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Origine e significato dei simboli del Natale

5 dicembre 2013 (17:31) | Autore:

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Perché il 25 dicembre.

sigilloLa data di nascita di Gesù non è riportata nei Vangeli, perciò fin dai primi secoli i cristiani si preoccuparono di stabilirne il giorno esatto, fissando date diverse, ingenerando così una certa confusione, tanto che il teologo Clemente Alessandrino ebbe a dire in un suo scritto: «Non si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno» (Stromata, I,21,146). Per risolvere la vexata quaestio, Papa Giulio I nel 337 d.C. stabilì la ricorrenza della Natività, il giorno 25 dicembre, in quanto, in tale data, i romani già festeggiavano il Dies natalis Solis invicti, cioè il giorno di nascita del dio solare Mithra. Il culto mithraico, sorto nell’area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C., ebbe vasta diffusione nel mondo romano, e persino alcuni Imperatori tra cui Eliogabalo, e secondo alcune fonti, lo stesso Costantino prima di convertirsi al Cristianesimo, erano iniziati ai misteri del dio. La data del 25 dicembre è, inoltre, in stretto rapporto con il solstizio d’inverno e quindi con l’allungarsi delle giornate, dunque con la rinascita del Sole. A tal proposito Tertulliano riporta che: «…molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia» (Tertulliano, Ad nationes, apologeticum, de testimonio animae). C’è inoltre chi afferma che la festività del Natale sia strettamente connessa alla tradizione della festa ebraica della luce, la Hanukkah. Del resto Cristo per la liturgia cattolica è il Sol Justitiae. E il vangelo di Giovanni lo presenta come «la vera luce che illumina ogni uomo» (Gv 1:9). Il simbolismo solare, per indicare Cristo, è ben radicato, altresì, anche nell’Antico Testamento: i libri profetici della Bibbia giudaica si concludevano proprio con l’aspettativa di un sole di giustizia: «la mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione[...]il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi…» è scritto nel Libro di Malachia (Libro di Malachia, 3, 20-21). La nascita di Cristo è, dunque, strettamente connessa ad una speranza di rinascita e di rinnovamento, ad una vivificazione della luce in ogni uomo, chiamato a ritrovare la “scintilla interiore” che illumini la propria coscienza e il suo cammino verso la Verità: Cristo, la Luce che dissolve le tenebre.

La grotta.

Il Vangelo di Luca riferisce che dopo la sua nascita il piccolo Gesù venne deposto “in una mangiatoia”, ma non specifica la tipologia dell’edificio in cui si trovava, mentre il Vangelo di Matteo narra di una “casa”. L’apocrifo Protovangelo di Giacomo, invece, precisa che Gesù nacque in una grotta. La nascita di Gesù in una grotta è attestata anche dall’apologeta cristiano Giustino martire, che nel suo Dialogo con Trifone racconta di come la Sacra Famiglia si fosse rifugiata in una grotta al di fuori della città di Betlemme, e da Origene di Alessandria, il quale intorno all’anno 247 d.C., scrive di una grotta nella città di Betlemme ritenuta dalla popolazione locale quale luogo di nascita di Gesù, e di come questa grotta in precedenza fosse stata un luogo di culto di Tammuz, divinità mesopotamica. Quello della grotta è un archetipo universale. Essendo all’interno della terra, la grotta è simbolo del Centro del Mondo e rappresenta il luogo della nascita o della ri-nascita. Anche in questo caso è evidente il riferimento al culto mithraico e alla grotta dei Misteri di Mithra. La grotta è altresì figura del cuore e in questa accezione è il centro del microcosmo che è l’uomo. A tal proposito, la letteratura alchemica, invita mediante l’acronimo V.I.T.R.I.O.L.U.M. (formato dalle prime lettere dall’espressione latina Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam, che significa “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”), a penetrare la terra, ossia se stessi al fine di conoscere il proprio Sé. Parimenti per la tradizione vedica nella “più piccola camera del cuore” ha sede l’Ātman, il Principio cosmico. In una grotta – si racconta – nacque Lao-tze, il sapiente cinese fondatore del Taoismo. Inoltre, un testo di epoca paleocristiana, chiamato La caverna del tesoro o Il libro cristiano di Adamo dell’Occidente, fa iniziare la propria narrazione proprio nella caverna in cui venne sepolto il progenitore Adamo, e racconta di come Noé, sopravvissuto al diluvio, ordinò a suo figlio Sem di andare a prendere dalla grotta le ossa del primo uomo e di seppellirle nuovamente “al centro della Terra”.

Il luogo di nascita.

Per quel che concerne la città di nascita del Cristo, Betlemme: il suo nome in lingua ebraica significa “casa del pane”. Mai nome fu tanto appropriato alla nascita di Colui che disse di se: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35.48). Leggenda vuole che Betlemme, in ebraico Beith-Lehem, fosse proprio Beith-El, la “casa di Dio”, il luogo in cui il Signore apparve a Giacobbe.

Manlio Triggiani, Storia del Natale. Culti, miti e tradizioni di una festa millenariaL’asino e il bue.

Nel presepe, che San Francesco allestì a Greccio, nella grotta della Natività, vi sono un asino e un bue, di cui non si fa menzione nei vangeli canonici. È infatti il Vangelo apocrifo dello pseudo Matteo a dar notizia della presenza del bue e dell’asino nella grotta di Betlemme. Quello dell’asino è un simbolismo ambivalente: l’asino è sia considerato un animale malefico, figura di morte ed epitome della stupidità, sia come simbolo di fertilità e di forza: infatti se in India un asino è la cavalcatura del re dei morti, e nell’antico Egitto un asino era il simbolo di Seth, il dio del Caos primordiale che si contrapponeva ad Osiride il dio del Sole, e se il Lucio protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio è mutato in asino, in quanto schiavo dei piaceri della carne e di un’insana curiosità per la magia, per converso, alcuni bestiari medioevali, sottolineano la mansuetudine di questo animale; anche Montaigne ebbe a formulare un elogio dell’asino: «C’è forse qualcosa di più sicuro, deciso, sdegnoso, contemplativo, grave, serio come l’asino?» ebbe a dire. Inoltre, durante il Medioevo, si svolgeva una singolare festa chiamata Asinaria o Festa dei Folli, durante la quale, in ricordo della fuga della Sacra Famiglia in Egitto, una ragazza con in braccio un bambino veniva portata in processione in groppa a un asino, poi l’asino veniva fatto entrare in chiesa e condotto sull’altare. Durante la celebrazione della messa, l’Introito, il Kyrie, il Gloria e il Credo si concludevano tutti con un raglio e invece dell’ “ite missa est”, l’officiante doveva ragliare per tre volte “ter hinhannabit”, e i fedeli rispondevano ragliando. È noto, inoltre, il passo biblico dell’asina dell’indovino Balaam, che si fermò rispettosa dinanzi all’apparizione di un angelo. E ancora: un asino fu la cavalcatura del Cristo bambino durante la fuga in Egitto e quando infine entrò trionfalmente a Gerusalemme. Quello del bue è, invece, un simbolismo del tutto positivo. Nell’antica Grecia, il sacrificio di cento buoi (ecatombe), rappresentò il sacrificio per antonomasia. Per lo pseudo Dionigi, invece, il bue che con l’aratro scava la terra, rappresenta la parola dei profeti che scava nell’uomo i solchi che riceveranno la pioggia vivificante della sapienza divina. Il bue è, inoltre, la tradizionale cavalcatura di Lao-tze, ed è analogo simbolicamente al toro sacrificale sgozzato da Mithra, che con il suo sacrificio genera il mondo vivente.

L’angelo.

Il Vangelo di Luca (Lc 2, 8-20) riporta che fu un angelo ad annunziare ai pastori la nascita del Salvatore. Generalmente si tende ad individuare l’angelo dei pastori con l’Arcangelo Gabriele, che aveva già annunciato la nascita di Giovanni Battista e di Gesù. Il suo nome deriva dall’ebraico Gavriʼel e significa “la forza di Dio” “Dio è forte”, o anche “l’eroe di Dio”. Egli è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia; il primo ad apparire nel Libro di Daniele. Per i musulmani è stato il tramite attraverso cui Dio rivelò il Corano a Maometto.

I pastori.

I primi ad adorare il Bambino sono, dunque, i pastori. Essi, che avendo ricevuto l’annuncio dell’angelo, si precipitano alla grotta della Natività, pascono gli agnelli, gli animali simbolo dell’offerta sacrificale; e Gesù è proprio indicato dalla tradizione come l’Agnello di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti riporta che: «Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29.36). Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello» (Is 53,7; Ger 11,19). Il termine ‘agnello’ è, inoltre, simile a quello di Agni, il dio vedico del fuoco e del sacrificio. Gesù, inoltre, è il “buon pastore” per eccellenza (Gv. 10:11,27-28).

gesu-alberoL’albero.

Uno dei simboli più noti del Natale è sicuramente l’albero: in genere un abete. Quest’albero sempreverde sta a rappresentare il rinnovarsi della vita. Nella Roma antica, molto prima dell’avvento del Cristianesimo, durante il periodo del Solstizio d’inverno, si festeggiavano i Saturnali. In questo periodo ci si scambiava doni e si decoravano gli alberi, con l’auspicio che il gesto producesse frutti abbondanti. Anche i Celti festeggiavano il Solstizio d’inverno, e consideravano l’abete un albero sacro. In varie tradizioni gli alberi rappresentano l’immortalità: esempi sono il “ramo d’oro” dei Misteri antichi, o le palme della tradizione cristiana, e in generale tutti gli alberi sempreverdi e quelli che producono gomme o resine. Fu proprio ai piedi di un albero – per la precisione un fico sacro – che il principe Siddharta Gautama ottenne l’illuminazione, divenendo il Buddha. Anche nell’ermetismo l’emblema dell’albero è ricorrente, in questi casi sta a simboleggiare il “Mercurio” dei Filosofi. Come non citare poi l’Albero della Vita e l’Albero del Bene e del Male dell’Eden, o l’Albero delle Sephiroth della Cabala ebraica. Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha altresì evidenziato come l’immagine dell’albero sia in stretto rapporto con l’antichissimo simbolismo dell’Axis Mundi(1), l’asse cosmico, spesso immaginato come un asse verticale situato al centro dell’Universo: nella mitologia assiro-babilonese, ad esempio, si parla di un “albero cosmico” radicato in Eridu, la “Casa della Sapienza”. Non è da escludere dunque l’ipotesi che l’Albero di Natale stia a simboleggiare il Cristo, inteso come Albero cosmico, che dà vita all’Universo intero: del resto, fu proprio Gesù a paragonare la sua persona ad un albero, la vite nella fattispecie: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv15,5).

I Magi.

Ultimi a comparire sulla “scena del Natale” sono i Magi: sovente, l’arte, la letteratura, il folklore si sono esercitati sul tema dei Magi. Le Sacre Scritture ci forniscono poche informazioni in merito, solo il Vangelo di Matteo (2,1-12) il più antico dei quattro Vangeli, scritto in aramaico intorno al 64 d.C., cita i Magi, sebbene da questa fonte non si possa apprendere granché sul loro conto: né i nomi, né il numero, né tantomeno il luogo di provenienza, che è indicato con un generico “da Oriente”. Eppure sappiamo molto di più su di loro di quanto le Sacre Scritture non dicano. Le fonti da cui desumiamo alcune di queste importanti informazioni sono in realtà alcuni testi apocrifi (cioè ritenuti non ispirati). I Magi sono considerati dalla tradizione cristiana come la ‘primitia gentium’, i primi pagani ad aver riconosciuto ed adorato il Signore. Ciò pone la vicenda dei Magi come punto di incontro tra ebraismo e quelle che molto semplicisticamente chiamiamo religioni pagane. I “tre” Magi, inoltre, con i loro “tre” doni, spesso, sono stati identificati come allegoria dei tre regni o mondi aristotelici: fisico, parafisico e metafisico, o delle tre caste del mondo tradizionale (quella sacerdotale, quella guerriera, e quella dei produttori). In maniera assimilabile, secondo il pensatore tradizionalista René Guénon, i Magi starebbero a rappresentare i tre capi dell’Agarttha(2), fulcro spirituale del mondo, costituito appunto da tre parti: il Mahangha, il Mahatma e il Brahatma. Nello specifico: «Il Mahanga offre a Cristo l’oro e lo saluta come “Re”; il Mahatma gli offre l’incenso e lo saluta come “Sacerdote”; il Brahatma, infine gli offre la mirra (cioè il balsamo di incorruttibilità, immagine dell’Amrità(3)) e lo saluta come “Profeta” o Maestro spirituale per eccellenza» (René Guénon, Il Re del Mondo).

Note:

1. Quella dell’Axis Mundi (asse cosmico) è una nozione presente in differenti religioni e mitologie. La funzione dell’Axis Mundi è quella di collegare Cielo, Terra e Inferi. Una figurazione dell’ ‘’asse cosmico’’ è il frassino Yggdrasill della mitologia norrena.

2. Agarttha è un nome spesso usato per definire un paese inavvicinabile all’interno dell’Asia centrale, retto da un saggio sovrano, identificato con il cosiddetto Re del Mondo, e popolato da uomini puri. Nel tantra Kalachakra del buddhismo tibetano viene descritto un regno simile, col nome di Shambhala. Ciò ha condotto, nelle interpretazioni moderne, ad una identificazione tra Shambhala e Agarttha. Di questo luogo misterioso si parla nell’opera di Saint-Yves d’Alveydre intitolata Mission de l’Inde, pubblicata nel 1910, e in Bestie, uomini e dèi di Ferdinand Ossendowski, del 1923.

3. L’Amrità è l’elisir d’immortalità; era raffigurata dal Soma vedico e dallo Haoma mazdeo, bevande sacre, cibo degli dèi.


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