Publio Nigidio Figulo. Un pitagorico nella Roma del 1° secolo a.C.

publio-nigidio-figuloLo studio attento delle opere di Publio Nigidio Figulo consente di fare emergere una profondità e una complessiva coerenza speculativa solitamente considerata poco usuale nel mondo romano e ignorata da molti esegeti di Nigidio. In realtà, la personalità del fondatore del pitagorismo romano appare complessa, certo non assimilabile ai tanti “astrologi”, “magi” e “caldei” che circolavano numerosi in città nel periodo del tramonto della Repubblica. Al contrario, pensiamo di aver dimostrato che non solo la quantità e la qualità dei suoi scritti, ma la sua stessa attività politico-culturale può agevolmente essere comparata a quella di un Varrone, del suo amico Cicerone o a quella dello stesso Cesare, anch’egli tipico rappresentante di una cultura come quella romana che non intendeva affatto estraniarsi dal mondo, ma trovava nella vita politica e nell’azione rituale il momento di sintesi intesa a trasformare la storia in un realtà capace di parlare un linguaggio sacrale, di diventare il “luogo” di realizzazione di quella pax deorum tanto inseguita dai Romani di ogni tempo.

Il primo elemento che emerge dall’analisi dei testi nigidiani è il rilievo non secondario che ha avuto la sua attività pubblica. La carriera politica di Nigidio appare complessa, anche se probabilmente fu molto simile al cursus honorum seguito dai rampolli delle “buone” famiglie romane. Pretore, questore, tribuno della plebe, legato nei piccoli regni a cultura “magusea” del Vicino Oriente e infine senatore: un seguito di magistrature che pur indicando una progressione politica certamente importante, non è certo dissimile da quanto doveva essere usuale nelle famiglie patrizie della Roma delle grandi conquiste, la Roma pre-imperiale. E tuttavia, anche rispetto ad altri personaggi di rilievo, le fonti indicano un sovrappiù di Nigidio, una saggezza ed un equilibrio che devono aver arricchito la sua funzione pubblica e, stando alla testimonianza di Cicerone, ne hanno reso l’apporto molto prezioso in alcuni momenti di acuta crisi delle Istituzioni. La sua drittura e il rigore indiscusso ne avevano fatto un punto di riferimento importante, persino decisivo quando per es. la congiura di Catilina fece temere per le stesse sorti dello stato. Nigidio rimase sempre fedele al mondo patrizio e conservatore che si illudeva di vedere ancora in grado di restituire splendore alle antiche e venerate istituzioni repubblicane. E quando i tempi cambiarono e l’apparizione di personalità complesse e nuove come quella di Giulio Cesare imposero cambiamenti epocali, Nigidio continuò a difendere il mondo al quale apparteneva e aveva protetto con tanto ardore. A Farsalo, quando si decise la storia futura del mondo romano, si trovava accanto a Pompeo e ai tanti aristocratici, senatori e magistrati che lo avevano seguito. Non solo, ma se è permesso dedurre qualcosa dalla contemporanea presenza accanto a Pompeo del suo confratello aruspice Arrunte, mentre con Cesare si erano schierati Spurinna e Vulcazio, è probabile che la scelta di campo di forti e spiritualmente qualificate personalità come Nigidio abbia indotto anche gli aruspici del sacro Collegio a dividersi nei due campi contrapposti. E’ un fatto che non dovrebbe essere minimizzato, forse in grado anche di aiutarci a spiegare un aspetto dell’ostinato ed in sé incomprensibile divieto dei vincitori che non permetterà mai all’illustre concittadino di essere graziato come tanti altri pompeiani, senz’altro politicamente più influenti e militarmente più compromessi, e tornare a Roma.

E tuttavia l’azione politica di Nigidio è solo una parte (la più evidente per il rilievo che ha assunto nella corrispondenza di Cicerone), ma non la più importante, del suo impegno nella vita dello stato. Nigidio fu anche un importante protagonista delle vicende spirituali di Roma, un aruspice che seppe conciliare antiche e venerate tradizioni con forme spirituali particolari che sembrano persino essersi profondamente radicate nella struttura religiosa romana. Il sistema speculativo che emerge nelle sue numerose opere lascia affiorare una profonda attenzione per il significato della dimensione divina, per la vita rituale, per forme di realizzazione spirituale e per dottrine che unanimemente gli antichi riconducevano al suo interesse per il pitagorismo. E’ un dato che non può essere considerato secondario. Non c’è frammento o testimonianza che non evidenzi questa sua appartenenza, non ricordi il suo Sodalicium pythagoricum o che addirittura non rivendichi il suo ruolo di “restauratore” (renovaret, scrisse di lui l’amico Cicerone) del pitagorismo romano.

Il sistema dottrinale pitagorico con la sua rappresentazione della rota mundi, con l’indicazione del significato della fascia zodiacale e con la sua complessa interpretazione astrale dei miti e delle leggende ha senz’altro costituito uno degli elementi portanti della sua speculazione. Il mito diventa la raffigurazione plastica di alcuni eventi cosmici e consente a Nigidio non solo di disegnare la stessa struttura delle costellazioni zodiacali, ma di inserirla in un sistema molto ampio che ne rapporta il ciclo allo stesso movimento dell’intero cerchio cosmico, alla rota mundi. Ne emerge una rappresentazione del mondo e una serie di movimenti astrali che è possibile comprendere solo nell’ambito di un quadrante celeste molto arcaico, simile a quello che supponevano i più antichi cosmologi dell’Ellade, quando lo stesso disporsi delle costellazioni che andranno a costituire l’attuale zodiaco veniva spiegato attraverso una serie di miti che dovevano indicare l’ordine astrale, il significato simbolico e persino l’influenza sulle vicende umane. E tuttavia, nonostante l’esiguità dei frammenti rimasti, si può affermare che la dottrina astrale di Nigidio è solo in parte rapportabile a quella formulata nei racconti leggendari quali furono raccolti da alcuni mitografi. Anzi, una serie di mitologhemi ripresi da fonti per noi solo parzialmente intellegibili, delinea una struttura del cosmo e lo stesso movimento di alcune costellazioni in una prospettiva che sembra potersi accostare alle formulazioni più antiche delle similari dottrine astrali caldee ed egizie.

Gli stessi sparuti cenni alla sua azione rituale permettono di aggiungere che il suo pitagorismo si sostanziava di una vita rituale che continuava quella degli antichi pitagorici, prolungava quelle forme di realizzazione spirituale che avevano reso la confraternita di Crotone così diversa dai soliti circoli filosofici, la rendevano molto prossima ai tanti sodalizi, alle consorterie e alla quantità non definibile di heterie a carattere misteriosofico che numerose avevano percorso l’Ellade arcaica.

Accanto ai fondamenti pitagorici che sostanziano le dottrine astrali, il simbolismo e molta parte della sua stessa attività politica, nelle opere di Nigidio emerge anche una solida tradizione rituale riconducibile all’arcaico mondo etrusco-latino e a quegli aspetti assolutamente fondamentali della religione romana che ne continuavano la vitalità, tuttavia non sempre chiaramente classificabile all’interno del complesso pantheon dell’Urbe quale emerge attraverso le divinità più importanti. Si tratta di un complesso di divinità cosiddette “minori” che, insieme, contribuivano a rendere vitale quella specie di religio secunda così importante per i singoli, per lo stato e per il sofisticato sistema di scienze spirituali (divinazione, aruspicina, scienza augurale, etc.) che a Roma alimentavano ogni scelta politica e ogni decisione dei governanti. Questo retroterra rituale etrusco e antico-italico è senz’altro presente in Nigidio, ha fecondato molti suoi interventi politici, giustifica la sua stessa appartenenza al venerato Collegio dei LX aruspici e sostanzia molti aspetti dei suoi scritti.

Il terzo elemento che arricchisce l’opera di Nigidio e la rende così diversa da quella pur importante del suo contemporaneo Varrone, è l’apporto delle dottrine dei “Magi ellenizzati” da lui conosciute sicuramente durante i suoi viaggi in Asia Minore e in Grecia. Anche qui, quell’attribuzione di “mago” che qualche sprovveduto studioso d’inizio Novecento confondeva con il tipo del “mago naturalista” rinascimentale, trova significato non in una incomprensibile, spregiativa o bizzarra nomèa, ma in un preciso ruolo dottrinale e in un sistema speculativo al quale Nigidio si rifaceva, e che per molti Romani colti costituiva un conosciuto e consapevole punto di riferimento. La sintesi che Nigidio opera di questi elementi dottrinali così sofisticati e particolari (pitagorismo, antico mondo etrusco-latino e dottrine dei “Magi ellenizzati”) ha reso i suoi libri adatti solo ad una esigua élite, studiati come una specie di residuo oracolare di un mondo arcaico, persino formulati con svelti tratti di tipo mnemonico attestati da Gellio, che rimandano al loro valore rituale. Erano testi poco idonei alla diffusione e custoditi con tale discrezione che ne ha procurato prima l’oblio, poi la perdita.

Più che il famoso “astrologo” della vulgata, il presente studio ha permesso che potesse emergere l’immagine di un Nigidio quale sapiente ancorato pienamente alla propria tradizione spirituale. Il ruolo di aruspice che arricchiva la sua funzione religiosa all’interno della vita rituale romana, il suo “pitagorismo”, l’attributo di “mathematicus” (ricordato anche da Sant’Agostino e col quale gli antichi delimitavano quasi sempre competenze astronomiche riconducibili ad un ambito pitagorico) ne facevano un personaggio unico; le stesse sue capacità divinatorie tanto esaltate dagli antichi, così estranee al nostro modo di concepire la funzione sacra, si inserivano perfettamente nelle modalità romane di vivere il sacro, di interrogare il divino, di contemplare il mondo come una continua teofania che gli uomini dovevano semplicemente intendere.
Da tempi immemorabili i Romani assimilavano la lingua latina allo stesso linguaggio che i Fauni e i Veggenti arcaici avevano usato per svelare il significato del mondo. La funzione oracolare del latino, la sua assoluta inscindibilità dalla “lingua divina” parlata dai primordiali abitatori della Saturnia Tellus (“la terra di Saturno”, il re dei primordi che aveva lasciato un arcaico mondo che versificava secondo il “verso saturnio”), faceva sì che l’articolazione sintattica del latino, l’accentuazione, i fonemi e le forme stesse della sua struttura scritta e parlata costituissero una specie di “veicolo di rivelazione” che si doveva, semplicemente, comprendere. Il trattato grammaticale di Nigidio, quello che assieme allo scritto sull’astronomia ha suscitato il più attento interesse nel corso dei secoli, trova in quest’ambito rituale la sua giustificazione. Come il De lingua latina di Varrone, il bibliotecario di Cesare al quale in questa funzione sacra era stata affidata la custodia delle tradizioni avite, anche Nigidio scrisse un testo in grado di elencare gli elementi fondamentali di un antico linguaggio che contemporaneamente costituiva il veicolo espressivo quotidiano, la lingua dotta, la base delle rivelazioni oracolari e la lingua liturgica. La sapiente sintesi di significato semantico, corretta pronuncia delle parole, attenta costruzione sintattica e precisa accentuazione dei termini mostra la sua attenzione verso un latino ritmato su forme musicali per noi ormai irrimediabilmente perdute. E’ molto probabile che la formulazione del suo lungo trattato grammaticale (ben XXX libri !) abbia risposto più ad una necessità rituale capace di sostanziare l’articolazione degli arcaici sacri carmina, che non alla semplice analisi dotta di alcune strutture linguistiche desunte dal patrimonio lessicale del contado presso cui, comunque, si riteneva che i più antichi fonemi e la loro stessa esatta pronuncia si erano conservati con caratteri di grande stabilità e con pochissime variazioni.

Come Varrone, Cicerone, Virgilio, Tito Livio, Orazio e lo stesso Cesare, anche Nigidio appartiene a quel vasto mondo di raffinata cultura, ma ben radicato in una intensa vita rituale, che aveva conservato memoria dei fondamenti spirituali, dottrinali e rituali che avevano consentito a Roma di realizzare la pax deorum e di diventare per un intero ciclo umano un vero umbilicus mundi.

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Sulla vita e l’opera di Publio Nigidio Figulo fino ad oggi esistevano solo due monografie ormai datate sia per il tempo trascorso (1931 e 1962), sia per la quantità e la qualità del materiale che nel frattempo è emerso, materiale in grado di lumeggiare aspetti degli scritti nigidiani che rischiavano di restare muti. La presente è la terza monografia esistente al mondo che studia nel suo complesso il sistema dottrinale di Nigidio Figulo secondo i fondamenti rituali, cosmologici, “teologici” e linguistici quali emergono con chiarezza in tutte le sue opere.

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