Il simbolismo del cervo

cervoIl nome di questo animale ci viene dal latino cervus: parola dalle origini assai lontane, risalente a un’antica forma indoeuropea *ker-wo- (che è ampliamento in -u di *ker, “testa”), attestata in più aree, ossia in quella celtica (gallese carw, cornico carow, bretone karo), germanica (antico alto tedesco hiruz), baltica (prussiano sirwis, “capriolo”) e greca (xeraós, “cornuto”).

«Dal nome del cervo», spiega inoltre Francisco Villar, «deriva poi la parola castigliana cerveza (in francese antico cervoise, in italiano antico cervogia) “birra”, entrata in latino come cervesia (e cerevisia) attraverso le Gallie. La birra era così designata per il colore biondo, che ai Galli doveva evocare il colore del cervo».

Si tratta senza dubbio di un animale assai importante per noi Indoeuropei, tanto per quanto riguarda gli aspetti linguistici quanto per i significati che al cervo si sono associati. Infatti, esso è uno degli animali fondamentali della protopatria nordica che i nostri antichi progenitori abitarono in epoche remote, prima della diaspora e delle numerose migrazioni che li portarono a popolare buona parte dell’orbe terracqueo. Sin dai tempi antichissimi, in quell’area circumpolare il cervo era significativamente associato col simbolismo del sole e della luce, come recita l’Edda: «Da Sud vidi il cervo solare muovere – i suoi piedi stanno sulla terra – ma le corna raggiungono i cieli».

Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'EuropaQuesta importanza centrale del cervo è stata spiegata egregiamente da Adriano Romualdi, un profondo studioso della preistoria indoeuropea: egli identificò il cervo con l’animale dei cacciatori del Nord, contrapposto nel simbolismo al toro, elemento della forza cieca generatrice e tipico delle precedenti civiltà matriarcali. Lo scontro tra i due opposti simbolismi, tanto chiaro in Irlanda, in Scandinavia, in Val Camonica, è la raffigurazione nei simboli di due civiltà e anche di due diversi principi, e il cervo in questa contrapposizione assume l’emblema di animale tipico della civiltà indoeuropea. Scrive Romualdi: «Dietro a questo urto di simboli, dietro all’espansione dei popoli dell’ascia da combattimento e alla diffusione dei linguaggi indoeuropei, si cela un avvenimento di grande importanza spirituale. È il principio paterno che si urta contro la “civiltà della madre”; la virilità olimpica contro il mito taurino e materno della fecondità; l’ethos delle “società degli uomini” contro la promiscuità entusiastica dell’antico matriarcato».

Non stupisce dunque la grande diffusione e importanza di questo animale nelle mitologie indoeuropee: dalla Grecia, ove era consacrato a dei della purezza e della luce (Apollo, Atena, Diana), all’India, in cui rappresenta la cavalcatura del dio del canto Vayu. Nella cosmologia scandinava i quattro cervi sull’albero del mondo rappresentano i quattro venti; nel mondo celtico esistono veri e propri dei-cervi (p. es. Cernunnos) e divinità che conducono carri trainati da cervi; ancora oggi chi visiti in Irlanda luoghi come Coole, nella contea di Clare, rimarrà colpito dal senso di profonda reverenza e rispetto che vengono tributati dagli abitanti a questi stupendi animali.

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Tratto da La Padania del 16 settembre 2001.

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Alberto Lombardo è stato tra i fondatori del Centro Studi La Runa e ha curato negli anni passati la pubblicazione di Algiza e dei libri pubblicati dall'associazione. Attualmente aggiorna il blog Huginn e Muninn, sul quale è pubblicata una sua più ampia scheda di presentazione.

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