Drieu e gli altri

drieu-la-rochelleC’è un fantasma che si aggira per i salotti buoni della cultura politica e letteraria contemporanea, debitamente “illuminati” e progressisti: quello di Drieu La Rochelle. E non è solo; ce ne sono altri simili a lui: quello di Ezra Pound, quello di Céline, quello di Ernst Jünger, quello di Robert Brasillach, quello di Knut Hamsun, quello di Mario Appelius, quello di Maurice Bardèche e perfino quello del vecchio P. N. Krasnov, l’etman dei Cosacchi del Don, che aveva scritto una serie di romanzi popolarissimi sulla Russia zarista e sull’avvento del bolscevismo e che era finito fucilato, in una valle della Carnia, ai primi di maggio del 1945. Per parlare solo degli scrittori: se poi  allarghiamo lo sguardo alla filosofia, ci imbattiamo in fantasmi ancora più cospicui e imbarazzanti, da quello di Martin Heidegger a quello di Giovanni Gentile.

La cultura oggi dominante ha sempre voluto farci credere che si tratta di poche eccezioni degeneri rispetto alla regola virtuosa, secondo la quale gli uomini di cultura europei videro con chiarezza da che parte stavano il Bene e il Male, prima e soprattutto durante la seconda guerra mondiale, e fecero le loro scelte politiche e morali, oltre che artistiche e intellettuali, assumendosi il rischio di sfidare il carcere o il plotone d’esecuzione, pur di testimoniare la loro fedeltà ai valori della Civiltà e il loro amore spassionato per la Verità. Ma è una ricostruzione distorta e faziosa, un teorema costruito a posteriori con i materiali forniti dall’ipocrisia e dal conformismo, quando non dall’opportunismo e dalla sudditanza interessata verso il vincitore di turno.

Questo teorema sta finalmente cominciando a sbriciolarsi e solo da poco tempo sembra possibile fare un discorso veritiero circa gli orientamenti della cultura europea fra le due guerre mondiali e, poi, nel corso della seconda. Alcune delle menzogne più evidenti e scandalose sulle quali esso riposava, primo fra tutti presentare il regime staliniano – già alleato di quello hitleriano e con esso corresponsabile della spartizione della Polonia e dello scatenamento del secondo conflitto mondiale – sono andate irrimediabilmente in crisi dopo la caduta del Muro di Berlino e la rapida dissoluzione dei regimi sovietici, poco più di vent’anni fa. Altre, come la “bona fides” statunitense alla vigilia di Pearl Harbor, la legittimità e l’inevitabilità dell’uso della bomba atomica contro il Giappone da parte degli Americani, o la legittimità e l’inevitabilità della distruzione delle città tedesche e dei loro abitanti da parte delle flotte aeree alleate, stanno venendo sempre più in luce e sono ormai pochi gli storici seri che osano riproporle senza almeno discuterne i fondamenti. Altre ancora, infine, di natura ancor più delicata – come la connivenza e il congruo sostegno offerto dalle banche delle democrazie occidentali, e in molti casi dai loro governi, sia al fascismo, sia al nazismo, e ciò non solo all’inizio, ma ben oltre la soglia temporale che la Vulgata dei vincitori era disposta ad ammettere, e cioè ben oltre lo scoppio della guerra nel 1939, stanno faticosamente emergendo, ma non sono ancora diventate patrimonio condiviso e universalmente riconosciuto da parte degli storici e del grande pubblico, sicché giacciono tuttora in una zona grigia, dalla quale non è detto che emergeranno definitivamente, se non vi sarà un sincero e vigoroso sforzo di verità da parte di tutti gli studiosi veramente liberi e indipendenti.

Non si tratta di rovesciare la Vulgata dei vincitori e di sostenere l’improbabile tesi che i vincitori avevano torto e gli sconfitti avevano ragione; quanto piuttosto applicare anche alla grande guerra civile europea del 1914-45 gli stessi criteri d’indagine e di riflessione storica che vengono adoperati per qualunque altro periodo o circostanza del passato, riconoscendo la complessità del reale e rifiutando le semplicistiche schematizzazioni a sfondo manicheo, con tutto il Bene situato da una parte e tutto il Male, dall’altra. Senza questa preliminare operazione di onestà intellettuale, non sarà possibile neppure accostarsi con animo sgombro da pregiudizi ai problemi della cultura europea fra il primo dopoguerra e gli anni della seconda guerra mondiale, né sarà mai possibile capire  – capire, non necessariamente giustificare – perché uomini del calibro di Hamsun, Pound, Céline, abbiamo deciso di schierarsi dalla parte dei fasci littori e della svastica, pur consci della tremenda responsabilità che in tal modo si assumevano.

i-cani-di-pagliaLa prima leggenda da sfatare è che la cultura europea, dopo la prima guerra mondiale, stesse attraversando una viva e felice stagione creativa e che la sinistra cappa del nazifascismo (per tacere di quella del bolscevismo) abbia spezzato quel promettente esperimento, imponendo una rigida censura e un fanatico asservimento ai propri dogmi. O meglio: anche qui si dovrebbe distinguere, quanto meno tra fascismo e nazismo. Qualcuno, per esempio, dovrebbe spiegare come mai la più alta realizzazione culturale italiana degli anni Trenta, ossia l’Enciclopedia Italiana, sia stata raggiunta grazie alla collaborazione, richiesta da Gentile, dei migliori specialisti esistenti, indipendentemente dalle loro idee politiche, compresi gli antifascisti; e come mai i firmatari del Manifesto di Croce abbiano potuto comunque restare in Italia e pubblicare i loro libri (magari venendo proposti come scrittori da premiare dall’Accademia d’Italia perfino all’epoca di Salò, come accadde a Marino Moretti), se è vero che il fascismo esercitò una censura così rabbiosa e si mostrò così intollerante verso le voci di dissenso, come generalmente si dice.

La verità è che la coscienza europea uscì talmente sconvolta dal trauma del 1914-18, che non riuscì mai più a ritrovare il proprio equilibrio intellettuale e spirituale: tutta la letteratura della crisi ne è una drammatica, eloquente testimonianza; per non parlare delle arti figurative, particolarmente della pittura, e anche della musica e del cinema, che riflettono angoscia, smarrimento, disperazione e, in molti casi, odio e rifiuto della bellezza, della verità, della sanità. Insomma un’Europa malata a morte, colpita al cuore nella fiducia in se stessa e nei destini del genere umano, nel senso della storia umana: da Spengler in poi, e fino all’esistenzialismo heideggeriano e sartriano, non vi è che un malinconico ritornello sull’assurdità della storia, sulla fine imminente della civiltà occidentale e sulla impotenza, insensatezza e malvagità della condizione umana. Temi che saranno ripresi e ulteriormente accentuati dagli scrittori, dagli artisti e dai poeti del secondo dopoguerra, per esempio da Eugenio Montale: il male di vivere, l’assurdità del tutto, l’esistenza come una immensa prigionia. Eppure, se il Male erano stati i totalitarismi sconfitti nel 1945, come mai non vi fu una immediata ripresa, una rinascita della speranza, un rifiorire della bellezza? Montale detestava e temeva la civiltà di massa: ma essa non era forse l’espressione visibile della filosofia dei vincitori anglosassoni, del loro materialismo, del loro tecnicismo, del loro sfrenato consumismo?

E allora diciamolo francamente: la letteratura e l’arte europee fra le due guerre mondiali stavano attraversando una crisi gravissima, riflesso della crisi non solo materiale, ma anche spirituale e morale che il continente stava vivendo; che tale crisi si esprimeva non di rado con il gusto del paradosso, con la beffa, con lo sghignazzo, con l’oltraggio deliberato alle categorie finora accettate del vero, del buono e del bello; che questo nichilismo distruttivo e insultante veniva (e viene, del resto) volentieri spacciato per originalità, creatività, profondità, eccetera; e che mai come allora la figura dell’intellettuale era caduta in basso, e giustamente. In realtà, l’Europa aveva allora pochi, pochissimi veri uomini di cultura; in compenso, traboccava di petulanti e sguaiati “intellettuali”, organici o meno (per usare la terminologia gramsciana): tutti ugualmente faziosi, tutti ugualmente vessilliferi di tante, meschine verità parziali e nemici giurati della Verità in quanto tale; tutti impazienti e desiderosi di appiccare il fuoco al più presto, per distruggere il vecchio mondo e veder sorgere, chi sa come, il nuovo, senza però avere la minima idea concreta di come costruirlo, salvo adoperare le vuote formule magiche di destra e di sinistra, ma tutte “rivoluzionarie”, perché tutti stregati dal fascino sottile della rivoluzione – che, dal 1879 in poi, era diventata il nuovo Vangelo della storia.

stato-civileL’Europa soffriva e gemeva negli spasimi dell’agonia; molti avevano scambiato quell’agonia per le doglie del parto, e attendevano che qualcosa di nuovo e di stupendo venisse alla luce. Gli spiriti più attenti e più fini si rendevano conto che la modernità stava gettando una sfida mortale non solo all’anima dell’Europa, ma all’anima stessa dell’uomo; che quella sfida partiva da lontano, perlomeno dalla Rivoluzione industriale, dall’urbanismo e dall’avvento della tecnica; che occorreva cercare un’alternativa sia al capitalismo che al comunismo, i quali non erano la soluzione, ma l’espressione di quel malessere e di quell’agonia. In altre parole, gli spiriti più attenti e più fini – ma erano pochi, pochissimi – avevano la piena coscienza del fatto che l’Europa, e, in prospettiva, l’intera umanità, erano giunte pericolosamente vicine a un punto di non ritorno; che le cose, le macchine, le merci, stavano per distruggere i valori costruiti da secoli e secoli di traduzione (si pensi all’amara invettiva di Pound contro l’usura, in nome della bellezza disinteressata dell’arte); che occorreva cercare nuove strade, nuovi percorsi, trovare nuovi punti di riferimento, una nuova stella polare, per uscire dal guado, per scampare alle sabbie mobili in cui il mondo moderno stava affondando, e stava affondando con il riso sulle labbra – come l’orchestra del «Titanic» che continuava a suonare fino a pochi istanti prima che il transatlantico si inabissasse con il suo tragico bagaglio umano.

Drieu La Rochelle fu uno di codesti cercatori di vie nuove, di nuovi sentieri. Vide che gli uomini non avevano più valori, ma inseguivano scopi; che non riconoscevano più misteri, ma solo problemi; che s’illudevano ancora di poter fronteggiare la crisi con i vecchi, decrepiti strumenti elaborati dall’Illuminismo: cieca fiducia nella ragione e innalzamento dei suoi dogmi al ruolo di nuova religione dell’umanità. Credé di vedere uno spiraglio, di trovare un orizzonte di speranza nella riscoperta della tradizione, mediante l’instaurazione di un ordine nuovo, che, rifiutando il totalitarismo giacobino di matrice marxista, così come l’appiattimento e l’omologazione consumista di matrice capitalista, figli entrambi del materialismo del XIX secolo, preservasse quanto di meglio la civiltà europea aveva elaborato nel corso dei secoli. Sognò – in un certo senso, come John Ruskin e William Morris prima di lui, e sia pure in tutt’altro contesto culturale e politico – una società in cui gli Europei si sentissero fieri non già di creare sempre nuove macchine, ma di erigere qualcosa di nobile e bello, come i loro antenati avevano fatto con le cattedrali gotiche.

Fece, senza dubbio, una terribile confusione. Scambiò le lugubri SS naziste per dei cavalieri dell’ideale (e passi, perché in fondo lo furono, s’intende a modo loro), addirittura di un ideale comunista: cioè di un ideale di uguaglianza, intesa però non in senso quantitativo, come facevano i marxisti, ma in senso morale, come difesa dei più deboli dalla rapacità e dall’egoismo dei più forti, vale a dire dei più ricchi, come avviene spudoratamente nel capitalismo selvaggio (e la tragica crisi del 1929 aveva dolorosamente ammonito a non farsi illusioni su quel modello di sviluppo economico-sociale). Innamorato del vitalismo, del futurismo, del nietzchianesimo – quest’ultimo malamente frainteso, come del resto era già era capitato a parecchi altri, D’Annunzio in testa -, fece dell’irrazionalismo una sorta di nuova religione da contrapporre all’eccesso di razionalismo, e cadde nell’eresia uguale e contraria a quella che stava combattendo con tanta foga e con così valide ragioni.

Era, in fondo, un’anima bella prestata a un’età di ferro e di sangue; ma un’anima bella viziata dal conformismo dell’anticonformismo, dall’impazienza “rivoluzionaria” che era il grande male del secolo, e dalla seducente ma superficiale prospettiva del “vivere pericolosamente” che nasceva, più che da una lettura frettolosa e pasticciata del buon vecchio Nietzsche, dalle frustrazioni e dalle velleità di una borghesia irrequieta e scontenta, che la prova del fuoco del 1914-18 aveva restituito alle sue case con una carica di violenza a stento repressa, con una voglia di ribellione disordinata anche se generosa, con un disgusto profondo per il parlamentarismo, per il pacifismo, per l’internazionalismo, e con un amore geloso e paranoico per l’idea di Patria. Un miscuglio micidiale, nel quale non mancavano fermenti positivi, possibilità promettenti, lampi di genialità e di autentica chiaroveggenza: perché, se egli fu miope nel breve periodo, sempre più ci appare come un profeta sul medio e sul lungo, nel senso che la sua analisi della crisi morale della modernità ci appare, giorno dopo giorno, tale quale egli l’aveva intuita e denunciata in quegli anni lontani.

Il problema che Drieu La Rochelle vide, e che videro, con lui, altri intellettuali cui lo accomunavano alcuni tratti fondamentali, al di là delle differenze individuali, era che una società, per vivere, ha bisogno di credere in qualcosa; e che l’individuo, per vivere armoniosamente in essa, ha bisogno di proiettarsi oltre se stesso, oltre i bisogni puramente materiali, verso la dimensione dell’assoluto, che il mondo moderno, per le sue caratteristiche socio-economiche e per i suoi stessi presupposti culturali e morali – materialismo, meccanicismo, riduzionismo, utilitarismo – non può che ignorare, reprimere e combattere con tutte le sue forze. Vi è guerra implacabile fra lo spirito della modernità e lo spirito della vita, perché lo spirito della modernità è uno spirito di morte – Erich Fromm direbbe: uno spirito necrofilo -, lo spirito della macchina, del denaro, del profitto ad ogni costo, della manipolazione delle cose e delle persone. In quella guerra dichiarata e già in atto, Drieu scelse di schierarsi, senza risparmiare nulla di se stesso.

Si possono passare in rassegna tutti i suoi errori – molti li abbiamo già ricordati; si può denunciare il suo razzismo, a patto però di precisare che esso era, in primo luogo, amore sviscerato per l’identità del proprio popolo e della propria nazione, prima che disprezzo dell’altro; gli si può far carico di non aver veduto che, per combattere i mostri del capitalismo e del bolscevismo, egli si stava schierando con dei mostri non certo meno paurosi e sanguinari: tutto questo si può fare e si deve fare, sul piano della ricerca e della riflessione storiografica. Non si ha, tuttavia, il diritto di decontestualizzare quegli errori, quegli eccessi, quegli accecamenti, al fine di ricostruire una storia di maniera, una Vulgata ad uso e consumo dei vincitori. Altri sbagliarono come lui e più di lui, e perseverarono molto più a lungo nell’errore: sia gli adoratori del Dio marxista, sia quelli del Dio capitalista. Questi ultimi, anzi, non si peritano di andare ancora a testa alta per le strade, sbandierano i vessilli del loro Dio che ha fallito: anche dopo gli incidenti alle centrali nucleari, anche dopo la sistematica distruzione della biodiversità, anche dopo la crisi finanziari del 2008, nella quale siamo tuttora sprofondati; anche dopo l’evidenza del riscaldamento globale, dell’avvelenamento mondiale della terra, delle acque e dell’aria, anche dopo l’evidenza del fallimento nel portare  vantaggi del “benessere” capitalista ai popoli del Sud del mondo e, all’interno delle società “ricche”, pure alle fasce di popolazione che ne sono sempre state escluse. Anche dopo l’evidenza che il numero dei ricchi diminuisce, mentre continua a crescere a dismisura la loro ricchezza; e intanto il numero dei nuovi poveri aumenta di giorno in giorno.

luomo-a-cavalloSoprattutto, crediamo che si possa rimproverare a Drieu, e agli altri, di non aver visto che quel che cercavano esisteva già, da quasi duemila anni: il cristianesimo. Di non aver visto che lì, nel cuore della tradizione cristiana – a dispetto delle incrostazioni e delle alterazioni che, nel corso del tempo, avevano offuscato in parte i suoi contenuti – c’era tutto quanto occorre per impostare un’opera di ricostruzione dell’Europa e del mondo moderno: una sorgente spirituale perenne, creatrice di bellezza, assetata di verità, incapace di accontentarsi della dimensione contingente e di rinchiudersi nella prigione della storia finita in se stessa, senza occhi verso un destino più alto. Come gli illuministi non videro, e non vollero ammettere, che la parte non caduca delle loro istanze di rinnovamento sociale – la libertà, la fraternità e l’uguaglianza – sono di matrice cristiana, così Drieu e gli altri esponenti della cosiddetta “rivoluzione conservatrice” non videro, né vollero ammettere che le ragioni più profonde del loro malessere e le loro aspirazioni più nobili di rinnovamento potevano trovare una valida risposta e uno stimolo efficace nell’humus della civiltà cristiana. E non lo videro perché la civiltà cristiana è la civiltà dell’amore, mentre essi – ebbri di orgoglio – si illusero di poter costruire una nuova civiltà sulla lotta, sulla contrapposizione, sulla vittoria del forte sopra il debole. Qui, a nostro avviso, sta anche il senso profondo del suicidio di Drieu: quando vide di aver militato per la parte soccombente, non sperò nella comprensione degli uomini o nel perdono di Dio, e si tolse la vita per riaffermare – come già aveva fatto Carlo Michelstaedter – la propria radicale libertà. Mi uccido, dunque sono. È una filosofia da disperati, nel senso letterale della parola: di coloro che non sperano più, di coloro che non credono più nelle ragioni dell’amore e del perdono. Che non perdonano nemmeno a se stessi: per esempio, di essersi trovati dalla parte soccombente. C’è fierezza, in questo; ma non grandezza: perché la vera grandezza consiste nell’accettare la fatica dell’espiazione e l’impegno della rinascita.

Non vogliamo, però, cadere nel facile moralismo. Uomini come Drieu meritano rispetto. È anche facile dire che sbagliarono e dove sbagliarono: ma quelli erano anni tempestosi, erano anni tremendi; e anche chi era dotato di una vista buona, talvolta non riusciva a vedere più in là del proprio naso. Stando comodamente seduti in poltrona, oggi, è un facile esercizio accademico quello di distribuire la pagella con i voti, con le sufficienze e le insufficienze; ma vivere nel cuore di una tempesta è un’altra cosa: e gli uomini che ebbero in sorte di vivere nel cuore di quella tempesta, meritano rispetto, se pure non videro la terra solida ove poggiare il piede, in mezzo all’infuriare degli elementi. Quando la tempesta è passata, ci sono troppi professori in giro: ci vorrebbe un po’ di decenza; ci vorrebbe un sentimento ormai quasi dimenticato, il pudore.

Alcuni di quegli intellettuali, come Julius Evola, subirono il fascino di una impossibile restaurazione del paganesimo e ritennero di dover combattere quanto di cristiano era presente nella società europea, senza rendersi conto di contribuire anch’essi, per la loro pare, a distruggere quel poco di solide fondamenta che ancora sussistevano alla base della loro – e nostra – civiltà. Anche Drieu la Rochelle subì, in parte, quel fascino e quella tentazione: il suo vitalismo naturalista, il suo nietzschianesimo lo portavano in quella direzione; così come la sua concezione “razzista” e guerriera, incompatibile, in ultima analisi, con l’etica cristiana della mansuetudine e del perdono delle offese.

È un peccato che uomini della sua intelligenza, come anche Pound, non abbiano visto gli esiti funesti di quel rinnegamento delle radici cristiane dell’Europa: essi amavano le cattedrali, ma senza lo spirito delle cattedrali; amavano la cultura che aveva concepito il lavoro non come competizione selvaggia e accumulo di capitali, ma come amore dell’opera ben fatta e della onesta professionalità: in altre parole, amavano ciò che lo spirito cristiano aveva costruito e preservato, tanto nell’ambito individuale che in quello sociale, così nella sfera materiale come in quella spirituale: ma non erano disposti a riconoscere che quelle radici possedevano ancora una forza vitale. Anche loro caddero vittime di uno degli aspetti più deteriori dell’ideologia della modernità: l’adorazione del nuovo, sebbene si considerassero come i depositari, i difensori ed i custodi della tradizione. Non era una contraddizione soltanto loro, ma di gran parte del secolo. Cercavano, in fondo, una sorta di teologia laica e speravano di edificare una soteriologia che fosse al passo coi tempi.

Il vero problema è che nessuna contestazione del presente, nessuna rivolta contro il moderno può avere prospettive di successo, se non sa riconoscere o rifiuta di accogliere quanto è vitale nella tradizione e, inoltre, se non sa rielaborare criticamente, ma passandovi attraverso e non semplicemente rifiutandoli, quegli elementi di novità e magari di sovversione che sono prodotti dal mutare dei tempi e delle condizioni storiche. Non si rifiuta la tecnica senza prima averla posseduta; non si respinge la società di massa, senza aver fatto propri gli elementi e i fattori positivi che agiscono in essa, nonostante tutto, a cominciare dalla conquista di nuovi spazi di autonomia individuale, e sia pure allo stato potenziale e non senza pesanti effetti collaterali. Infine, non si cancella l’eredità cristiana prima di avere verificato quanto in essa è ancora vivo e vitale, a dispetto di certe forme apparentemente sorpassate o degenerate. Questo, se davvero si vuole guardare avanti, se si vuole immaginare un futuro diverso e migliore, ma senza fuggire nei comodi – o terribili – paradisi dell’utopia rivoluzionaria, forieri di sciagurati totalitarismi e di violenze inaudite, sia contro gli individui, che contro i popoli.

*   *   *

drieu-aristocratico-e-giacobinoIl saggio di Antonio Serena su Drieu la Rochelle è condotto con rara equanimità e con onestà intellettuale, oltre che con sicura competenza e pieno possesso delle fonti, dei testi, dei documenti (si osservi solo la straordinaria ricchezza della bibliografia).

Serena si è posto di fronte al “caso” Drieu La Rochelle con spirito spassionato e curioso: curioso di conoscere come e perché uno scrittore, un uomo di quella intelligenza e di quella coerenza, abbia fatto le scelte che ha fatto, abbia preso le decisioni che ha preso, in uno degli scenari più drammatici e in uno dei momenti più angosciosi della storia d’Europa. E ci ricorda la sconcertante, scomoda e imbarazzante attualità dello scrittore francese, la sua contemporaneità, più forti di quel che i quasi settant’anni trascorsi dalla sua morte lascerebbero credere. I problemi contro i quali andò a sbattere, chiuso in drammatico vicolo cieco, sono anche i nostri: sono quelli della nostra società, della nostra Europa, del nostro mondo.

Il suicidio di Drieu La Rochelle ricorda un altro suicidio, avvenuto pochi giorni or sono, da parte di un altro intellettuale francese generalmente etichettato come “di destra” e avvenuto in maniera spettacolare, all’interno della cattedrale di Notre Dame, l’indomani dell’approvazione della legge che istituisce i cosiddetti matrimoni omosessuali e il diritto di adottare bambini da parte delle coppie omosessuali: lo storico Dominique Venner, che la stampa internazionale ha etichettato semplicemente come un “attivista anti-gay”, mentre era un uomo di cultura straordinariamente ricco e attivo, con decine di significative pubblicazioni. Anche Venner ha voluto lanciare un grido di allarme; anche lui ha ritenuto che non ci fosse più posto per lui, in un’Europa come questa, basata su tali fondamenta.

Noi crediamo che abbia sbagliato, sul piano intellettuale prima ancora che su quello morale, così come ha sbagliato Drieu la Rochelle: se gli uomini di cultura più preparati e sensibili si auto-escludono, allora sarà veramente cosa difficile costruire un’Europa e un mondo in cui vi sia ancora spazio per la pluralità, intesa nel significato autentico e non in quello, ipocrita e relativista, che viene contrabbandato oggi dalla cultura dominante.

Un mondo che è soggetto – lo aveva già notato Pier Paolo Pasolini più di quarant’anni fa – a una forma di totalitarismo molto più sottile, molto più subdolo, ma anche molto più pervasivo e devastante per l’autonomia delle coscienze, di quanto lo siano stati i totalitarismi classici o le dittature – e il fascismo non fu più che una “semplice” dittatura -; una società ove le persone, ridotte a numeri, a bruti consumatori compulsivi e a contribuenti coatti, con una semplice apparenza di libertà e di democrazia, credono di vivere nel migliore dei mondi possibili e non si rendono nemmeno conto, in moltissimi casi, dell’abiezione, dell’impotenza, della corruzione morale in cui sono sprofondati.

Ecco, il messaggio di Drieu La Rochelle è una sveglia contro la nostra accidia, è un potente richiamo al senso di responsabilità individuale; è una squilla guerresca per gli animi generosi, per i “migliori” nel senso etimologico della parola, affinché si facciano carico di una svolta, di un cambiamento di rotta, affinché la crisi mondiale di cui siamo i protagonisti e le vittime consenzienti, trovi una risposta degna di uomini i liberi e non di schiavi incretiniti dalla politica del potere, fatta di «panem et circenses» in versione tecnologica.

E il saggio di Antonio Serena, puntuale, obiettivo, spassionato, è un’ottima introduzione al mondo di Drieu La Rochelle, oltre che un invito alla lettura delle sue opere. Ricordando sempre che l’uomo moderno ha bisogno di riconoscere le mète cui tendere, senza accontentarsi di vivere alla giornata; e che non deve mai scambiare per mète il dito di coloro che indicano la strada, magari inciampando e cadendo lungo il percorso, animati, comunque, da spirito generoso e da disponibilità al sacrificio di se stessi.

In fondo, se chi viene dopo ha maggiori possibilità di scorgere la strada giusta in mezzo ai segni contraddittori e caotici di una modernità sempre più nevrotica e distruttiva, sempre più disumana e senz’anima, è anche merito di queste anime generose, che, magari sbagliando, e talvolta sbagliando gravemente, hanno però contribuito a mostrare i luoghi in cui è imprudente mettere il piede, e quindi, per esclusione, anche quelli che potrebbero condurci, a talune condizioni, fuori dalla palude ove stiamo annaspando.

Segui Francesco Lamendola:

Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

3 Risposte

  1. SEPP
    | Rispondi

    I popoli non possono fare altro che adeguarsi ai tempi. Gli intellettuali non parlano al popolo, parlano a se stessi,
    e’finito il tempo dei filosofi che andavano in piazza ad argomentare, da quando sono stati costretti a bere la cicuta, l’intera categoria fino ad oggi non e’ piu’ visibile. Hanno capito che il martirio e’ troppo umano per i loro pensieri che
    sono immateriali, talmente immateriali che sono complici dello stato attuale.
    Se invece di speculare avessero coltivato i campi, oggi non ci troveremmo ad avere una cosi’ raffinata dittatura che
    controllo il pianeta, sono gli intellettuali che estraneandosi da questo mondo e sognandone altri hanno potuto fare
    che oggi vivessimo l’incubo che si sta materializzando.
    Il cristianesimo di cui non conosciamo il messaggio iniziale, possiamo dire che alla pari degli intelletuali hanno
    estraneato l’uomo dal suo mondo, li ha trasformati tutti in cervelli e niente umanita’, una religione che perseguita ed umilia il corpo, che combatte la natura non e’ un valore da difendere, una religione che ha fatto piu’ morti lei di tutti i conflitti fino ad oggi conosciuti, non puo’ avere l’onore di essere l’anima europea, il cristianesimo e’ una dittatura dell’anima che ha sottomesso e degradato l’uomo, oggi questi sono gli effetti che si vedono.
    Un cristianesimo che tollerava l’usura, non puo’ ergersi a difensore del povero, il cristianesimo ha bisogno della spuma, alla pari degli intellettuali, per realizzare sogni impossibili e mondi irragiungibili.
    Gli intellettuali al pari di eco odiano la massa, il comunismo, il fascismo e le religioni hanno usato le masse e le hanno
    offerte al loro dio in un immenso olocausto.
    Gli intellettuali sono tutte braccia rubate all’agricoltura.

  2. regulus
    | Rispondi

    exatto…il problema è che fascismo e comunismo riguardano la medesima aspirazione invertita di massificare la vita civile associata…la società di massa si pone agli antipodi del pensiero Tradizionale…il fascismo è demagogia…il comunismo una pura aberrazione…entrambi (prodotti massonici) furono ossequiosi alla dittatura della macchina…oggi noi viviamo nell’estensione ideologica di un post futurismo tutt’altro che superato…il pensiero futurista è deleterio e va inteso come una sorta di nichilismo dinamico…come dire…è l’insonnia della ragione a deformare a incubo la trama del reale. Saluti

  3. Andrea Di Cesare
    | Rispondi

    l’Autore di questo saggio è Francesco Lamendola? Mi serve saperlo per una citazione. Grazie.

Lascia una risposta