, perché non conosco ancora abbastanza il paese”. Così Jubair gli mostrò tutto quello che dal tumulo si poteva vedere dell’Ulster, le colline e le pianure e le lande. “Cos’è quella pianura quadrata in pendenza davanti a noi a sud?”. “Quella è Magh Breagh, il bel prato”. “Mostrami le lande e i forti in quella pianura”. Così Jubair gli mostrò Teamhair e Tailte, Cleathra e Cnobhach e il Brugh di Angus sul Boyne e la landa dei figlî di Neachtan Sceine. “I figlî di Neachtan sono quelli che affermano, vantandosi, di avere ucciso tanti uomini dell’Ulster quanti quelli che oggi sono in vita?”. “Sono proprio loro”, disse Jubair. “Allora avanti, andiamo in quella landa”, disse Cuchulain. “Nulla di buono ti verrà dal parlare in questo modo”, disse Jubair; “e chiunque sia ad andare là, io non ci andrò”, disse. “Dì quello che vuoi, ma vivo o morto ci andrai”, disse Cuchulain. “Se le cose stanno così, ci andrò vivo”, disse Jubair, “ma sarò morto prima di tornare”.

Proseguirono fino alla landa dei figlî di Nechtan, e quando arrivarono al verde prato Cuchulain scese dal carro, e c’era una lunga pietra nel prato, e un anello di ferro attorno, e c’erano Ogham scritti sopra che dicevano che nessun uomo che fosse venuto lì portando armi avrebbe potuto andarsene senza prima aver sfidato qualcuno di quella landa. Quando Cuchulain ebbe letto quell’Ogham, mise le sue armi intorno alla pietra, che lanciò nell’acqua che c’era vicino. “Non mi pare che stia meglio lì rispetto a dove era prima”, disse Jubair; “ed è probabile che sia giunto il momento in cui troverai ciò che cercavi, cioè una morte veloce”. “Buon Jubair”, disse il ragazzo, “distendi le coperte del carro, perché io possa dormire un momento”. “Non è una buona cosa quella che stai per fare”, disse Jubair, “cioè metterti a dormire in una terra nemica”. Poi tirò fuori le coperte, e Cuchulain si distese e si addormentò.

Fu proprio in quel mentre che Foill, figlio di Nechtan Sceine, uscì fuori, e quando vide il carro, ammonì Jubair: “non togliere il giogo ai cavalli”. “Non stavo per farlo”, disse Jubair; “ho ancora le redini in mano”. “Che cavalli sono?”. “Sono i due cavalli screziati di Conchubar”. “È quello che ho immaginato appena li ho visti”, disse Foill. “E chi è che li ha portati oltre il confine?”. “Un piccolo ragazzino”, disse Jubair, “che per caso ha preso oggi le armi e per mettersi in mostra è venuto a Magh Breagh”. “Possa non essere mai fortunato”, disse Foill, “e se è un guerriero non è da vivo, ma da morto che oggi tornerà a Emain”. “Davvero non sa combattere, né ci si può aspettare che lo sia”, disse Jubair, “ed è come un bambino che se ne dovrebbe stare a casa di suo padre”. In quel momento il ragazzo sollevò la testa da terra, e rosso era il suo volto, e uguale tutto il resto del corpo, all’udire un così grave insulto nei suoi confronti, e disse: “Io sono in grado di combattere davvero bene!”. Ma Foill disse: “Sono più incline a credere che tu non lo sia”. “Saprai presto che pensare”, disse il ragazzo, “vieni subito giù al guado. Ma va’ prima a prendere la tua armatura”, disse, “perché non mi piacerebbe uccidere un uomo disarmato”. Allora Foill fu colto dall’ira, e corse a prendere le sue armi. “Adesso devi stare attento”, disse Jubair, “perché quello è Foill, figlio di Nechtan, e né punta di lancia, né lama di spada possono nuocergli”. “A me sta bene”, disse il ragazzo. Poi tornò Foill, e Cuchulain si alzò e prese in mano la sua palla di ferro e gliela scagliò in testa, ed essa la attraversò tutta e uscì dalla nuca, e il cervello insieme, così che l’aria poteva passare attraverso il buco che aveva creato. E allora Cuchulain gli tagliò la testa.

Allora Tuachel, il secondo figlio di Nechtan, uscì sul prato. “È probabile che tu ti stia tanto vantando di quella che invece sarà anche la tua fine”, disse. “Non ci vedo niente di cui vantarsi”, disse Cuchulain, “dal momento che solo un uomo è caduto per mia mano”. “Non avrai da vantartene a lungo”, disse Tuachel, “poiché io stesso ora sto per farti fare una brutta fine”. “Allora torna indietro e prendi le tue armi”, disse Cuchulain, “perché solo un codardo si presenterebbe disarmato”. Allora quello tornò nella casa, e Jubair disse: “Adesso devi stare attento, perché quello è Tuachel, figlio di Nechtan, e se non viene ucciso alla prima percossa o al primo lancio o al primo colpo non può più essere ucciso, perché a quel punto non vi sarà più modo di riuscire a prenderlo”. “Non c’è bisogno che tu me lo stia a dire, Jubair”, disse Cuchulain, “dal momento che prenderò in mano questa, la grande lancia di Conchubar, la Velenosa, ed è con essa che gli infliggerò l’ultimo colpo, poiché dopo che lo avrò colpito non ci sarà alcun medico capace di guarire le sue ferite”.

Poi Tuachel uscì sul prato, e Cuchulain afferrò la grande lancia e gliela lanciò contro, e questa gli trapassò lo scudo e gli ruppe tre costole e e gli fece un buco nel cuore. E allora Cuchulain gli tagliò la testa, prima che il corpo toccasse terra.

Allora si presentò Fainnle, il più giovane dei tre figlî di Nechtan. “Sono stati sciocchi i miei compagni”, disse, “ad affrontarti nel modo in cui l’hanno fatto. Ma seguimi”, disse, “nell’acqua, dove i tuoi piedi non tocchino il fondo”, e ciò detto si tuffò in acqua. “Bada bene, ora”, disse Jubair, “perché quello è Fainnle, la Rondine, e il motivo per cui gli fu dato questo nome è che egli viaggia attraverso l’acqua con la rapidità di una rondine e non c’è nessuno dei nuotatori nel mondo intero che possa tenergli testa”. “Non è a me che dovresti dirlo”, disse Cuchulain, “dal momento che conosci il fiume Callan che scorre attraverso Emain, e ciò che facevo”, disse, “quando i ragazzi del gruppo interrompevano i giochi e si tuffavano nel fiume per nuotare, era prendere uno di loro su una spalla e uno sull’altra e uno su una mano e una sull’altra, e li portavo lungo il fiume senza nemmeno bagnarmi la schiena”.Ciò detto balzò in acqua, nel punto in cui era molto profonda, ed egli e Fainnle lottarono, finchè gli riuscì una presa, e sferrò un colpo con la spada di Conchubar, e gli tagliò la testa, e poi lasciò che il corpo fosse portato via dalla corrente.

Poi egli e Jubair andarono nella casa e distrussero tutto quello che vi si trovava, e le diedero fuoco, e la lasciarono bruciare, e se ne tornarono a Slieve Fuad portando con sé le teste dei tre figlî di Nechtan.

In quel momento videro innanzi a sé una mandria di cervi selvatici. “Di che tipo di bestiame si tratta?”, disse il ragazzo. “Non è bestiame, sono i cervi selvatici dei luoghi oscuri di Slieve Fuad”. “Fa’ andare i cavalli più veloci”, disse Cuchulain, “fino a che non saremo in grado di osservarli meglio”. Ma per quanto andassero al galoppo, i cavalli non erano in grado di tenere la velocità dei cervi selvatici. Allora Cuchulain scese dal carro e si mise a inseguirli, finché due cervi gemendo e ansimando si buttarono a terra affaticati dalla corsa nel pantano, e li aggiogò al retro del carro. Poi proseguirono sino a quando arrivarono alla pianura di Emain, e lì videro uno stormo di cigni bianchi, che erano ancora più bianchi dei cigni del lago di Conchubar, e Cuchulain domandò donde venissero. “Sono cigni selvatici”, disse Jubair, “che vengono dalle rocce e dalle isole del grande mare a nutrirsi qui nelle zone basse del paese. “Sarebbe meglio prenderli vivi o ucciderli?”. “Sarebbe meglio prenderli vivi”, disse Jubair, “poiché più d’uno è in grado di ucciderne, e più d’uno fa i suoi lancî contro di loro, ma difficilmente troverai qualcuno che sia in grado di catturarli vivi”. Ciò udito, Cuchulain mise una piccola pietra nella sua fionda e fece un lancio, e abbattè otto di quegli uccelli, e poi mise una pietra più grande, e con quella ne abbattè altri sedici. “Adesso scendi, Jubair”, disse, “e portami qui gli uccelli”. “Non lo farò”, disse Jubair, “dal momento che non sarà facile fermare i cavalli visto il modo in cui stanno correndo, e se salterò giù le ruote di ferro del carro mi faranno a pezzi, oppure le corna dei cervi faranno un buco in mezzo al mio corpo”. “Non sei un granché come guerriero, Jubair; dammi allora le redini e io quieterò i cavalli e i cervi”. E così Jubair scese e prese i cigni e li legò al carro e ai finimenti. E fu in questo modo che procedettero fino a che arrivarono a Emain.

Era Levarcham figlia di Aedh, la conversatrice e messaggera del re, che talvolta se ne stava via sulle colline, a trovarsi lì in quel momento, e fu la prima a vederli arrivare. “Sta arrivando un guerriero con il suo carro, Conchubar”, ella disse, “ed è adirato. Ha con sè le teste sanguinanti dei suoi nemici sul carro, cui sono legati cervi selvatici, e bianchi uccelli gli tengono compagnia. Per tutte le bestemmie della mia gente!”, ella disse, “se arriverà qui da noi con ancora tutta quella rabbia, i migliori uomini dell’Ulster cadranno per mano sua”. “Io conosco il guerriero su quel carro”, disse Conchubar. “È il ragazzino, il figlio di Dechtire, che proprio oggi è andato al di là della frontiera. Si sarà certamente arrossato le mani, e se la sua ira non può essere raffreddata, i giovani uomini di Emain saranno in pericolo”, disse.

Allora si consultarono tutti insieme, e questo è quello che decisero: di mandare fuori a incontrarlo tre gruppi di cinquanta donne di Emain col seno scoperto. Quando il ragazzo vide le donne arrivare, provò vergogna e abbassò la testa tra i cuscini del carro e nascose loro il suo viso. E il furore si impadronì di lui, e furono portati i suoi vestiti da festa e acqua per lavarlo; e gli fu dato un grande benvenuto.

Questa è la storia delle gesta del giovane Cuchulain, e fu raccontata da Fergus a Ailell e a Maeve al tempo della guerra per il Toro Bruno di Cuailgne.

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