Apologia del paganesimo

Capitolo V

Con tutto ciò la mancanza di un sistema religioso fisso e determinato, la mancanza di una rivelazione contenuta in libri sacri, cui ricorrere quotidianamente, di un’ispirazione diretta che mettesse in rapporto costante la divinità con gli uomini potrà apparire agli spiriti più superficiali ed alle menti abituate ad una coazione costante esteriore di dottrine, direttamente derivate dal cielo, un difetto fondamentale del paganesimo, una sua innegabile inferiorità. Privo di qualsiasi legame, abbandonato all’influsso delle più varie tradizioni, senza avere un modello vivo da seguire, il credente potrà sembrare vi fosse smarrito e disorientato.

Non è vero: lo spirito del paganesimo è lo spirito di una grande libertà. Il fine etico della religione non sta per esso in una costrizione che faccia dirigere il credente verso un dato modello o verso un premio od un bene da conseguirsi per fini utilitari, sia pure morali, ma nell’esistenza stessa degli Dei. Basta che essi siano perché tutto ciò che l’uomo può concepire di meglio non solo esista, ma si esplichi, viva nella società ed elevi l’individuo. E tutto ciò senza che una disciplina precisa dottrinale ne vincoli l’innata libertà. Il senso del divino e del sacro domina dalla natura il credente e lo eleva a tutto ciò di bello e di buono ch’egli può meglio concepire: che un sistema poi sia da lui preferito piuttosto che un altro, è cosa che non ha importanza, come non ha importanza che seguendo speciali tradizioni egli si formi una teodicea sua propria, si crei una dottrina da seguire, si procuri un’escatologia in cui sperare. La religione di per sé stessa non impone vincoli, non produce impacci a questa libera espansione delle fede umana. Negare gli Dei, essere atei, commettere l’empietà di deriderne le forze e sprezzarne il valore, ecco dove è il vero male dell’uomo, da cui possono rampollare e guai e sventure, da cui l’uomo non può derivare se non malvagità bestiali. Ma basta sentire e credere che il divino esiste e ci circonda per non poter volere se non il bene ed il perfetto, per non desiderare se non ciò che gli Dei desiderano, la santità dei legami sociali, la verità, la bontà, la bellezza. Nella sconfinata libertà riconosciutagli dal paganesimo, l’individuo non concepisce neppure il male come una calamità immanente nella natura umana, come una possibilità fatale dell’uomo, come una necessità dell’esistenza. Il male è qualche cosa di eccezionale, di anormale, di irregolare: nel mirabile ordine dell’universo, nel provvidenziale sistema che unifica le energie degli uomini e delle cose, il male è compreso come un elemento scaturente dal cozzo della vita e degli esseri, non come un castigo che impenda sull’umanità, sulla quale impende tutt’al più la necessità del dolore.

Così in questa sconfinata libertà l’uomo non ha modo di sentire l’angoscioso terrore del peccato che rende tormentosa la vita in tante altre religioni. La colpa il credente la può sentire verso gli Dei o verso gli uomini quando non compie i riti pubblici soprattutto e, in parte, i privati, che l’esistenza stessa del divino gl’impone o quando, commettendo il male, spezzi quei vincoli sociali che gli Dei hanno voluto nella santità dei loro intenti. Ma che una trasgressione di pensiero o di azione, che un diverso indirizzo morale possa offendere la divinità, costituire un atto irrispettoso verso di essa, è follia per il paganesimo, è attentato a quella libera esplicazione dell’attività umana che gli Dei vogliono ed esigono per la perfezione dell’uomo.

Non vincolati da una casistica individuale che pur proclamando la libertà dell’uomo lo irretisca in una complessa e pericolosa serie di impedimenti materiali e morali, i pagani credono e pensano e sentono come vogliono. Gli Dei sono troppo superiori alle miserie umane, la loro maestà è così poco intaccata dalle querele oscillanti degli uomini, dall’instabile loro modo di vedere e di sentire che sarebbe folle pensare che una sfumatura spirituale o un quasi innocente atto potesse farne provocare l’ira o indurli a castighi eterni per la miseria umana, già anche senza di ciò illimitata.

Le costrizioni, gl’impedimenti, le discipline sono riservate alle cerimonie del culto, ai riti con cui si avvicina la divinità, al modo di propiziarla o di scongiurarne le ire che essa può nutrire verso una comunità quando questa non la rispetti e non osservi quella santità di norme sociali che costituisce il porronum necessarium dell’esistenza umana. Ma per il resto, se l’uomo non sia empio nel senso che dicemmo, gli Dei non ne approfondiscono tutti i meandri psichici, domandano l’onesta degli intendimenti e la buona intenzione, il resto non conta.

Così il peccato perde tutta quell’importanza che assume in altri culti in cui fu portato dall’esteriore all’interiore con un’esagerazione folle che vincolò l’attività umana sino all’assurdo. Il paganesimo dette invece all’uomo la suprema libertà e innalzò gli Dei ad una superiorità che la superficialità degli osservatori fa ritenere impossibile col fatto di averli avvicinati all’uomo in altro modo. Non ostacolò né i sogni, né le passioni, non ridusse l’uomo ad un continuo interrogatorio ambulante di indecisione e di paure, non rese la divinità sospettosa e irascibile e non la immiserì in un continuo controllo dell’incontrollabile. Il pensiero e il sentimento furono liberi, così come la natura li volle, con i limiti che essa loro pose. Perciò la poesia aleggiò intorno ai suoi Dei e il sorriso e la serenità avvolsero la loro maestà d’ un’aureola benigna. La nudità di cui spesso gli artisti vestono la divinità pare una nudità simbolica: lo spirito umano non concepisce alla perfezione forme che materialmente o moralmente la vincolino.

Il paganesimo lasciando quindi l’uomo più libero che fosse possibile, nei suoi limiti naturali, dandogli la coscienza e la forza della sua responsabilità, non tarpò le ali alle piccole grandi illusioni umane e lanciò l’uomo verso tutte le idealità, per folli che potessero apparire. Il desiderio della donna, anche vietata, pote’ divenire nel poeta, conscio dei suoi doveri sociali, un’ode o dare all’umanità in una scultura o in un vaso una grazia di più alle sue illusioni. Un pensiero d’odio pote’ prorompere in un giambo e scuotere gli animi d’un infinito numero di uomini, dando sfogo alle loro ire e così calmandole più che se fossero state represse. Un sogno di un momento di follia che indulgesse ai sensi e inquadrasse nella natura il bello e fermasse per un istante la fugacità d’un bene, potè senza riluttanze o ipocrisie acquistar diritto di cittadinanza morale nella letteratura di un popolo, senza suscitar biasimi, ispirare orrori, motivare duplicità ed ipocrisie.

L’anima umana assumeva, in questa sua naturale interezza di sviluppo, tutta la sua dignità e tutta la coscienza della sua responsabilità. Adulta prima che si riducesse fanciulla essa imparava a non mentire, ad essere una, sincera, aperta e serena.

Questa libertà di spirito fece sì che all’ombra del paganesimo fiorissero, in accordo con la sua dottrina di religione individuale, tutte quelle meravigliose forme di civiltà che noi non sappiamo spiegarci talvolta come rompessero in Roma ed in Grecia, soprattutto. Come già dicemmo l’intolleranza pagana era solamente sociale: il paganesimo quindi non tarpava le ali della concezione individuale e permetteva perciò che i più vari ed anche i più folli sistemi filosofici sovvertissero le basi religiose. Purché gli Dei nazionali non ne soffrissero nel loro culto, purché la propaganda delle varie idee non fosse assunta a mezzo di scardinamento politico, tutto era concesso.

Ed ecco come di fronte ad una dottrina vaga e priva delle colonne d’Ercole della rivelazione si costituivano per varie località e specialmente per varie classi cenacoli e scuole che rendevano possibile un adattamento del paganesimo popolare o sacerdotale – il che religiosamente è quasi sempre lo stesso – a principi filosofici di gran lunga superiori ad esso. Non ci fu perciò nell’antichità il bisogno che vi fu con altre fedi di imporre ai credenti una filosofia speciale, oltre la quale non era ammesso vi fosse salute. Tutte le filosofie poterono permettersi di indagare e di stabilire qual fosse il fondamento razionale della religione e della divinità ed attribuire agli Dei o una esistenza superiore incurante dell’umanità o un’esistenza quasi commista a quella degli uomini o negarne addirittura l’essenza, attribuendo tutt’al più la necessità del loro culto a ragioni sociali e popolari. Così, per trascurare i sistemi primitivi, le indagini individuali e le forme sporadiche, poterono all’ombra del paganesimo vivere e prosperare l’epicureismo e lo stoicismo, l’accademia ed il neoplatonismo e formarsi quella tradizione platonica-aristotelica che permise al cristianesimo di darsi una teologia e di ritenere che oltre i suoi limiti il pensiero umano non dovesse assolutamente andare.

Si ha un bel ricercare la cause della meravigliosa fioritura di civiltà di cui dettero prova i popoli classici e attribuire alla giovanilità del pensiero i suoi slanci portentosi ad alla curiosità del suo affacciarsi alla vita e sul mondo le sue straordinarie divinazioni. Il fatto è che solo col paganesimo tutto ciò fu possibile, con una concezione cioè della vita e della religione che rendesse libero il naturale evolversi dello spirito umano. Se vogliamo fare un esatto conto di ciò che altre concezioni religiose permisero, guardando ad altri popoli, ad altre razze, costretti in limiti angusti dalla fede, per comprendere come l’attività umana in essi non ebbe campo di lanciarsi per tutte le vie e produrre tutta quella ricca forma di civiltà che fu nel tempo stesso il primo ed il massimo punto di sviluppo cui il pensiero umano riuscì ad attingere. Poiché effettivamente il classicismo ha dato alla filosofia come alla scienza, all’arte come alla letteratura non solo una meravigliosa gamma di colori e di forme, ma quasi da per tutto ha raggiunto tutte le linee fondamentali dello sviluppo umano, sicché dove non ha prodotto il massimo, ha dato quel tanto che può bastare perché ogni ricerca, che voglia essere esauriente, si rifaccia ad esso.

Nessun’altra religione, che non si sia adattata in alcune forme o in alcuni periodi a tale libertà, che non abbia impresso alla propria dottrina qualcosa delle caratteristiche pagane, ha mai dato altrettanto. Spesso ha più tardi rigettato e maledetto alcune delle forme cui essa stessa aveva dato adito e che avevamo permesso la fioritura di energie di cui andava superba; più spesso ancora nelle manifestazioni di pensiero o di sentimento che ha affermato e dichiarato sue proprie non si è accorta che fondamentalmente esse erano state possibili solamente per il fatto che aveva trasfuso in sé tutti i germi essenziali del paganesimo e li aveva fatti fecondare da elementi nuovi etnici o culturali che in esso stesso, probabilmente, avrebbero prodotto gl’identici frutti.

Soprattutto nell’arte poi e nella letteratura, le espressioni in cui il senso religioso di un epoca meglio si afferma, a Roma ed alla Grecia fu dato di mostrare un sentimento di religione ben maggiore e ben più profondo di quello che espressero le arti che ne derivarono. Le divinità pagane – quei tanto esecrati idoli – hanno, chi ben le consideri, un senso religioso ben più sviluppato, ben più esplicito, si sentono ben più divine che tante altre.

L’umanità di queste è più viva, la famiglia, le doti individuali più esaltate, la umiltà, la dolcezza, la bontà possono apparirvi maggiormente, ma la divinità vi è assente sempre od è ottenuta con mezzi materiali che la statuaria greca, per es. non conobbe o non volle adottare. Gli è che il senso religioso era più vivo nei loro autori, mentre nei più seri il senso religioso era assente e ne fu forzata l’espressione sia rifacendosi agli esemplari greci e latini, ricalcati con diurna e con notturna fatica, sia riprendendo non spontaneamente e liberamente quelle vie naturali che avevano dato l’originalità solo a chi le aveva percorse con animo puro e ingenuo.

In letteratura poi questa profonda primitiva religiosità produsse quei capolavori di pensiero e di sentimento che ancora si apprezzano e si sentono, sebbene non se ne riproduca più il senso intimo e se ne falsi con l’interpretazione l’intenzione primitiva. Parlo della tragedia greca. Alla quale nella maggior parte della cultura comune, è fatto quasi rimprovero di aver manifestato l’irrevocabilità del fato, come un peso morto che incombesse su magnanimi sensi e fulgide idee. La qual accusa fa il paio con l’altra rivolta all’arte greca e latina, di essere stata fredda e quasi insensibile.

Ora tutto ciò è un errore. La freddezza artistica classica là dove la si riscontra, così come l’apparente rigidezza dei fato che impende sulle creazioni greche, non è se non l’espressione di un profondo senso religioso che ha trovato quelle vie per manifestarsi ed affermarsi nell’animo dello spettatore.

Alla sconfinata libertà del genio pagano la volontà divina, il felice pathos religioso con cui la natura ci parla, la incomprensibile successione degli avvenimenti che travolge la nostra vita in un mistero che fa fremere e pensare, appare come qualcosa che minacci dall’alto e svegli dal profondo dell’anima le più riposte fibre in cui palpita e si agita il nostro perenne interrogare che rimane senza risposta. In fondo è l’ignoto che tormenta l’anima nostra e che scaturisce da tutta la natura quando ci sprofondiamo in lei: è l’ignoto che risponde con l’arcano a tutte le nostre domande ansiose; è l’eco terribile dei nostri dubbi e delle nostre paure, dei nostri dolori e delle nostre delusioni che prorompe dalla natura quando l’invochiamo, folli del nostro sacro terrore, innamorati di essa, anelanti per essa d’un amore che vorrebbe esser conoscenza e non è che trasporto.

Questo è il fato quale si sente nella tragedia greca, quale rampolla, del resto, da tutta la vita e da tutto il pensiero classici. Non è legge che sia scritta in lettere di bronzo, è passione che vive nel profondo del cuore e dinanzi a cui si china la fronte non come supremo atto di soggezione, ma come commosso atto di amore. Non è una volontà che ci appare diritta e sicura per ordinare la vita degli uomini e delle cose, è un mistero provvidenziale che ci rende pensosi e quasi amorosi, perché al di là di esso non ci è data conoscenza o possibilità, comunque, di contatto.

E questo senso di fatalità pare si dipinga sul volto e nell’atteggiamento delle divinità greche. Esse non sembrano fredde o insensibili o serene: esse sono volutamente chiuse. Portano con sé il mistero delle cose che avvolge il loro essere e che è la “religione” degli uomini. Non vi è tristezza, né gaiezza in esse, quando questi attributi non siano propri delle forme in cui si manifestano agli uomini: vi è semplicemente naturalezza.

Come la natura esse sono quel che sono. Noi le faremo parlare come facciamo parlare la natura. Ma quello che esse nascondono è il mistero, l’ignoto, il fato: no si può che inchinarsi e venerarli in esse. Ed eccoci così alla radice di un’altra delle tormentate questioni che dividono quanti sentono da quanti non sentono il paganesimo: la questione del pessimismo e, per contrapposto, della gioia. Noi siamo alla radice del problema, perché dal senso della religiosità pagana quale noi l’abbiamo delineata e mostrata, non può non emergere il pessimismo. L’uomo appare ben misero in tanta grandezza di cose.

La natura lo avvolge di tutta la sua divinità e pur nella sua bellezza e nella sua varietà pare gli ricordi la sua piccolezza e la sua inferiorità. Siamo alle radici d’una concezione pessimistica della vita. Ma v’è di più. Gli Dei nella loro bontà possono sì scendere sino agli uomini ed occuparsi fin delle minuzie che li toccano; il contrario non è invece possibile, salvo casi e circostanze singole e speciali. La divinità è inaccessibile, l’uomo non la raggiungerà mai. D’aItra parte nessuna rivelazione ha aperto al credente la via di una fede in qualcosa che gli sia di premio o di incoraggiamento a sperare su un cambiamento delle sue sorti. La dottrina generale del paganesimo non insegna all’uomo ciò che non può insegnare, ciò che noi ignoriamo, ciò su cui è chiuso il mistero della vita. Se qualcuno intende tentar di approfondirlo e di sentirsene commuovere l’anima non vi è per il pagano che il mezzo di ricorrere ai misteri. Essi svelano al credente quel che la religione pubblica non può e non sa svelare. Essi con il loro misticismo suscitano la fede e la speranza.

Altrimenti il pagano non conosce la fede in un al di là come non conosce la speranza, forse perché all’uomo qual’ è, quale la natura lo vuole, né l’una, né l’altra appaiono necessarie alla vita. Gli Dei si placano o si rendono propizi perché le energie naturali che potrebbero colpire l’individuo non gli nuocciano o gli siano favorevoli. In questa potenza divina, al massimo, sta la fede del credente: nell’esistenza e nel potere superiore della divinità. Ma quando l’uomo voglia investigare l’al di là, la fede non aiuta più, nulla la provoca.

Gli Dei sono immortali, è evidente, ma possono tutti gli uomini aspirare a quell’immortalità che solo eccezionalmente alcuni sono riusciti a conseguire?

La risposta è purtroppo disperata, il paganesimo non lascia illusioni: all’uomo non è aperta la porta dell’immortalità, egli non può assolutamente essere uguale agli Dei, salvo un caso straordinario in cui la divinità creda di poter far accedere un suo prediletto ad un stato simile – mai identico – al suo.

Il paganesimo concepisce ciò nondimeno un al di là, ma esso è incerto ed oscuro, è una condizione di vita cosi nebulosa che è meglio non augurarsela. Più che un premio od un castigo l’al di là pagano è una necessità della costituzione fisica degli uomini, uno stato di lenta evanescenza dell’individuo dalla sua pienezza di forze e di coscienza ad un lento riassorbirsi nella vita dell’universo. Le anime dei defunti pare abbiano diritto ad un’altra vita scialba e incolore, di fronte a cui qualunque condizione umana, per misera che sia, appare più desiderabile. L’immortalità assoluta, la gioia di una nuova vita ridivenuta piena, e ricca magari di elementi più spirituali, è ignota al paganesimo, quando, come ora vedremo, la fede dei misteri non abbia parlato e non abbia aperto all’individuo l’illusione di una propria perpetuazione indefinita, quanto incomprensibile.

Da questa pallida concezione di un al di là tenebroso e transitorio, fondato per gran parte sulla memore bontà dei viventi, costituito da condizioni precarie derivanti da cerimonie che debbono compiersi, da riti che possono o non possono svolgersi, emerge naturalmente un disperato attaccamento alla vita, la quale, comunque si sia, è sempre un minor male, una certezza di fronte ad un orrore oscuro e impreciso, perciò appunto più spaventoso.

Il pessimismo è quindi l’espressione della consapevolezza di questa inferiorità umana, è la coscienza del nessun bene che può derivare all’uomo dalla morte. Il credente, perciò, che guardi in faccia alla vita e non ne paventi tutte le conseguenze può, anzi deve comprendere la miseria delle sorti umane, trovar chiusa ai suoi infiniti desideri ed ai suoi slanci entusiastici la vita breve e insidiata, priva di speranze e di illusioni, ricca di dolori e di delusioni.

L’uomo, staccato da un qualunque anche lontanissimo filo conduttore ad un’illusione suprema, non può non solo non comprendere quanto imperi sugli uomini il dolore, ma non può non odiarne tutte le forme le quali non lo avvicinano in nessun modo ad un qualcosa di meglio, di superiore, di divino. Il problema del dolore, perciò, acquista nel paganesimo un carattere del tutto acuto, profondo, atroce. Nessuna religione ha potuto sentirlo nella sua vera essenza come esso, nessuna l’ha capito nelle sue intime viscere, nelle sue più delicate e più gravi conseguenze. Esso non è solamente il dolore per tutte le ragioni dette e ripetute che tutti gli uomini hanno sentito ed espresso nelle più varie maniere, ma è pure il dolore nella sua concezione suprema di disperazione, di coscienza che non vi è via di scampo per sfuggire alle sue morse, di fatalità incombente sulle miserie umane. Ad altre fedi il dolore è apparso come un mezzo di elevazione, come via di rigenerazione, come strada ad una speranza di gioia o almeno di tranquillità: esse l’hanno potuto divinizzare, sublimarlo, amarlo. Il paganesimo no: ne ha sentito solo il vuoto, l’assoluto, l’irrimediabile ed ha straziato le sue carni con le sue piaghe. Ha sentito nell’uomo Prometeo dilaniato eternamente dal rostro del vorace avvoltoio e l’ha sofferto perennemente, avvinto allo scoglio dall’eterna catena della schiavitù umana.

Naturalmente questa posizione crudele e disperata, di cui vedremo tra breve la grandiosità e la potenza, ha avuto anche il suo lato opposto: da essa è scaturita pure la gioia. All’uomo cosi costretto entro limiti di bronzo, la vita è apparsa come un male che bisognava convertire in bene, sia pure fugace, di cui bisognava spremere tutto il succo, per evitare che al dolore della sua essenza non si unisse domani il rimpianto di avesse perduto il bello, quanto, cioè, in opposizione almeno ai mali futuri, poteva esser ritenuto per dolce e desiderabile, sebbene effimero. Il piacere, perciò, il godimento dei beni materiali e non lo si dimentichi – spirituali parve a molti dei credenti e dei pensatori antichi come un minor male in tanta disperazione. La giovinezza, quindi, la sanità, la gioia, beni sommi della vita, furono decantati con un senso di rammarico per la loro fugacità. La vecchiezza, la malattia, il dolore, mali supremi, furono allontanati e deprecati come le maledizioni caratteristiche della stirpe umana, oppressa dalla necessità fatale che ne rendeva dolorosa l’esistenza e ne faceva apparire triste la pur così vaga natura.

Ma, chi ben guardi, comprenderà come questa forma di interpretazione della vita non sia se non l’altra faccia dell’identica persona. Il paganesimo appare a chi lo guardi nel fondo degli occhi ora come un fauno ridente e scherzoso, ora come un pensoso e triste demone che si preoccupi della sua sorte fatale. Comunque esso porta negli occhi una consapevolezza pessimistico della vita che la gioia non riesce a nascondere.

Il predicare il piacere ed il godimento, il dichiarare che unico scopo della vita è il tranquillo possesso dei suoi beni non solo materiali, ma pure morali, il fare appello alla loro fugacità per invitare a goderne, non è affatto una concezione gioiosa della vita, è piuttosto una concezione dolorosa che tenta con questi mezzi di dimenticarsi e di inebriarsi.

Solo gli spiriti superficiali quindi possono aver visto nel paganesimo un materialismo facilone, un epicureismo di bassa lega, un’aspra sete di godimenti senza fine, leciti e illeciti, un amoralismo profondo ed una suprema incoscienza di fronte ai problemi massimi dell’umanità. La gioia pagana, in quelle manifestazioni che più Ci colpiscono, specialmente artisticamente, non è affatto una espressione di gioia, ma piuttosto un’espressione di dolore o per lo meno una manifestazione della coscienza, dell’importanza e della fatalità del dolore. La gioia cui dà luogo il paganesimo è invece un’altra e lo vedremo tra breve.

Poiché – ed è questo indiscutibilmente il rovescio vero della medaglia – questo senso religioso ad un tempo e pessimistico della vita dava alla volontà di viverla consapevolmente tutta la sua responsabilità e tutta la sua serietà . Tendesse il credente alla visione triste e dolorosa o alla visione piacevole e gaia della vita, la coscienza che essa era unicamente il sommo bene impartito agli uomini, che non era una cosa facile e superficiale, ma grave per la necessità e per la fatalità che imponeva all’uomo di trascorrerla nel dolore e senza speranza dì miglioramenti materiali o spirituali che andassero oltre di essa, dava all’individuo la volontà di viverla seriamente, di accoglierla con gioia tranquilla, di aspettarne la fine compiendo il proprio dovere fino all’ultimo.

L’essere distaccato da illusioni che permettessero di vedere in un al di là ipotetico il prolungamento della vita, anzi la sua vera ragione d’essere, il convincersi che gli Dei avevano imposto all’uomo il dovere della vita per un incomprensibile fatalità, che ne accresceva la grandezza ed il religioso timore che ispirava la natura, di cui sembravano una tangibile emanazione, il sentirsi avvinti disperatamente all’universo in un arcano che non si riusciva a penetrare, ma che si sentiva e si comprendeva e quasi si amava nella sua grandiosità, dava al pagano un forza di volontà di vita che nulla poteva spezzare. Ne derivava la coscienza dei bisogni sociali e individuali che bisognava soddisfare, la serenità e l’equilibrio che si dovevano conservare nel giudizio e nella concezione delle cose umane, la gioia del libero espandersi delle proprie attività senza preoccupazioni che avvincessero l’uomo ad un suo fine ultraterreno e ne falsassero perciò le attività vitali, il completo esplicarsi delle sue forze per il bene proprio e per quello dei propri simili.

In questo equilibrio sta veramente la profonda essenza e la intima ragion d’essere della concezione pagana, che dà all’uomo una grandezza quale nessun’altra fede ha potuto dargli. Egli sa veramente che non sa nulla del mistero dell’universo, sente e venera gli Dei e la natura di cui sono le espressioni tangibili, ne ammira la grandezza e la possanza, ha la coscienza del dolore che è retaggio umano, del misero modo con cui talvolta e solo fugacemente si può obliarlo. Altro gli è precluso, non ha illusioni, non spera che un sorte migliore gli sia riserbata, non crede che gli Dei gli possono essere più clementi quando pur egli compia il suo dovere e viva e lavori per sé e per gli altri.

Eppure, o per meglio dire, in vista appunto di ciò l’uomo dà tutto sé stesso alla vita: senza farsi un dovere di essa, non la concepisce che come un dovere e sente che solo nell’azione può spiegare tutta la sua vitalità. Al pagano antico non appare mai la concezione che un uomo possa esser malvagio, inattivo, violento così perché egli voglia o creda o perché un Dio l’abbia voluto in tal modo o per altra qualsiasi ragione. Il pagano è, per definizione, buono. Né un greco, né un romano avrebbero concepito che l’uomo potesse esser qualcosa di diverso da ciò, che in lui litigassero per così dire due nature, che la manifestazione esterna fosse diversa dall’ interna, che né nella vita individuale, né in quella sociale vi fossero mezzi termini, transazioni, compromessi. Esso è quello che naturalmente è, cioè buono, come ideale supremo della vita, come dovere, come necessaria fatalità insita nelle cose umane. Egli vive quindi la vita interamente, dolorosamente, gioiosamente ad un tempo in un pragmatismo sano e forte che non ammette ipocrisie, doppiezze, scuse.

Solamente all’uomo cosiddetto moderno è stato concesso, per virtù di dottrine religiose e culturali che si sono formate a lui d’intorno, una distinzione ed una separazione del suo essere intimo, spirituale, psicologico dal suo essere apparente, esteriore, materiale. All’antico quando di questa scissione apparve per un momento la possibilità, egli ne cacciò da sé l’idea, ne biasimò perfino la concezione.

La concezione pagana della vita ha fatto per ciò l’uomo tutto d’un pezzo, ne ha affermato il carattere, ne ha provocato l’azione. Ecco perché la vita ha avuto nel paganesimo tutto il suo massimo sviluppo ed è stata accettata non come un male, ma come un bene che bisognava, con interezza di carattere, vivere interamente e sanamente per sé e per gli altri.

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