Perché il “Popolo di Seattle” non rappresenta l’umanità

Marcello Veneziani, I Vinti. I perdenti della globalizzazione e loro elogio finale Diciamo la verità: gli ultimi a sperare nel dialogo sono proprio loro, i diretti interessati, gli anti GB, che invece sognano un bel conflitto col potere. In fondo sono dannunziani e cercano a Genova l’ebbrezza di Fiume o della trasvolata su Vienna. Vanno a Genova per vivere un’emozione e lasciare un segno, fosse pure di vetrine rotte. Sperano che Bush, come la Ferilli, si spogli a furor di pubblico. Certo, è un vero peccato che il nodo della globalizzazione sia affidato a un manipolo di suoi agenti che si limitano soltanto a far funzionare la Megamacchina e a un manipolo di contestatori che la combattono come il Grande Satana, usando mezzi ridicoli che colpiscono solo i passanti e i poliziotti. Un mondo in balia di due minoranze: e in mezzo il vuoto, abitato però dal resto dell’umanità, costretto a tifare per una delle due squadre in campo. E magari ad appiattirsi sugli imperativi della globalizzazione con la doppia motivazione che la sua marcia non si può arrestare e che chi la contesta è un estremista violento e antimoderno. Eppure un conto ragionevole dei vantaggi e dei danni della globalizzazione non è stato ancora fatto: così cade nel deserto l’intenzione di governare la globalizzazione e di individuare argini concreti, veri contrappesi e risposte adeguate.

La globalizzazione non fa crescere solo le opportunità e il benessere ma anche i divari e i malesseri; potenzia il mercato ma spesso mortifica la libera concorrenza perché privilegia gli oligopoli rispetto alla pluralità di offerte, aumenta gli standard tecnologici e sanitari ma diminuisce le sovranità popolari e nazionali; libera da vecchie schiavitù ma ne genera di nuove; facilita le comunicazioni ma degrada l’ambiente naturale e culturale. Promuove gli individui e mortifica le persone, arricchisce le masse e impoverisce i popoli. Questa doppia contabilità non è stata ancora effettuata, fuori da ogni fatalismo e fanatismo.

Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo Anche se i temi e i sentimenti degli antiglobalizzatori corteggiano sensibilità, allergie e culture conservatrici, comunitarie e perfino antimoderne, il segno prevalente a cui è associata la loro contestazione è a cavallo tra l’anarchia, la sinistra radicale, l’ecologismo militante e il cristianesimo pacifista e umanitario. Una miscela abbastanza affine a quella che produsse il Sessantotto; che non a caso si chiamò Contestazione globale. Questa impronta è stata ulteriormente accentuata da quando il principale Imputato, gli Stati Uniti, è guidato da Bush e nel nostro Paese il premier è Berlusconi. Da allora perfino la sinistra di potere, per anni guardia rossa dell’establishment, si è scoperta a fianco degli antiglobalizzatori. Eppure tutta la loro cultura è un’istigazione a correre verso la globalizzazione. E fino a ieri i vertici sulla globalizzazione sono avvenuti proprio quando a livello planetario le grandi potenze erano guidate da leadership progressiste, se non addirittura proveniente dal Sessantotto. Da Clinton in giù, fino a D’Alema. Fu inventato perfino l’Ulivo planetario come precettore della globalizzazione.

Premesso dunque lo sguardo critico verso la globalizzazione, ci sono tre cose che non ci piacciono degli anti G8, a parte lo scontato rífiuto della violenza. La prima: il “popolo di Seattle” non è l’umanità Che si costituisce parte civile nel processo di globalizzazione. Anzi mi rifiuto di usare l’espressione “popolo” riferita a quelle frange mutanti: i contestatori dei summit sono per numero equivalenti ai funzionari della globalizzazione, costituiscono cioè un’infima e autoreferenziale minoranza. Non è possibile concepire il gigantesco processo della globalizzazione come una lotta tra due sparute minoranze di cui l’una all’insegna dell’aggressiva impotenza a modificare i processi planetari e l’altra all’insegna dell’autocratica onnipotenza a deciderli. Vero è che la storia è sempre frutto di minoranze attive e volitive, ma il “popolo di Seattle” non costituisce un campione rappresentativo dell’umanità o dei popoli che vorrebbe riscattare, ma di una minoranza estrema e marginale di alcuni Paesi occidentali, separata e a volte sprezzante nei confronti degli stessi popoli di appartenenza. Non si vorrà far credere, per esempio, che i centri sociali siano rappresentativi del popolo italiano? O che i catto-ribelli siano un campione rappresentativo del comune sentire dei cattolici, e le tute bianche dei lavoratori? Insomma, gli antigiottini non rappresentano né i loro Paesi né la loro generazione. La seconda è il moralismo astioso che li caratterizza, tipico dei nuovi giacobini. L’errore degli antiglobalizzatori è identificare le grandi agenzie mondiali, le multinazionali, i poteri globali con le forze del Male, che vogliono infliggere morte e miseria ai popoli. In realtà fanno semplicemente i loro legittimi interessi. E’ comprensibile che vogliano espandersi sempre di più; non si può pretendere che chi guida, per esempio, il commercio mondiale, abbia gli stessi obiettivi dei padri comboniani o della Croce rossa.

Marcello Veneziani, Vita natural durante Chi guida un’azienda non può avere come suo fine redimere il mondo dalla fame e dalla miseria. Allora il vero problema non è indicare nel capitalismo, nell’America o negli oligopoli, il Male da abbattere; ma la carenza della controparte, politica e sociale, che dovrebbe rappresentare gli interessi generali e i valori condivisi, tutelando i più deboli. Non crociate contro i globalizzatori ma separazione dei poteri, per evitare sconfinamenti, egemonie, e riduzione degli interessi globali e umani a quelli economici, tecnocratici e oligarchici.

La terza riserva riguarda la fumosità dei rimedi proposti dai contestatori, che viaggiano tra l’utopia di un mondo migliore, affidato alle pie intenzioni e alle azioni eversive, e il ritorno di vecchi apparati simbolici ed esotici della militanza. Per dirla con un’immagine, i rimedi oscillano tra l’Onu e Che Guevara. Virtuosi sermoni e azioni dimostrative, oltre il progetto di un’imprecisata democrazia universale che dovrebbe scaturire da una specie mistica di autocoscienza collettiva mondiale. Senza dire che molte delle utopie coltivate sono in fondo l’altra faccia, rustico-floreale, del Mondo: prima fra tutte la legalizzazione delle droghe, la libertà sessuale, il rifiuto della politica. A volte si ha l’impressione che la guerra alla globalizzazione sia animata dal desiderio di spostare il liberismo dell’economia ai costumi. Lo stesso Guevara è usato come un’icona priva dì storia e contenuto, puro marchio di ditta come la M di McDonald’s. Fu vera gloria? Ai poster l’ardua sentenza.

Marcello Veneziani, Comunitari o liberal. La prossima alternativa? A volte si ha l’impressione di assistere a un film già visto: il potere che li adula, i media che li coccolano, i Tg che amplificano la loro presenza. Un film già visto a cui più di trent’anni fa Pasolini aveva già scritto il commento: “Ripetete a memoria quel che non sapete, idee-spray schiuma di vecchie e nuove idee (più vecchie che nuove)… la mamma, tutto qui il problema”. La loro mamma si chiama globalizzazione e sta sempre incinta.

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Tratto da Il Giornale del 28 giugno 2001.

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