Terra di ghiaccio

I robusti zoccoli sprofondavano nella neve scricchiolando, il manto marrone del cavallo era imbiancato dalla neve turbinante, l’elsa della spada ricoperta di un leggero strato di neve e ghiaccio, le pelli di orso, la barba e l’elmo nero incrostati di ghiaccio, i gelidi occhi azzurri rivolti all’orizzonte. Un pallido sole sorgeva alto nel cielo azzurrissimo, le desolate lande di ghiaccio e neve su cui viaggiava da giorni presentavano un paesaggio sempre uguale, le poche case di contadini e pastori incontrate lungo il cammino avevano rotto per un attimo la monotonia, non gli avevano negato un pasto caldo e un giaciglio accanto ad un fuoco.

Urfir aveva iniziato il suo cammino verso Nord più di due settimane prima, decise di andare in cerca di quella terra di cui aveva sentito parlare nelle fiabe da fanciullo, nelle leggende da ragazzo. Il vecchio nonno gli aveva parlato di un luogo misterioso, dove il sole splendeva sempre alto nel cielo, dove ovunque era luce, lande abitate da uomini misteriosi, genti barbariche, guerriere. Molti dicevano fossero solo invenzioni, fantasie e leggende popolari. Poco importava. La solida e imponente spada, un tempo brandita da suo padre, non gli era servita poi a molto fino a quel momento, di predoni o genti ostili non ne aveva incontrate, neppure quando aveva attraversato la fitta e buia foresta che tracciava il limite tra le lande verdi ed il gelido Nord.

La bufera di neve non accennava a placarsi, gli occhi ed il viso venivano tempestati incessantemente dalla neve provocando in lui un certo fastidio, il cavallo sbuffava, era certamente affaticato dalle molte ore di viaggio, dormire all’aria aperta coperti di sole pelli di orso non era certo riposante, sperava ardentemente di incontrare presto altre case sul suo cammino. Avrebbe approfittato per chiedere informazioni più esaustive sul luogo verso cui si stava dirigendo, poco di utile gli era stato detto in precedenza da chi lo aveva ospitato. Il paesaggio iniziava lentamente a mutare, montagne grigio scuro cominciarono a stagliarsi all’orizzonte, molto lontane, più vicine invece si iniziavano a intravedere delle luci pallide, era ormai sera ed il freddo stava aumentando, la fortuna era dalla sua parte.

Il villaggio era un po’ più grande di quelli in cui era capitato i giorni passati, altro non erano che piccoli gruppi di casette, qui si trattava di una comunità di uomini, sicuramente più di un centinaio. Lo guardavano con volti stupiti le sentinelle appostate lungo il perimetro del villaggio, attorno a dei fuochi, un gruppo di cinque uomini armati con asce e scudi gli andò incontro, ad un cenno di mano Urfir si arrestò.

– Uomo delle terre del fuoco, la tua stirpe non è benvenuta tra la nostra gente. Voi siete portatori di guerra, dobbiamo chiederti di evitare il nostro villaggio.

– Che significa uomo delle terre del fuoco? Io vengo dal Sud, abito nelle lande verdi, al confine con la grande foresta. Vengo in pace, chiedo solo ospitalità per una notte, domani mattina partirò senza crearvi fastidio.

Il più anziano dei cinque lo fissava in volto con fare interrogativo:

– E’ molto strano che un abitante delle terre fertili si rechi nelle desolate steppe del Nord. Per quale motivo stai viaggiando in questi territori, guerriero?

– La mia destinazione è la misteriosa terra del Nord, quella che si trova all’estremo limite del mondo conosciuto.

I cinque ammutolirono, si guardavano negli occhi, non sapevano come prendere le parole dello straniero. Dopo poco il più anziano lo invitò a scendere da cavallo e seguirlo nel villaggio. La barba, le pelli, il cavallo, tutto di Urfir era imbiancato dal vento del Nord, forse il suo aspetto ricordava a quella gente i popoli che si diceva abitassero la terra verso cui viaggiava. Le poche persone che vide tra le casupole lo guardavano con visi atterriti.

Venne introdotto in una casupola in legno e sassi, dal tetto basso, almeno per lui, gli altri non avevano il bisogno di chinare il capo, si sfilò l’elmo nero e lo ripulì dal bianco, si scrollò di dosso il ghiaccio e la neve, il cavallo venne lasciato all’entrata, vicino a un fuoco e a un po’ di paglia, portata da una giovane ragazza, probabilmente una contadina, visto il vestiario. La stanza in cui entrarono, aprendo una porta in legno, era di forma circolare, al centro bruciava un fuoco, di fronte alla fiamma un anziano sedeva tenendo tra le mani quelli che parevano dei fogli di pergamena, la lunga barba fluente si mosse quando alzò il viso per accogliere lo straniero.

Le cinque sentinelle chinarono il capo in segno di riverenza:

– Grande saggio, ti portiamo uno straniero proveniente dalle lande verdi, chiede ristoro per la notte. E’ diretto a Nord, all’estremo Nord.

Gli occhi del vecchio, incavati in un volto rugoso, vagarono sul viso fiero di Urfir, fissarono per un attimo i suoi occhi gelidi, la spada con all’estremità una testa di drago in argento, le robuste braccia che spuntavano dalle pelli di orso.

– Lo straniero sarà mio ospite questa notte, lasciate che gli parli delle misteriose terre a cui è diretto. Fate portare della carne ed un giaciglio per le sue membra stanche. Che al suo destriero non manchi ristoro.

La voce ferma del saggio impose il comando ai cinque, salutarono con reverenza e chiudendo la porta sparirono dalla vista di Urfir. Il fuoco al centro della stanza ardeva con forza, come agitato da fremiti sovraterreni.

Con un cenno della mano il vecchio invitò il guerriero a sedere di fronte a lui, di fronte al fuoco.

– Qual è il tuo nome, uomo del Sud?

– Io sono Urfir, figlio di Urisen. Guerriero delle lande verdi.

Così dicendo adagiò a terra le pelli che indossava, mostrando l’armatura in cuoio nero, le fasciature in pelle sulle braccia e lo stemma in argento all’altezza dello sterno: una spiga di grano tra una spada e un ascia incrociate, il simbolo delle terre fertili. Due donne dai lunghi capelli, raccolti in trecce, entrarono salutando con reverenza, una appoggiò accanto allo stranierò un vassoio di carni e una caraffa di acqua. L’altra, più giovane, distribuì a terra, poco distante da lui, alle sue spalle, un letto di pagliericcio e una coperta di pelli.

– Gli uomini di questo villaggio temono i barbari del Nord, li chiamano uomini delle terre del fuoco, li credono portatori di morte e devastazioni. La verità è che essi sono dei guerrieri temerari, i più coraggiosi e fieri popoli che mai abbiano brandito una spada su queste terre gelide. Io li ho conosciuti molti anni fa. Essi mi hanno accolto nel loro villaggio, un luogo molto più grande di questo, dove uomini e donne vivono in grande felicità, alla luce di una sole caldo e luminoso. Hanno muscoli temprati, armi imponenti, cavalcature possenti e donne bellissime. I loro figli crescono osservando i padri combattere e le madri amministrare la vita della famiglia.

Si sa così poco di loro che spesso si fraintendono le cose reali. Le battaglie da loro combattute sono lotte per la sopravvivenza della comunità, molti sono i loro nemici ed altrettante le male lingue che avvelenano le menti degli uomini affinché non raggiungano quella terra stupenda. Dovrai dirigerti verso le montagne che hai intravisto in lontananza, da lì saranno loro a trovarti quando sarà il momento, non distano più di due giorni di viaggio, se la tua cavalcatura è lenta.

Il saggio e lo straniero parlarono molto quella sera, l’indomani Urfir abbandonò il piccolo villaggio di primo mattino, il vecchio lo salutò con uno sguardo dalla porta della sua umile casa, le sentinelle lo videro allontanarsi a Nord.

Il cibo che gli era stato donato da una giovane del villaggio gli fu di conforto durante il cammino, il suo destriero sembrò gradire quella poca paglia che aveva portato con sé in una sacca a lato della sella coperta di pelli. I monti sembrarono molto più vicini dopo una veloce cavalcata durata ore, il sole pallido risplendeva alto e la bufera di neve s’era placata, tutto attorno una calma irreale.

Il giorno dopo giunse infine ai piedi delle imponenti montagne di ghiaccio e roccia, svettavano caparbie contro il cielo pallido, i suoi occhi vennero abbagliati dal sole bruciante. Il suo cammino continuava tra le rocce dei monti, tra strette gole e ampi spazi di roccia e ghiaccio, un vento freddo soffiava tra quelle gole. Urfir attendeva di arrivare in vista della terra di cui tanto aveva sentito parlare, ora era certo della sua esistenza. Il suo cavallo si fermò e lui tese l’udito quando udì un grido potente provenire dall’alto delle montagne, tra le rocce qualcuno lo stava osservando, sguainò la spada, la lama brillò al sole. Un rombo di tuono precedette l’arrivo di un gruppo di guerrieri, imponenti sui loro destrieri color creta, i lucenti elmi cornuti splendenti alla luce del sole del meriggio, gli occhi di aquila fissi su di lui. I guerrieri si arrestarono a pochi passi da lui.

– Chi sei straniero? Queste terre sono sacre, violare la Terra del Sole eterno è un’offesa imperdonabile per gli dèi.

– Urfir è il mio nome, vengo in pace, il mio destino mi ha spinto a cercare le vostre leggendarie terre. Chiedo di essere accolto tra di voi per imparare l’arte della guerra e la nobiltà dello spirito.

I cavalli si voltarono, il guerriero che gli aveva parlato lo invitò a seguirli.

Segui Francesco Boco:
Nato nel 1984 a Belluno. Specializzando in Filosofia con una tesi su Oswald Spengler e Martin Heidegger. Collabora con il Secolo d'Italia, Letteratura-Tradizione e Divenire, rivista dell'Associazione Italiana Transumanisti. Ha tradotto e curato il saggio di Guillaume Faye su Heidegger, Per farla finita col nichilismo.

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