Quando la forma ignorò Darwin: introduzione alla scienza della morfologia. Parte 1

Questo articolo è suddiviso in tre parti:

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darwinUna delle teorie scientifiche che maggiormente hanno influenzato la cultura del XIX secolo e che continua tutt’oggi ad essere teoria dominante, almeno nell’ambito delle scienze biologiche, è senza ombra di dubbio la teoria dell’Evoluzione. Al contempo, però, nessun’altra teoria, forse a cagione della sua longevità, ha visto sgretolarsi nella stessa misura, nel corso del tempo gli assunti ed i pilastri su cui si era retta. Ad oggi, l’evoluzionismo, in virtù dell’avanzamento degli studi in tutte le discipline correlate: dalla genetica alla biologia molecolare, alla paleontologia ecc, potrebbe essere definita, senza tema di smentita, una teoria ormai tramontata, che sopravvive esclusivamente sui testi scolastici e sui libri degli accademici che ancora si ostinano a difenderla seppur con mille distinguo, mille se e ma.

Già dall’origine, dalla pubblicazione dell’Origine delle Specie di Charles Darwin, essa trovò critici illustri dal grande spessore scientifico e filosofico. Ai tempi di Darwin già avevano pubblicato i grandi della biologia morfologica, vale a dire i fautori di quella tradizione filosofica, prima che scientifica, risalente ad Aristotele e che legge le trasformazioni della vita alla luce del primato della forma a scapito dell’adattamento per selezione naturale. Tali grandi pensatori della vita rispondono ai nomi, altre che del già citato Aristotele, di Linneo, Cuvier, Saint Hilaire, Goethe, Von Baer e, all’inizio del 900’ D’Arcy Thompson, Kleinschmidt, Dacquè, Westenhöfer , Portmann, Sacchetti in Italia e, in tempi più recenti, sempre in Italia, Giuseppe Sermonti (tra i fondatori del gruppo degli Strutturalisti di Osaka), e Roberto Fondi, paleontologo a Siena, solo per citare i maggiori. Prima di passare all’analisi della questione bisogna, però, sgombrare il campo da alcuni pregiudizi, che si riscontrano anche tra gli accademici, che ostacolano un dibattito scientifico sereno e costruttivo. In primo luogo, al giorno d’oggi, tutte le polemiche e i dibattiti sembrano ridursi ad un vero e proprio contrasto ideologico tra creazionisti ad oltranza o potremmo definirli i fondamentalisti del creazionismo e gli evoluzionisti puri, cioè quelli che sostengono la versione moderna del darwinismo, il cosiddetto neodarwinismo, cioè Darwin arricchito dalla scoperta del Dna.

Da tale dibattito si escludono, spesso volutamente, coloro che invece criticano il darwinismo non dal punto di vista della versione biblica della creazione ma, sgombrando il campo da ogni assunto preconcetto si attengono strettamente ai fatti riscontrati dall’osservazione scientifica, e questi fatti ci raccontano tutt’altra storia sia da quella della creazione in 7 giorni che da quella di un’evoluzione per tentativi ed errori nell’arco di centinaia di milioni di anni: vale a dire che al di là di adattamento e selezione (di cui parleremo in seguito), esiste una legge interna alla natura che si serve di modelli generali (i grandi gruppi dei viventi) e di una legge di sviluppo rigorosa quanto una legge fisica per passare da un gruppo ad un altro, senza ricorrere ad anelli di congiunzione e ad ipotesi stocastiche assolutamente prive di alcun fondamento epistemologico prima che scientifico.

Ma partiamo dal principio, cioè da Darwin stesso. Ebbene, non tutti avranno letto un classico come L’Origine delle specie per selezione naturale oppure L’Origine dell’Uomo, e tra quelli che li hanno letti pochi si saranno soffermati su quelle parti in cui lo stesso Charles indica le difficoltà e le possibili obiezioni alla sua teoria.

La teoria classica sostiene che in natura esiste una lotta senza quartiere tra le specie viventi, una lotta nella quale sopravvivono solo i più dotati ed adatti, inoltre gli individui delle specie viventi andrebbero soggetti a variazioni casuali che possono essere vantaggiose o svantaggiose. Quelle vantaggiose aiuterebbero l’individuo che ne è affetto a sopravvivere e verrebbero conservate per le generazioni future attraverso la riproduzione. Quelle svantaggiose, viceversa sarebbero semplicemente eliminate in quanto l’individuo affetto soccomba. Questo meccanismo si chiama selezione naturale. Secondo questo assunto una specie si trasforma o ne genera un’altra attraversando una serie di cambiamenti infinitesimi nel corso di migliaia di generazioni e quindi a rigor di logica si dovrebbero trovare nei giacimenti fossili ed anche tra le specie viventi tutte le gradazioni intermedie. Ma di tali gradazioni, tra gli organismi viventi, neppure l’ombra e tra i fossili si riscontra la medesima situazione, al punto da spingere il grande paleontologo e biologo evoluzionista, Stephen Jay Gould a parlare di equilibrio punteggiato: secondo questa teoria le specie viventi sarebbero “individui darwiniani”[1] molto stabili e longevi che appaiono o si estinguono nell’arco di pochissime generazioni (quindi “improvvisamente” nella prospettiva dei tempi geologici), lasciando scarse o nessuna traccia del passaggio dall’una all’altra; qui il gradualismo trova la sua lapide tombale e il suo necrologio, ad opera di un “addetto ai lavori”. Sull’equilibrio punteggiato avremo modo di tornare allorché dovremo trarre le conclusioni di questo discorso.

All’epoca di Darwin nulla si sapeva dei geni e di quale meccanismo potesse generare la variabilità individuale e inoltre la ricerca paleontologica era ancora lacunosa. Da pochi decenni, infatti, Cuvier e Saint Hilaire avevano cominciato a disseppellire le creature del passato e pertanto Darwin attribuiva la mancanza di “anelli di congiunzione” o meglio sarebbe chiamarli varietà intermedie, all’ancora scarso avanzamento degli scavi e dei ritrovamenti. Nonostante questa speranza Darwin non mancò di sottolineare come questa fosse una difficoltà potenzialmente letale per la sua teoria. Ecco le perplessità di Darwin in proposito: «Perché, se le specie sono derivate da altre specie attraverso una serie di gradazioni insensibili, non troviamo ovunque un gran numero di forme di transizione? Perché la natura, invece di presentare le specie ben definite che vediamo, non si trova nella più grande confusione?» (Orig.d.specie, pag 216); «Ma se, come vuole la teoria, devono essere esistite innumerevoli forme di transizione, perché non le troviamo seppellite in gran numero nella crosta terrestre?» (Or.Sp., pag 218); «…se la mia teoria è vera, è certo che debbono essere esistite infinite varietà intermedie, che collegarono strettamente tutte le specie dello stesso gruppo. Però proprio il processo di selezione naturale tende costantemente, come abbiamo più volte rilevato, a distruggere completamente le forme originarie e gli anelli intermedi. Per questo le prove della loro passata esistenza potrebbero essere trovate esclusivamente fra i resti fossili che si sono conservati in forma estremamente imperfetta e saltuaria» (ibid. pag 223-224).

A 150 anni il timore di Darwin è diventato realtà e la teoria degli equilibri punteggiati è là a testimoniarlo. Ma vedremo che anche questo non è altro che un tentativo estremo di salvare tutta una teoria ed un’intera visione del mondo.

il-tao-della-biologiaIn questo stesso capitolo Darwin non manca di rilevare anche un altro fatto problematico, cioè che le varietà di una medesima specie possono incrociarsi dando origine a prole fertile mentre le specie, seppur di uno stesso gruppo biologico, se si incrociano danno vita a prole sterile (Cavallo-Asino; Tigre-Leone ecc…) ; in pratica le specie sono ermeticamente separate le une dalle altre ed una ipotetica forma intermedia, con caratteristiche intermedie tra due specie perfettamente adattate al proprio habitat sarebbe destinata a scomparire. Si immagini infatti un essere non più quadrupede ma non ancora in grado di volare, o peggio un quadrupede che sia sulla via di diventare un cetaceo. Questa specie intermedia, inoltre, si troverebbe ad essere una varietà tanto della specie di partenza che di quella d’arrivo e potrebbe, pertanto, incrociarsi con entrambe, mentre queste non potrebbero tra loro, se invece lo potessero le due specie non sarebbero più due ma una (errore logico!) e Darwin, da scienziato serio qual era, lo sapeva benissimo.

Altro problema affrontato da Darwin, poi, è quello che con termine moderno, mutuato dagli studiosi vicini all’ambiente dei creazionisti evangelici americani, possiamo chiamare complessità irriducibile[2], cioè, l’esistenza di organi e strutture con una complessità tale da escludere ogni pensiero di mutazioni ed aggiustamenti graduali, infatti: «Se si potesse dimostrare che esiste un qualsiasi organo complesso, che non può essersi formato tramite molte tenui modificazioni successive, la mia teoria crollerebbe totalmente». (Or.Sp.; pag 232).

Ed in effetti esistono strutture come l’occhio, o l’ala degli uccelli che sono difficilmente immaginabili come prodotto di una serie di tentativi ed errori. Ma di questa questione tratteremo dopo aver conquistato un punto di vista più favorevole. Un’ennesima questione trattata da Darwin è quella inerente al concetto di utilità. Evidentemente la teoria evolutiva è fortemente incentrata su questo concetto. Infatti ciò che rende una mutazione favorevole è proprio la sua utilità ai fini della sopravvivenza, quindi tutte le strutture viventi, nessuna esclusa, devono avere un’utilità immediata o nascosta. Ebbene, ammette Darwin, se esistesse una sola struttura senza utilità riscontrabile oppure una struttura semplicemente “bella”, artistica, saremmo tentati di dire, la teoria evolutiva subirebbe un altro pesante colpo. In merito ai detrattori dell’utilitarismo infatti Darwin afferma: «Costoro credono che molte strutture siano state create perché appaiono belle agli occhi dell’uomo o per semplice varietà. Se questa dottrina fosse vera, sarebbe assolutamente fatale per la mia teoria. Con tutto ciò riconosco pienamente che molte strutture non sono direttamente utili per i loro possessori». (Or.Sp.; pag. 240)

In questo passaggio Darwin ammette quanto letale possa essere per la sua teoria una tale evenienza ma appare comunque scettico della sua universale diffusione ed universalità. Ben diversa la sua opinione in un’opera posteriore,

L’Origine dell’Uomo del 1871: «ma ora riconosco [……………………] che nelle prime edizioni della mia “Origine delle specie”, ho forse attribuita una troppo larga azione alla scelta naturale o alla sopravvivenza dei meglio provveduti. Ho corretto la quinta edizione dell’Origine, limitando le mie osservazioni ai mutamenti nella disposizione della struttura. Io non avevo dapprima considerato sufficientemente l’esistenza di molte strutture che non sembrano essere, per quanto possiamo giudicare, nè benefiche nè dannose; e questo io credo sia uno dei più grandi errori che io abbia finora trovato in quel mio lavoro»(L’Origine dell’uomo e la selezione in rapporto al sesso; pag. 175).

lorigine-della-specieTale affermazione è importante per due motivi. In primo luogo egli riconosce che esistono molte di quelle strutture, la cui esistenza egli giudicava fatale per la teoria e questo dimostra sia l’onestà scientifica di Darwin ma anche l’immane difficoltà che gli si para dinnanzi. Inoltre, e questo è un punto nodale della questione, egli si rende conto di aver attribuito, proprio ad onta dell’esistenza di moltissime strutture neutre, un’importanza eccessiva alla selezione naturale e alla sopravvivenza del più adatto. Qui ci troviamo di fronte e due ordini di problemi. Il primo: se la varietà è in larga misura neutrale, su cosa opererà la selezione naturale? È evidente che senza variazioni vantaggiose e svantaggiose la selezione è totalmente inutile. In secondo luogo: qual è l’origine della varietà, sia intraspecifica che interspecifica? Alla prima domanda si può rispondere che semplicemente la selezione non opera e quindi non può essere la causa della varietà. Ma siccome la varietà esiste e le specie sono perfettamente adatte al loro habitat, evidentemente tutto ciò avrà un’altra causa. Ma prima di essere un problema scientifico, la selezione naturale è un problema filosofico. La teoria di Darwin nasce, tra le altre cose, per ammissione dello stesso Darwin, nelle righe immediatamente successive al passo citato tratto da L’origine dell’uomo… proprio come reazione alla dottrina delle creazioni separate e delle cause finali, quindi dall’esigenza di eliminare delle cause esterne alla natura stessa. Ma proprio la selezione naturale ne costituisce una, perché per operare una selezione occorre una causa che “sappia” quali caratteri siano vantaggiosi e quali no e quindi operi una “scelta” e soprattutto abbia in vista il fine di tale azione: generare esseri adatti. Il problema è che gli esseri si adattano ma senza selezione e la varietà spesso non è legata ad alcun problema strettamente adattivo.

Infatti si tende sempre di più a parlare, tra gli specialisti, di speciazione allopatrica e deriva genetica oppure di speciazione simpatrica e neotenia o pedomorfosi[3] come processi cardine del fenomeno della differenziazione e adattamento dei viventi. La prima si verificherebbe quando un piccolo gruppo di individui di una specie si trova isolato in un contesto diverso dal luogo d’origine, in cui la specie, nella sua totalità, aveva naturalmente una ricchezza genetica superiore. La deriva genetica è causata proprio dal numero esiguo di individui e quindi dalla probabilità maggiore che un singolo carattere acquisti una predominanza che non aveva nella patria d’origine, quindi che salti fuori, dall’assortimento dei geni un carattere che nella popolazione intera era recessivo e silente. Facendo l’esempio del sacco di fagioli. Se un sacco contiene mille fagioli, bianchi e rossi in egual numero, e se ne tirano fuori dieci a caso, scegliendoli da tutto il sacco, ci saranno più o meno le stesse probabilità di tirarne fuori di bianchi e di rossi in egual numero. Diverso sarà il caso se si ridurrà la scelta a cinquecento e poi a cento, cinquanta. Meno saranno i fagioli più bassa sarà la probabilità che i due caratteri si presentino equilibrati e più alta quella che ne escano ad esempio nove rossi e uno bianco, o tutti rossi. Il numero esiguo introduce un elemento di instabilità ma, aggiungiamo, anche di impoverimento. In realtà la deriva genetica genera solo varietà o esplicita caratteri già insiti nel patrimonio genetico della specie ma non crea nuovi geni e quindi nuove strutture. La seconda forma di speciazione è quella che coinvolge gli animali nella patria originaria arricchita dal tema della neotenia (che approfondiremo in seguito per la sua importanza). In pratica nella terra originaria di una specie ci sarebbe un più vasto assortimento di geni e quindi un maggior numero di combinazioni possibili e quindi di risposte alla situazione ecologica e alle sollecitazioni ambientali. Tuttavia, la mancanza di forme di passaggio o gruppi di trasformazione ha spinto molti Biologi (Schindewolf, Goldschmidt, Dalcq, ad esempio) a pensare che la specie potessero nascere in seguito ad eventi eccezionali come blocco dello sviluppo allo stadio fetale, quindi ad uno stadio meno specializzato e a mutazioni generalizzate che porterebbero quindi alla comparsa di adulti profondamente differenti. Tuttavia queste mutazioni non possono essere casuali, poiché perché nasca, ad esempio, da un animale terrestre un animale volante in grado di sopravvivere, la serie di mutazioni deve essere immediata, efficace e finalizzata. O si pensi al passaggio dall’uovo semplice di pesci e anfibi all’uovo amniotico con guscio rigido dei Rettili e degli Uccelli (e dei Mammiferi monotremi). Il Caso non può avere parte in un simile processo. Tali biologi, inoltre, non specificano di che genere di mutazioni si tratti e eventualmente in cosa diverse da quelle conosciute dalla genetica. Evidentemente queste spiegazioni date dagli “addetti ai lavori” sia darwinisti che neo darwinisti, non possono soddisfare l’innata ricerca delle cause che contraddistingue l’umanità in quanto tale.

Ma, prima di accennare ai dettagli molecolari e genetici inerenti al nostro argomento, occorre caratterizzare le grandi linee del dibattito ottocentesco sull’origine della varietà dei viventi. Ebbene le tre grandi figure che si stagliano, a nostro avviso, su tutte le altre e che caratterizzano tre idee archetipiche tra le quali si inseriscono le più svariate gradazioni sono: George Cuvier, Geoffroy Etienne de Saint Hilaire e Johann Wolfgang von Goethe. Cuvier può essere considerato il padre dell’anatomia comparata e della disciplina che studia i fossili. Fu il primo ad accorgersi che non esisteva alcuna soluzione di continuità tra gli strati fossiliferi e quindi tra le creature che avevano abitato i periodi corrispondenti. Egli imputò questa discontinuità ad una serie di catastrofi che di volta in volta avrebbero colpito la Terra in epoche lontane e al sopraggiungere nelle aree colpite dai cataclismi di nuove specie provenienti da altre aree e quindi non, come erroneamente gli fu attribuito, alle creazioni successive. Ma questo è solo un dettaglio delle sue idee biologiche. Cuvier, seguendo e sviluppando le idee di Aristotele, come sono presentate nella raccolta Sulle parti degli animali, comprese come le specie viventi seguano precisi principi di sviluppo organico, principi logici, potremmo dire, prima che biologici, infatti così si legge nell’articolo IV della prima delle Lezioni di anatomia comparata, nell’edizione del 1836: «In effetti non vi è alcuna funzione che non abbia bisogno dell’aiuto e del concorso di quasi tutte le altre, e che non risenta in qualche misura del loro grado di energia. La respirazione, per esempio, non può svolgersi che con l’aiuto dei movimenti del sangue, poiché essa non è altro che l’avvicinamento di questo fluido all’elemento circostante; ora, poiché è la circolazione che mette il sangue in movimento, essa è, per così dire, un mezzo necessario alla respirazione.

La circolazione stessa trova la sua causa nell’azione muscolare del cuore e delle arterie; essa dunque non avviene che per opera dell’irritabilità. Questa, a sua volta, trae origine dal fluido nervoso, e di conseguenza dalla sensibilità, che risale, con una specie di circolo, alla circolazione, causa di tutte le secrezioni, del fluido nervoso e delle altre. Che sarebbe la sensibilità se la forza muscolare non la soccorresse, fin nelle minime circostanze? A che servirebbe il tatto se non si potesse portare la mano verso gli oggetti da toccare? Come potremmo vedere se non si potesse girare la testa o gli occhi a volontà? E’ in questa mutua dipendenza delle funzioni, in questo aiuto che esse si portano reciprocamente, che sono fondate le leggi che determinano i rapporti degli organi, necessarie quanto quelle della metafisica e della matematica: è infatti evidente che l’armonia conveniente fra gli organi che agiscono gli uni sugli altri, è una condizione necessaria dell’esistenza dell’essere al quale essi appartengono, e che se una delle funzioni fosse modificata in un modo incompatibile con le modifiche delle altre, questo essere non potrebbe esistere».

Quindi, secondo Cuvier, vi sono delle leggi, necessarie quanto quelle della Metafisica e della Matematica, che reggono il rapporto tra le parti e delle parti col tutto. Infatti, più avanti Cuvier: «Così un animale che non può digerire che carne, deve, pena la distruzione della sua specie, avere la facoltà di vedere la selvaggina, di inseguirla, di afferrarla, vincerla, smembrarla. Gli occorre dunque, necessariamente, una vista penetrante, un odorato fine, una corsa rapida, agilità e forza nelle zampe e nelle mascelle. Così, mai coesisteranno denti atti a tagliare la carne nella stessa specie con un piede corneo, che non può che sostenere l’animale, e con il quale non può afferrare. Donde la regola che gli animali con zoccoli sono erbivori; e le regole ancor più dettagliate, meri corollari della prima, che piedi con zoccoli indicano molari a corona piatta, tubo digerente molto lungo, stomaco ampio o multiplo, ed un gran numero di altri rapporti del genere».

Ed in maniera ancor più stringente nel Discorso preliminare alle Ricerche sulle ossa fossili dei quadrupedi, del 1812:

«Per fortuna l’anatomia comparata possedeva un principio che, sviluppato correttamente, era in grado di eliminare ogni imbarazzo: era quello della correlazione delle forme negli esseri organizzati, per mezzo del quale ogni essere potrebbe, a rigore, essere riconosciuto da un qualsivoglia frammento di ciascuna delle sue parti. Ogni essere organizzato forma un insieme, un sistema unico e chiuso, le cui parti si corrispondono l’un l’altra, e concorrono alla stessa azione definitiva attraverso una reazione reciproca. Nessuna di queste parti può cambiare senza che le altre pure cambino; di conseguenza, ognuna di esse, presa separatamente, indica e permette di ricostruire tutte le altre.

[…]In una parola, la forma di un dente comporta la forma del condilo, quella dell’omoplato, quella delle unghie, allo stesso modo come l’equazione di una curva comporta tutte le sue proprietà; e allo stesso modo che prendendo ogni proprietà separatamente come base di un’equazione specifica si ritroverebbe sia l’equazione ordinaria, sia tutte le altre proprietà, allo stesso modo l’unghia, l’omoplato, il femore, e tutte le altre ossa prese separatamente, comportano il dente e, reciprocamente, le altre strutture; iniziando da ognuna di esse, chi possieda razionalmente le leggi dell’economia organica, potrebbe rifare tutto l’animale».

Principio ardito quanto efficace quello di Cuvier di guardare alla scienza della natura organica con lo stesso rigore con cui un matematico guarda alle curve e alle rispettive equazioni. Effettivamente Cuvier era in grado, con stupore dei suoi studenti e contemporanei, di risalire da un semplice molare di Mastodonte o di Mammuth alla forma generale dell’animale mostrando una maestria davvero prodigiosa ed una conoscenza straordinaria delle leggi dell’economia organica. Ma ciò che è ancora più importante è la convinzione che l’organismo fosse un tutto e che la correlazione delle parti fosse comprensibile solo a partire da questa unità di fine che tutte le forme organiche mostrano.

Saint Hilaire, quasi contemporaneo di Cuvier e in un certo senso, suo antagonista, sosteneva lo stesso principio di unità ed armonia dell’organizzazione organica, ma, mentre per Cuvier questa unità ed armonia affondavano le radici in principi e leggi estrinseche allo stesso mondo organico a cui l’organismo doveva uniformarsi se voleva conservarsi come tale, per Saint Hilaire l’organismo vivente possiede un principio di organizzazione interna, una legge intrinseca, un principio ideale, unico per tutti gli animali che, seppur condizionato in una certa misura dalle condizioni esterne e dalle leggi della natura inorganica, possiede tuttavia un suo peculiare modo di rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente e delle leggi sue proprie. Infatti già in un intervento del 1796 sul Magasin Encyclopédique (vol. VII, pag. 20) Saint Hilaire sostiene: «Se consideriamo specificamente una singola classe di animali, il suo piano generale ci apparirà quanto mai evidente: noi noteremo che le differenti forme……..derivano tutte le une dalle altre ed è sufficiente che siano mutate alcune delle proporzioni degli organi per renderli adatti a nuove funzioni o per estenderne o restringerne l’uso».

Quindi è evidente, già da questo breve passo, che Saint Hilaire ammette la trasformazione delle specie le une nelle altre ma a partire dal modello generale di una classe animale, ad esempio, poniamo dei mammiferi, ed una legge di sviluppo che egli definisce unità della composizione organica che ha quattro capisaldi: legge dell’analogia, legge della connessione tra le parti, legge dell’affinità elettiva tra elementi organici e legge del bilanciamento tra gli organi.[4] La prima legge ci dice che i grandi gruppi organici sono dominati, tra loro ed al loro interno dalla legge dell’analogia, posseggono quindi strutture e funzioni analoghe (seppur non omologhe saremmo tentati di aggiungere, ma sulla differenza tra omologia e analogia torneremo in seguito), ad esempio le branchie dei pesci e i polmoni dei tetrapodi terrestri hanno la stessa funzione anche se in elementi differenti e con una origine genetica differente (infatti i polmoni dei tetrapodi terrestri sono probabilmente affini, geneticamente parlando, alla vescica natatoria dei pesci e quindi sono organi omologhi)[5] quindi organi con uguale funzione ma derivazione differente. Oppure la struttura della “mano” dei tetrapodi; essa è sempre pentadattila e le ossa seppur attraverso modifiche di volume, forma ecc, conservano posizione e rapporto reciproco[6]. La legge della connessione tra le parti dice che le parti degli animali hanno rapporti costanti, anche se con differenti proporzioni o usi a seconda della specie. Ad esempio nell’arto anteriore dei Vertebrati, le ossa hanno un rapporto costante tra loro, anche se in alcune specie sono accentuati alcuni segmenti ed in altre altri: nell’uomo ad esempio hanno il predominio il braccio e l’avambraccio rispetto alla mano, che però e molto versatile ed ha le falangi libere, nei cetacei invece la mano è enorme e omero, radio ed ulna sono molto brevi, e insieme alle falangi, spesso molto allungate, accorpate nel tessuto connettivo a formare una paletta; negli uccelli, solo il terzo dito è sviluppato e si allunga a formare la struttura portante dell’ala, mentre le altre falangi sono ridotte a vestigia. Nonostante tale varietà il rapporto tra le ossa resta costante.

La legge dell’affinità elettiva tra le parti dice che alcune parti od organi sono legati da un filo o da un principio, secondo il quale qualsiasi variazione dell’uno ne porta una nell’altro, ad esempio il rapporto tra arti anteriori ed arti posteriori, resta sempre costante, più si sviluppano gli uni più regrediscono gli altri; oppure tra collo e resto del corpo più il collo è lungo più il corpo si accorcia (Giraffa, Fenicottero) o arti e coda (nei Serpenti, ad esempio, gli arti sono scomparsi e l’animale è diventato “tutto coda”).

Il principio precedente ci proietta verso il quarto, la legge del bilanciamento tra le masse degli organi. Ad esempio la legge che stabilisce che tutti gli animali con corna non possono avere tutti i denti sulla mascella, infatti bovidi e cervidi mancano degli incisivi sulla mascella e i canini ove ci siano, sono molto ridotti o scompaiono. I Camelidi invece, non hanno corna, ma hanno collo ed arti più lunghi e due incisivi sulla mascella, hanno, inoltre, uno stomaco composto simile a quello dei ruminanti con corna veri e propri; quindi vi è un rapporto tra corna, denti ed appendici da un lato e sistema digerente dall’altro (rapporto già notato da Aristotele).

Tutto questo anticipa fortemente quella che sarà la teoria del tipo o unità del Tipo e il principio della Metamorfosi di Goethe, oggetto delle prossime pagine.

(continua).

[1] Qui evidentemente si sposta l’attenzione dall’individuo biologico, oggetto del darwinismo classico, alla specie vista come soggetto del processo evolutivo.

[2] Michael Behe, dell’Università di Leighton (Pennsylvania), ad esempio.

[3] Stephen Jay Gould; Ontogenesi e Filogenesi; Ed. Mimesis, Milano-Udine, 2013

[4] Etienne Geoffroy de Saint Hilaire; Philosophie Anatomique, vol.2, Discourse preliminaire, pg. 31-34

[5] Sia i polmoni che la vescica natatoria, embriologicamente, sono una estroflessione dell’esofago a livello faringeo, le branchie invece sono una derivazione delle fosse faringee, che poi danno origine alla laringe e alla trachea nei vertebrati superiori.

[6] In realtà la distinzione tra analogia e omologia non è così stringente come potrebbe sembrare. Infatti ci si aspetterebbe ad esempio che la mano dei tetrapodi sia assemblata a partire dallo stesso gruppo di geni, ma non è sempre così; e viceversa, spesso organi, funzioni o proteine differenti sono assemblati in organismi differente dagli stessi geni; infatti si parla anche di geni Ortologhi e Paraloghi: cioè, rispettivamente, un gene che ne genera due indipendenti l’uno dall’altro oppure ne genera due per sdoppiamento. Pertanto in tal caso bisognerebbe, forse, coniare una terminologia adatta e parlare, a limite di analogia morfo-genetica ed eterogenesi omologa (genetica nel senso di Goethe, come vedremo tra breve)

 

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