De Bonald sugli Ebrei

Nel 1806 il pensatore controrivoluzionario Louis de Bonald pubblicava sulla rivista Mercure de France l’articolo Sur les Juifs. Si tratta della prima riflessione vasta e organica sul ruolo sociale degli Ebrei nella incipiente società borghese uscita dalla Rivoluzione del 1789. L’autore scrive nel momento in cui Napoleone sta organizzando un inquadramento legislativo per il culto ebraico consultandosi coi rappresentanti dell’Ebraismo in Francia. La faccenda ebbe esiti che sono ancora oggi controversi: per certi aspetti si manifestava lo sforzo di attuare l’inclusione degli Ebrei, per altri aspetti permanevano leggi speciali che distinguevano gli Israeliti dal resto dei cittadini francesi.

Le considerazioni di Bonald sono quelle di un conservatore dell’Ancien Régime che vede gli Ebrei non con l’avversione viscerale che caratterizzerà l’antisemitismo di matrice nazionalista, ma con la mentalità paternalistica di un cattolico che considera gli Ebrei come il Popolo di Dio, testimonianza vivente della Verità delle Scritture, e tuttavia ribelle alla Legge di Cristo. In questo senso sono da interpretare termini come “infelice”, “miseria”, “disgraziato”, che l’autore riferisce alla condizione del popolo giudaico in quanto ostinatamente chiuso alla conversione.

Le pagine di Bonald rappresentano un’importante testimonianza storica sulla questione ebraica e sono tutt’altro che sorpassate: il pensatore francese ci sottopone osservazioni che, lette nel XXI secolo, hanno un sapore profetico e si presentano al lettore contemporaneo con accenti di sorprendente attualità.

Louis de Bonald

Sur les Juifs

Mercure de France, XXIII, 1806

traduzione italiana di Michele Fabbri

Sugli Ebrei

Da un po’ di tempo gli Ebrei sono oggetto della benevolenza dei filosofi, e dell’attenzione dei governi.

Con questi diversi sentimenti hanno a che fare la filosofia, l’indifferenza per tutte le religioni, e forse anche un po’ di antico odio contro il Cristianesimo, per il quale la condizione sventurata degli Ebrei è una prova che si vorrebbe far scomparire prima del tempo.

Questi stati d’animo pro o contro gli Ebrei sono più evidenti in Germania, dove gli Ebrei si sono moltiplicati oltre misura, col favore di varie cause politiche e religiose; e senza dubbio anche perché questo popolo nomade nella sua lenta marcia dall’Asia verso l’Europa, ha dovuto fermarsi inizialmente nei territori europei più vicini all’Oriente e ai luoghi che sono stati la sua culla.

Ciò che vi può essere di motivazioni nascoste per qualche partito nelle recriminazioni in favore degli Ebrei, deve anche trovare gli spiriti meglio disposti in Germania dove delle opinioni già screditate presso di noi potranno aver corso ancora per un secolo; dal momento che in questo paese ci sono opinioni che in Francia sono già antiquate, un po’ come gli scudi col simbolo del sole di Luigi XIV, che si trovano talvolta in circolazione e che in Francia non si vedono che negli studi dei collezionisti.

Quando dico che gli Ebrei sono oggetto della benevolenza dei filosofi, occorre fare eccezione del capo della scuola filosofica del XVIII secolo, Voltaire, che per tutta la vita ha mostrato una decisa avversione contro questo popolo infelice. Quest’atteggiamento gli attirò anche una risposta mortificante da parte di uno studioso che parlava a nome degli Ebrei portoghesi, e che impersonò questo nome con molta educazione, spirito ed erudizione, e Voltaire fu molto insofferente per questa risposta.

È probabile che quest’uomo celebre odiasse negli Ebrei i depositari e i testimoni della verità della Rivelazione che lui aveva giurato di annientare. Ciò che lo proverebbe è il fatto che nello stesso tempo aveva sognato il progetto di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, eterno oggetto dei desideri e dei rimpianti degli Ebrei. Si sa che egli cercò di interessare qualche sovrano a quest’impresa insensata, e anche inutile per quanto si proponeva; perché gli oracoli divini che lui voleva smentire annunciano la distruzione totale del Tempio e non dicono nulla sulla sua ricostruzione; e Voltaire “giudaizzava” lui stesso non accorgendosi che è la restaurazione del culto mosaico rappresentato dal Tempio che è incompatibile con l’esistenza della religione cristiana, e non la ricostruzione materiale di un edificio che non può avere alcun interesse.

In ogni caso nel 1783 l’Accademia di Metz propose al concorso la questione del miglioramento del destino degli Ebrei. Non so quali fossero i precisi termini della questione, ma possiamo immaginare, considerando l’orientamento delle idee dei nostri tempi, che la questione fosse soprattutto di migliorare lo status politico degli Ebrei piuttosto che di cambiare la loro condizione morale e di migliorarli come persone. Il Grande Libro in politica e in morale ci dice: “Cercate innanzi tutto la giustizia, e le altre cose vi saranno date in aggiunta”. La filosofia economicistica che dominava allora rovesciava questa massima e diceva più o meno ai governi: “Cercate di rendere i vostri popoli ricchi e anche sovrani, e la morale e la virtù verranno da sole”. È con questa stessa disposizione che ci si occupava molto di più di rendere sane e comode le prigioni, piuttosto che di diminuire le cause per cui vengono riempite di malfattori, e che l’opinione dominante dava all’opera inglese La ricchezza delle nazioni, una fama ben superiore ai suoi meriti reali e una fama che non avrebbe certamente conseguito un’opera molto più morale che potesse essere apparsa col titolo Sulla Virtù considerata nelle Nazioni.

Finalmente la filosofia, stanca di regnare solo nella letteratura, prese le redini del governo politico in Francia, o piuttosto in Europa, che la Francia ha sempre dominato con le armi, con le opinioni o con gli esempi; ed essa ha potuto dare libero sviluppo ai suoi progetti di perfezionamento e di benevolenza universale. Gli Ebrei furono i primi oggetti dei suoi sentimenti filantropici, e l’Assemblea Costituente forzando tutte le barriere che la religione e la politica avevano elevato fra di loro e i Cristiani, chiamò gli Ebrei a godere dei vantaggi della nuova costituzione che essa pensava in buona fede di dare alla Francia, e provvisoriamente li dichiarò “cittadini attivi” dell’Impero Francese; titolo che, secondo la definizione dei “Diritti dell’Uomo” nuovamente decretati, era allora visto come il più alto grado d’onore e di beatitudine al quale una creatura umana potesse aspirare!

Fino a quel momento gli Ebrei avevano goduto in Francia delle facoltà generali di cui i governi civili garantiscono agli uomini il libero esercizio e che erano compatibili con la religione e i costumi di un popolo in guerra aperta con la religione e i costumi di tutti i popoli. Gli Ebrei erano protetti in Francia nelle loro persone e nei loro beni, come gli abitanti del regno, come gli stranieri, come gli Svizzeri, meno stranieri per la Francia rispetto agli Ebrei; e al di fuori del servizio militare, che gli Ebrei non avevano desiderio di condividere, e che anche per gli Svizzeri era piuttosto una condizione imposta alla nazione elvetica dai trattati piuttosto che un favore accordato agli individui, non mi pare che gli Svizzeri, che in Francia non erano né magistrati, né amministratori, né ecclesiastici, né per ciò stesso proprietari, godano in forza di legge di molti più diritti degli Ebrei. Si può anche notare che tutti i governi cristiani accordavano agli Ebrei, dovunque fossero stabiliti, il libero esercizio del loro culto, che rifiutavano spesso a sudditi che non erano della religione dominante. Ma gli Ebrei erano respinti dalle nostre abitudini più di quanto non fossero oppressi dalle nostre leggi. Dei ricordi religiosi, naturali per dei Cristiani, li perseguitavano piuttosto che le considerazioni politiche; e l’Assemblea Costituente faceva nei loro riguardi, come nei nostri, il torto enorme e volontario di mettere le sue leggi in contraddizione con la religione e con i costumi, invitando in ogni modo alla resistenza per combatterle, e provocando ogni genere di irritazioni, in modo da avere un pretesto per mettere in campo ogni tipo di sanzione.

Ma non era solamente l’esercizio delle facoltà naturali dei sudditi di una monarchia che il decreto dell’Assemblea Costituente permetteva agli Ebrei. Essi dovevano ben presto, in quanto cittadini attivi, essere chiamati alla partecipazione del potere stesso, che l’Assemblea gettava al popolo come i generosi doni che si fanno nei giorni di festa sulle piazze pubbliche, e che contesi per un momento fra i più deboli, sono ben presto arraffati dai più forti. Tuttavia questo decreto confuso nella folla degli altri decreti di interesse più immediato per la gran parte dei Francesi, fu poco notato in Francia, dove gli Ebrei erano concentrati in una provincia mezza tedesca e situata ai confini del regno. Nessuno dubita che se gli Ebrei fossero stati altrettanto numerosi nelle altre province di quanto lo fossero in Alsazia, gli amici degli Ebrei avrebbero dovuto presto o tardi rimproverarsi, come gli “Amici dei Neri”, la precipitazione con la quale chiamavano alla libertà, mentre invece si trattava di dominazione, un popolo sempre straniero anche là dove era stabilito; e che doveva anche vendicare l’imperdonabile offesa di una lunga proscrizione. Non rimprovero le persone ma giudico le passioni; e la cupidigia che attenta con l’inganno alle proprietà altrui, è sorella della ferocia che attenta alla vita con la violenza. Gli Ebrei se fossero stati diffusi ovunque in Francia, uniti fra di loro, come tutti coloro che soffrono per una causa comune, e d’accordo con gli Ebrei stranieri, avrebbero utilizzato le loro ricchezze per acquisire una grande influenza nelle elezioni popolari e si sarebbero serviti del loro potere per acquisire nuove ricchezze. Io credo che finora, più preoccupati di arricchirsi che di dominare, abbiano realizzato in parte questo piano, utilizzando i loro capitali per dei grandi acquisti.

Ma cosa potevano significare delle considerazioni di prudenza, di politica, di preveggenza, per un partito dal quale ogni giorno la ragione riceve una smentita, la morale un affronto, la giustizia un oltraggio, che sembrava intento alla distruzione della società come gli operai cominciano a demolire un edificio, e che perseguiva questo funesto compito con tutta la violenza con cui lo spirito selvaggio scatena le passioni, e con tutta l’astuzia che lo spirito acquisisce nello stato civilizzato.

Tuttavia era accaduto in Alsazia qualche anno prima un avvenimento che avrebbe dovuto ispirare prudenza a questi legislatori sconsiderati.

articolo Sur les Juifs-1 Verso gli anni 1777 o 1778 i coltivatori dell’Alsazia allora oppressi, come lo sono oggi, dalle esazioni usuraie degli Ebrei, avevano tentato nella loro disperazione, un metodo illegittimo per liberarsene; e un abile falsario aveva, a quanto si diceva, percorso la provincia e aveva munito di false liberatorie un gran numero di debitori. Senza dubbio gli Ebrei temevano i tribunali di un paese in cui erano in orrore; o forse il gran numero di affari dello stesso genere rendeva il ricorso alla giustizia ordinaria troppo lento e troppo dispendioso. Comunque stessero le cose i creditori preferiscono portare le loro lamentele all’autorità superiore; e si può credere anche che gli “argomenti irresistibili”, come dice Figaro, di cui gli Ebrei hanno sempre le tasche piene, dovevano essere ascoltati più favorevolmente dagli uffici dell’amministrazione che dalla magistratura. Un balivo dell’Alsazia intraprese la difesa dei suoi disgraziati compatrioti. Non cercò affatto di scusare la loro colpa; ma cercò di interessare il governo in loro favore con l’insieme di vessazioni che gli Ebrei esercitavano, con l’estrema miseria in cui avevano ridotto i loro debitori. Il ricordo di questi avvenimenti fu stampato nel 1779, col titolo di Osservazioni di un alsaziano sul presente affare degli Ebrei di Alsazia. Gli Ebrei ottennero di far mettere il balivo in prigione; e verosimilmente l’affare fu dimenticato o indirizzato alla loro soddisfazione, poiché il libro non fu ristampato che nel 1790 a Neuchâtel qualche mese dopo l’insediamento dell’Assemblea Costituente a Parigi, in cui il balivo era stato nominato deputato. Questa memoria da cui sono estratti questi dettagli contiene fatti curiosi relativi alle manovre degli Ebrei e alla loro prodigiosa moltiplicazione in Alsazia. L’autore, che sembra molto informato sugli interessi del suo paese, afferma che nel 1689 in Alsazia c’erano solo 579 famiglie ebraiche; che nel 1716 cioè 27 anni dopo ce n’erano 1348; e che nel tempo in cui scriveva c’erano 60 imprese ebraiche mentre nel 1716 ce n’erano solo due, e che in molti villaggi il loro numero superava quello dei Cristiani. Non so se questa questione fu discussa in un’assemblea occupata da affari ben più importanti, e che poteva considerare quell’affare come concluso. Senza dubbio è meglio che la cosa non sia stata affatto discussa. A tutti gli scandali che ha dato all’Europa quest’assemblea famosa per sempre, essa avrebbe aggiunto quello di mantenere contro degli sfortunati contadini, dei debiti formati per tre quarti dalla rapida accumulazione di interessi usurai. Si sarebbero visti gli stessi legislatori che, mentre sopprimevano la feudalità nobiliare, caduta in desuetudine per tutto ciò che poteva aver avuto di personale e di avvilente, coprivano di ogni possibile protezione questa nuova feudalità degli Ebrei, veri alti e potenti signori dell’Alsazia, dove percepiscono la decima e le rendite signorili; e certamente se nella lingua filosofica “feudale” è sinonimo di oppressivo e di odioso, io non conosco nulla di più “feudale” per una provincia di undici milioni di ipoteche verso degli usurai!

Ecco cos’ha prodotto la filosofia in Francia in favore degli Ebrei; ed è per loro mancanza, o piuttosto a causa del loro piccolo numero, se essi non ne hanno approfittato ancora di più. In Germania, dove la politica ha saputo difendersi meglio, gli Ebrei finora non hanno ancora ottenuto che l’abolizione di una tassa personale, una sorta di tassazione più avvilente che onerosa, alla quale erano sottoposti in maniera speciale, e che formava anche una delle entrate tipiche della dignità imperiale. Tuttavia nello stesso tempo in cui il governo austriaco ha affrancato gli Ebrei da questa tassa, ha istituito delle leggi severe contro i monopoli che essi esercitavano, e noi vedremo più avanti che gli Ebrei sono apparsi meno riconoscenti della benevolenza che sensibili al fastidio arrecato alle loro attività; ma in Baviera, dove la filosofia ha fatto qualche conquista, il governo ha realizzato una legge certamente molto poco filosofica, che permette il matrimonio presso gli Ebrei solo a un individuo per famiglia, e che inoltre esige dallo sposo la prova di un capitale depositato di 1000 fiorini, circa 2500 o 3000 lire francesi.

Quando questa ordinanza è stata conosciuta in Francia attraverso documenti pubblici, la si è vista come una di quelle notizie che i nostri giornali talvolta propongono senza garantirne la veridicità, sulla fiducia di gazzette straniere; ed è stato permesso credere che corrispondeva a verità quando la si è vista, su un giornale accreditato, servire come testo di appoggio per molti articoli pro o contro gli Ebrei. Nelle circostanze attuali dell’Europa siamo colpiti solo da quegli avvenimenti che abbattono i sovrani dalla loro potenza o che tolgono ai popoli la tranquillità, avvenimenti che si annunciano a colpi di cannone. Ma la guerra è fra tutti gli avvenimenti politici, il meno imprevisto e anche il più naturale. Essa è l’inevitabile risultato del contatto fra i popoli e le passioni degli uomini; essa esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi, e non offre forse all’osservatore nulla di particolare in un’epoca piuttosto che in un’altra, se non un più grande sviluppo dei mezzi militari, e i progressi prodigiosi che quest’arte della morte ha realizzato, per la felicità o per la disgrazia dell’umanità? Ma ci sono degli avvenimenti meno clamorosi e quindi meno universalmente percepiti, che sono tuttavia di tutt’altra importanza per indicare lo stato interiore della società, i mali segreti che la logorano, il movimento inavvertito delle cose, e la loro influenza sugli spiriti e sugli affari; e io non temo di dichiarare che l’ordinanza di cui ho appena citato le disposizioni, è uno dei fatti più strani della storia moderna, e tale da offrire il più profondo, e anche il più doloroso tema di meditazione all’uomo che si senta veramente filosofo.

Infatti la religione può esigere il celibato dai suoi ministri, e lo stato può non permettere indistintamente il matrimonio ai suoi difensori, o piuttosto renderlo impossibile; e la ragione è evidente e anche naturale: i preti e i soldati impegnati anima e corpo al servizio della società pubblica non appartengono più alla sfera privata. Ministri gli uni e gli altri della comunità hanno cessato di avere una vita privata; e di conseguenza la società religiosa e quella politica, poiché esige da loro il sacrificio delle loro prerogative, della loro volontà, anche della loro vita, possono vietare loro tutti i legami che legano l’uomo alla vita, e che condividono i suoi affetti. Il sacrificio è difficile per l’uomo, ma è necessario alla società; e tutte le resistenze devono cedere a questo grande interesse. È anche per questo che lo stato e la religione dispongono per il loro servizio di uomini i quali possono fare a meno della famiglia, per questo fanno a meno di impiegare i padri di famiglia nel culto pubblico o nella difesa dello stato. È un’ammissione pubblica che il potere politico fa della necessità del potere domestico, e anche della sua indipendenza nell’ambito al quale appartiene.

Si ritrova in queste considerazioni lo spirito di quella legge così umana che riguarda gli Ebrei, la quale, nei momenti di guerra ordinava al giovane sposo che non era ancora vissuto con sua moglie, a colui che aveva piantato una vigna e non ne aveva colto il frutto, o aveva costruito una casa in cui non aveva dimorato, di ritirarsi nelle attività private. Il legislatore, diretto in questo da un profondo sguardo politico, era ancora in sintonia coi più profondi sentimenti dell’uomo, in relazione ai momenti e ai bisogni più significativi della società. Ma impedire il matrimonio a degli uomini, a un popolo quasi tutto intero che, disperso dovunque, vive soltanto in una dimensione privata, e che anche respinto dalla società pubblica cerca e trova solo nelle gioie private la compensazione alle interdizioni pubbliche da cui è colpito ovunque; esigere in ciascuna famiglia dal solo fortunato cui viene accordato il favore del matrimonio, la prova di un capitale accumulato, mentre il matrimonio e le attenzioni o le opere di una compagna sono quasi sempre per gli uomini di condizione oscura il solo modo di acquisire un capitale; impedire il matrimonio a un popolo per il quale il matrimonio è un dovere religioso, la fecondità una benedizione, la sterilità un obbrobrio; un popolo che i suoi oracoli e i suoi profeti mantengono da seimila anni in questo grande pensiero, che deve eguagliare in numero le stelle del cielo e la sabbia del mare; un popolo che essendo lui stesso in attesa, nella speranza di un liberatore della sua razza, con una pervicace ostinazione, lo cerca in tutte le generazioni, e può vederlo in ogni bambino che viene al mondo; accelerare l’annientamento di un popolo che le sue storie fanno contemporaneo dei primi giorni del mondo, e il primo nato della grande famiglia dei popoli, e che nelle sue speranze si ritiene riservato agli ultimi giorni dell’universo e a chiudere, per così dire, la lunga marcia delle nazioni su questa terra di passaggio… No, io non credo che sia stata avanzata da un governo cristiano e in alcuna epoca della civilizzazione d’Europa, una legge che sia più difficile da giustificare altrimenti che con la legge dell’imperiosa necessità che giustifica tutte le leggi; e allora non resta che compiangere il principe veramente umano che si trova ridotto a questo stato di necessità; e certamente se si deve giudicare dalla forza del rimedio, il male oltrepassa tutto ciò che si può immaginare. E come tutto è straordinario nella storia del popolo ebraico, e poiché non può essere infelice come un altro popolo, è ancora presso di lui che si trova l’esempio di una legge simile. Strano accostamento! Più di trenta secoli fa’ il popolo ebraico infastidiva i suoi padroni con la sua popolazione sempre crescente, e sempre sotto l’oppressione: e noi leggiamo nelle sue storie che i re d’Egitto sotto i quali serviva allora, gli ordinarono di mandare a morte i figli maschi. Allora una politica barbara faceva morire i bambini appena nati: oggi una politica più umana impedisce loro di nascere. Ma dove i mezzi sono differenti, il principio e la fine sono gli stessi; e se l’immaginazione si ferma  ai mezzi, la ragione non ne considera che la causa e gli effetti. E notate che nello stesso momento in cui in Germania si limitava la popolazione ebraica con leggi costrittive, una plebaglia di rivoltosi li massacrava ad Algeri; e nulla può fermare l’accrescimento di questa pianta vivace che fruttifica sotto tutti i climi, fra le benedizioni del cielo e le maledizioni della terra. E tuttavia, oh discordanza degli umani giudizi! Mai si è stati così preoccupati del numero della popolazione; e una politica materialista che conta gli uomini per testa e non per ceto sociale, li calcola come macchine o animali; e nello stesso paese in cui si impone il celibato agli Ebrei, si parla contro il celibato dei preti; e in Baviera come in Francia si distruggono quelle istituzioni religiose che, senza crimini e senza costrizioni, e con motivazioni più pure e più importanti di tutte quelle che può offrire la politica umana, tendevano a diminuire l’eccesso di popolazione e offrivano al celibato volontario un rifugio contro la corruzione; e la medicina raccomanda la vaccinazione contro il vaiolo alla politica, scoperta immensa per i suoi risultati sulla popolazione, incalcolabile per i suoi effetti sulla società, dono, quale che sia,  di cui la posterità giudicherà il valore. E di cui i governi raccoglieranno i frutti! E dovunque le colonie in cui si diffondeva la popolazione europea si separano dalla madre patria, o popolate a loro volta, non offrono più nuove terre a nuovi abitanti; e dovunque i governi cercano degli uomini e ben presto non sapranno cosa farne, e occorrerà nutrirli con zuppa da due soldi!

E la Germania stessa, questa madre nutrice di tanti popoli, non ha più pane per i suoi numerosi figli; e questo popolo tranquillo nei gusti, moderato nei suoi desideri, insediato sul suolo più fertile, abbocca a tutte le esche, e abbandona i luoghi che l’hanno visto nascere e gli oggetti più cari dei suoi affetti per andare al di là dei mari e lontano dalle terre abitate, per tentare la fortuna con sistemazioni incerte e forse ingannevoli; e se si volesse avvicinare quest’ultima considerazione all’argomento che ci occupa, sarà forse che l’accrescimento prodigioso del popolo ebraico allontana poco a poco il popolo tedesco? Perché laddove tutto il territorio è occupato, l’accrescimento di un popolo necessita alla lunga il trasferimento di un altro; e certamente quale che sia la benevolenza delle numerose simpatie per gli Ebrei, ci sarà permesso di pensare, senza meritare rimproveri di intolleranza o di poca filantropia che, popolo per popolo, tanto vale conservare in Francia e in Germania dei Francesi e dei Tedeschi, piuttosto che rimpiazzarli con degli Ebrei.

Finora siamo stati solo degli storici, e non ci siamo affatto occupati del miglioramento della condizione degli Ebrei. Ma chi è il vero filosofo che oserebbe levarsi contro una misura che l’umanità richiede? Chi è soprattutto il cristiano che potrebbe non richiamarla con tutti i suoi desideri, dal momento che gli oracoli più rispettabili della sua religione e le tradizioni più antiche gli insegnano che gli Ebrei dovranno un giorno entrare nella società cristiana, ed essere chiamati a loro volta alla libertà dei figli di Dio? E chi sa se la filosofia, che sembra dare da sola quest’impulso agli spiriti, non è lei stessa in questa rivoluzione come in altre, lo strumento cieco dei più alti disegni! Poiché ogni volta che nella società si solleva una grande questione, si può star certi che è presente una grande motivazione, e che una grande decisione non è lontana.

Dunque non c’è e non può esserci che un solo sentimento al fondo della questione; ma ci sono due sentimenti sul modo di prenderlo in considerazione e di risolverlo.

Coloro che chiudono volontariamente gli occhi alla luce del sole per non vedere nulla di soprannaturale nel destino degli Ebrei, attribuiscono i vizi che si rimproverano loro unicamente all’oppressione sotto la quale piangono; e coerentemente col loro pensiero, vogliono che i benefici dell’emancipazione precedano la riforma dei vizi. Quelli invece che trovano il principio della degradazione del popolo ebraico e dello stato di ostilità in cui si trova nei confronti di tutti gli altri popoli nella sua religione oggi asociale, e che considerano le sue disgrazie e anche i suoi vizi come il castigo per un grande crimine e il compimento di un terribile anatema, quelli pensano che la correzione dei vizi debba precedere il cambiamento di stato politico. Sarebbe a dire, per parlare chiaramente, che gli Ebrei non possono essere e anche, qualunque cosa si faccia, che non saranno mai cittadini sotto il Cristianesimo, senza essere cristiani.

Ci si avvicina a questa opinione anche in Germania, poiché l’autore tedesco del Saggio sugli Ebrei dispersi nella monarchia austriaca, Joseph Rohrer, vuole “che la riforma degli Ebrei cominci con l’educazione dei bambini. Non è – dice – dopo essere stati imbevuti di tutti i pregiudizi della loro nazione che diverranno membri illuminati e virtuosi di un’altra nazione”.

La politica da sola prenderà decisioni su questa questione. Si può provare su un uomo vizioso il potere dei benefici; perché si può sempre ritirare il beneficio se ne abusa, e riportarlo allo stato da cui proveniva. Ma la sana politica, che non è altra cosa che la ragione applicata al governo degli stati, impedisce di tentare su un popolo intero una simile esperienza; e per il fatto che il beneficio se non ottiene dei miglioramenti, può dare nuove armi al disordine; e poiché è impossibile, senza uno spaventoso sconvolgimento, e forse senza uno sterminio totale, rimettere un popolo nello stato di sudditanza e, se si vuole, di servitù, da cui lo si è liberato. Non parlo nemmeno del pericolo al quale si esporrebbe il governo che per primo decretasse l’emancipazione generale degli Ebrei e accordasse loro il godimento dei diritti permessi a tutti i cittadini, di veder affluire nel suo paese tutti quelli di tale origine che non troverebbero altrove lo stesso favore. C’è evidenza che dopo le leggi imprudenti dell’Assemblea Costituente sugli Ebrei, il loro numero è molto aumentato in Francia; o se esse non hanno ancora prodotto questo effetto che spesso è considerevole dopo un lungo lasso di tempo, occorre attribuirlo all’incertezza in cui lo stato rivoluzionario della Francia ha tenuto per lungo tempo gli uomini e le cose, e che spingeva gli autoctoni a lasciare la Francia piuttosto che gli stranieri a stabilirvisi.

E si tenga presente che coloro che desiderano che il miglioramento morale degli Ebrei preceda il cambiamento del loro stato politico, e che temono che senza questa condizione, l’emancipazione degli Ebrei si tramuterebbe in oppressione dei Cristiani, devono presentare in favore della loro opinione un’esperienza incontestabile. Gli Ebrei in Francia sono stati dichiarati cittadini francesi; e in Austria sono stati sgravati dalla tassa che pesava su di loro e non sugli altri abitanti. Ebbene che si legga nella rivista Publiciste dell’11 vendemmiaio un articolo Sugli Ebrei in Germania, tratto da una gazzetta tedesca molto attendibile, pubblicata da un autore che annuncia molta competenza e imparzialità, e si vedrà che dopo aver parlato della cattiva fede e degli inganni che gli Ebrei manifestano alla fiera di Lipsia, l’autore aggiunge: “Si sa come gli Ebrei di Alsazia si comportano coi coltivatori che non possono prendere prestiti che da loro; e che le terre dei contadini sono ipotecate da parte loro in questa sola provincia per undici milioni. Sono loro che, in realtà di concerto con alcuni Cristiani, hanno organizzato la spaventosa carestia della Moravia e della Boemia per farsi restituire i privilegi e i monopoli di cui erano stati privati. Nei territori di Baviera, antichi e nuovi, ottengono ogni giorno maggiore influenza in qualità di uomini della finanza, e tutto è ben ponderato, non sono banchieri cristiani, ma ebrei che regolano il corso del cambio, non solo alla fiera di Lipsia, ma a Amburgo, a Amsterdam, a Londra. Si sono fatti dei giusti elogi all’umanità dei principi tedeschi che hanno recentemente abolito a spese delle loro entrate, la tassa sui corpi degli Ebrei che era umiliante; e non si può biasimare quest’azione generosa, ma bisogna conservare un segno distintivo per delle persone che nello stato attuale delle cose, escluse dal pieno godimento dei diritti dei cittadini, sia per la loro ostinazione, sia per le loro miserie, sono necessariamente nemici del bene pubblico. È dimostrato che nessun genere di persone è stato funesto come gli Ebrei nelle fertili province della casa d’Austria, e soprattutto dopo l’anno 1796; quando con i loro falsi titoli e le loro false monete e facendo scomparire il contante seppero produrre questo aumento generalizzato dei prezzi che non poteva portare profitto se non a loro”. Più avanti lo stesso autore dice: “Non ci sono limiti alla bassezza degli Ebrei accattoni o ambulanti, non più che all’incredibile moltiplicazione delle loro famiglie. Gli atti dei tribunali di polizia di Lipsia durante la fiera, provano che su dodici furti o truffe ce ne sono undici in cui gli Ebrei sono coinvolti”. Infine M. Lacretelle in un pezzo inserito un tempo nel Mercure, e ripubblicato nel Publiciste di seguito agli articoli che si sono letti, fa una descrizione vera quanto energica della bassezza e dei vizi rimproverati agli Ebrei, per i quali sollecita, con saggezza e misura, l’umanità dei governi.

A questi fatti positivi, a queste autorità importanti si sono opposte nello stesso giornale delle battute che non provano nulla; delle recriminazioni contro i Cristiani che provano ancor meno e che si potrebbero facilmente ritorcere contro gli Ebrei, il cui esempio ha diffuso in Europa questo spirito di guadagno che ha fatto progressi così stranianti presso i Cristiani; si è opposto qualche principio azzardato sull’usura, o anche qualche vago rimprovero di fanatismo e di intolleranza che ha perso tutta la sua efficacia dopo ciò che abbiamo visto in tema di fanatismo e di intolleranza da parte di coloro che accusavano continuamente gli altri di queste cose; e infine si sono condannati gli Ebrei d’Alsazia, confessando “che la feccia della nazione ebraica si era rifugiata in questa provincia e che con l’eccezione di qualche famiglia molto stimata, il grido di indignazione che si elevava contro di loro era fin troppo meritato”. Si è anche fatto ricorso a un altro metodo di giustificazione e si sono opposti ai vizi rimproverati all’insieme della nazione, le virtù e i meriti di qualche individuo. La ragione non riuscirebbe ad ammettere questo modo di ragionare. Senza dubbio se si contestasse agli Ebrei la capacità fisica o morale di acquisire virtù o talenti, basterebbe per distruggere l’imputazione mostrare degli Ebrei illuminati e virtuosi; ma non è più permesso, secondo la buona logica, giustificare una nazione accusata per inclinazione generale alla bassezza e alla cattiva fede, mostrando qualche individuo istruito e onesto, piuttosto che incriminare una nazione virtuosa con l’esempio di qualche malfattore che ha generato. D’altra parte ovunque si trovino degli Ebrei che si distinguono dal resto della loro nazione per il loro talento e la loro onestà, l’opinione pubblica li distingue anche per la stima che accorda loro; e ai suoi occhi essi non condividono l’anatema che grava sui loro fratelli. Dopo tutto gli scritti di Mendelssohn e le virtù di qualche altro non possono essere proposte ai Cristiani come una compensazione delle vessazioni che subiscono da parte di altri Ebrei, e i suoi scritti e le sue virtù non sono un balsamo contro l’imbroglio e la malafede, più di quanto non lo sia il trattato di Seneca contro le perdite fatte al gioco. Questo Mendelssohn, che non era un uomo di genio, ma che si è messo in mostra fra gli Ebrei ed è famoso anche presso i Tedeschi, fra i quali gli aggettivi “celebre” e “illustre” generalmente si accordano spesso in numero e caso con tutti i nomi che si mettono di seguito, questo Mendelssohn avrebbe fatto meglio forse a parlare di onestà agli Ebrei, piuttosto che intrattenere i Cristiani sull’immortalità dell’anima, volendo così dare lezioni ai suoi maestri. Io credo che gli Ebrei si siano distinti nelle arti e anche, se si vuole, nelle funzioni amministrative nelle quali sono stati chiamati dopo la rivoluzione. So che ci sono arti che loro hanno portato ad alta perfezione, e che non sono forse le più utili; quanto all’amministrazione sembrava difficile per un Ebreo, rigoroso osservante della sua legge, mescolarsi coi Cristiani nell’amministrazione; e d’altra parte io penso che un governo che ha l’onore di governare dei Cristiani e la fortuna di esserlo lui stesso, non deve consegnare i suoi sudditi alla dominazione dei seguaci di una religione nemica e soggetta al Cristianesimo: i Cristiani possono essere ingannati dagli Ebrei ma non devono essere governati da loro, e questa dipendenza offende la loro dignità più di quanto l’avidità degli Ebrei non leda i loro interessi.

Le esperienze che i governi hanno fatto sugli Ebrei non sono dunque tali da rassicurarli sul timore che dei nuovi benefici non producano grandi disordini. Poiché è questione di sapere se i Cristiani non sono oppressi dagli Ebrei, sebbene in un’altra maniera, più di quanto gli Ebrei non lo siano dai Cristiani. Questa questione rientra anche completamente in quella che si è sollevata per decidere se l’emancipazione degli Ebrei debba seguire o precedere il loro cambiamento morale. In effetti se l’oppressione che gli Ebrei esercitano con le loro attività fosse più pesante di quella che essi provano da parte delle nostre leggi o piuttosto delle nostre abitudini, sarebbe più urgente ricondurli a migliori abitudini piuttosto che farli godere del beneficio di leggi più indulgenti. Qui i fatti parlano meglio delle affermazioni. “Il celebre Herder nella sua Adrastea, predice che i figli d’Israele, che formano ovunque uno stato nello stato, raggiungeranno lo scopo, con la loro strategia sistematica e ragionata, di ridurre i Cristiani a divenire i loro schiavi”. E non ci si inganni, la dominazione degli Ebrei sarebbe dura come quella di ogni popolo a lungo asservito e che si trova al posto dei suoi antichi padroni; gli Ebrei, le idee dei quali sono tutte perverse, e che ci disprezzano o ci odiano, troveranno nella loro storia dei terribili esempi dai quali potranno essere tentati di fare su di noi nuova applicazione. Troveranno nelle loro profezie degli annunci di dominazione che essi prenderanno alla lettera e in direzione inversa. E basta leggere la storia moderna per apprendere a quali orribili estremismi gli Ebrei divenuti padroni sono arrivati verso i Cristiani a Cipro e in Africa. Infine il numero dei Cristiani diminuisce dove gli Ebrei si moltiplicano; e se la moltiplicazione di un popolo è secondo la filosofia moderna, l’indice meno equivoco della saggezza di un’amministrazione, allora le leggi degli stati cristiani sugli Ebrei non sono così oppressive come si suppone. In tutta l’Europa cristiana sono protetti nelle loro persone, nei loro beni, forse anche troppo nelle loro crudeli attività. Se ne vedono di ricchi, di benestanti, di poveri, come fra i Cristiani. Non parlo dei vagabondi; ma ovunque gli Ebrei si sono insediati, essi sono generalmente meglio vestiti e meglio nutriti dei nostri contadini.

È vero che secondo le idee liberali che in Francia hanno avuto così grande fortuna, un popolo è oppresso quando non è sovrano; e un uomo è schiavo quando non è o quando non può essere legislatore…

Ignoro se un giorno gli Ebrei saranno sovrani; ma se mai divenissero legislatori, occorre dirlo a nostra vergogna, si potrebbe sfidare un sinedrio di Ebrei a produrre leggi più insensate e più atroci di quelle che ha prodotto una Convenzione di filosofi.

DE  BONALD

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