Mistiche folgorazioni antifasciste

I vecchi antifascisti hanno sovente percepito, bisogna dirlo, l’impresentabile carenza etica che ne accompagnò le conversioni in massa allo scoccare dell’8 settembre. Anche a distanza di molto tempo, sono tornati spesso per così dire sul luogo del delitto, dando sfogo ora a ricostruzioni romanzate, ora a memoriali a discolpa, ora invece a fantastiche affabulazioni auto-assolutorie. In un misto di cosciente menzogna e di inconscia manipolazione del latente senso di colpa. La memorialistica antifascista si è infatti presentata non di rado con gli inconfondibili tratti della casistica psicanalitica, del rimosso mai veramente elaborato.

Senza voler ripercorrere il penoso sentiero della recriminazione sui “voltagabbana”, storia vecchia che ci ha stancati tutti, possiamo guardare però ad alcuni casi di “fondazione”. Tipi umani in stato confusionale, oppure dediti al lucido tentativo di intessere laboriose leggende: in questo groviglio di depistaggi è arduo compito cercare di capire per quali vie un clamoroso fenomeno di mediocre opportunismo collettivo si sia potuto trasformare nell’evento fondativo di un’intera epoca. Come sia stato possibile che, da una sequela di trasformismi e da un’orgia di tradimenti generalmente di bassa lega, abbia preso corpo una mitologia politica aspirante alla credibilità epocale. Tacitamente irrisa, spesso riconosciuta come artefatta, tale mitopoiesi fatta in casa è stata nondimeno divulgata con sussiego, con la pretesa di esser creduta per vera, in qualità di autorevole narrazione.

Luca La Rovere, L'eredità del fascismo
Luca La Rovere, L’eredità del Fascismo

Nel suo L’eredità del fascismo. Gli intellettuali, i giovani e la transizione al postfascismo 1943-1948 (Bollati Boringhieri), Luca La Rovere ripercorre l’intero spettro della storica transumanza dal Fascismo all’antifascismo, consumatasi solo allorquando il Fascismo stesso – e non inesistenti oppositori politici – provvide ad auto-eliminarsi dalla scena nella notte del Gran Consiglio e nell’inerzia dei giorni seguenti. Ci vollero i fascisti, che misero democraticamente in minoranza se stessi, per infondere coraggio di pensiero e rare volte d’azione agli impauriti e silenti antifascisti in pectore. Sino ad allora inabili a una parola o a un gesto che non fosse di ossequio al pur barcollante Regime. L’arco d’azione e la griglia caratteriale dei “canguri giganti” sono da La Rovere esplorati in profondità: gli intellettuali transitati in un baleno dalla rivoluzione fascista a quella comunista, al solito, la fanno da padroni. Ma non sono i soli. Si tratta, in ogni caso, di una miriade di personaggi che non vollero rinunciare alla visibilità, alla remunerazione. Che si trattasse di Fascismo o di antifascismo, erano comunque risoluti a presentarsi tra i radicali, tra i fondamentalisti. Non uno che si fosse appartato in un pensoso romitorio. Non uno che avesse preteso l’espiazione. Dal Fascismo prima e dall’antifascismo poi pretesero invece la cattedra, l’arengo dal quale impartire il loro ostinato magistero. Politici, giornalisti, scrittori: volevano farsi vedere, prima e dopo. Al momento giusto, incalliti razzisti si dettero a predicazioni egualitarie. Tenaci bellicisti presero a parlare di pace e di libertà. Fanatici devoti del Duce vittorioso, si volsero in violenti denigratori dell’uomo, ma solo quando vinto e vilipeso. E così via. Uno spettacolo. Tutti costoro, se niente-niente il Fascismo avesse vinto la guerra, avrebbero conosciuto egualmente il loro “ravvedimento morale”? Chi si azzarderebbe a scommettere?

Ma ci furono poi anche episodi e personaggi più sfumati. Più complessi. E quindi ben più inquietanti del semplice caso, in fondo banale nella sua miseria, dell’opportunista professionale. Teresio Olivelli, ad esempio. Uno che pagò di persona. Come riporta La Rovere, su di lui scrisse nel 1947 Alberto Caracciolo, un suo allievo di Università, passato all’antifascismo sotto l’influsso del maestro dopo l’8 settembre. Già nell’estate del ’44, sia pure anonimamente, costui aveva steso una retrospettiva autobiografica sul coinvolgimento dei giovani nel Regime. Uno dei pochi testi dell’epoca in cui al Fascismo veniva riconosciuto spessore ideologico ed etico: «il fascismo fu per noi giovani qualche cosa di molto complesso: una mentalità, una psicologia, una religione, uno stile oltre che una dottrina e una prassi politica». Per Caracciolo, il Fascismo era qualcosa di molto diverso da quello dipinto dai comunisti, cioè una criminale impostura capitalistica. Oppure dai liberali alla Montanelli, cioè una pagliacciata all’italiana. Caracciolo testimoniò che il Fascismo «era sì una dottrina terribile, ma era anche una dottrina difficile a viversi, per la quale occorreva del coraggio e una estrema forza morale, se poneva come supremo atto della vita il sacrificio…».

Caracciolo fu uno dei costruttori della leggenda di Teresio Olivelli. Nacque così la figura del martire. Ucciso pare da un guardiano in un campo di prigionia tedesco, per aver preso le parti di un compagno maltrattato, Olivelli divenne ben presto un’immaginetta dell’amore cristiano e del supremo martirio. L’8 settembre, militare veterano del fronte russo di stanza a Vipiteno, venne catturato per non aver deposto le armi, riuscì a fuggire dal campo di prigionia e organizzò nella latitanza un piccolo nucleo apolitico attorno al giornaletto Il ribelle di Brescia. Ripreso nell’aprile 1944, venne spedito al campo di Hersbruck, dove trovò la morte nel gennaio 1945, nel modo che abbiamo detto. Dagli scritti lasciati da Olivelli, si capisce che la sua decisione di saltare il fosso derivò dal trauma riportato nel vedere, nei giorni dell’armistizio, tanta gente deportata, ammassata nei treni, malmenata dai tedeschi.

Ci teneva a dirsi apolitico e la sua formazione cristiana insorse su quell’occasionale spettacolo di sofferenza. Nulla di ideologico. I posteri provvidero a tessere intorno a questa figura la necessaria aura di martirio. Al punto che le diocesi di Como, dove Olivelli nacque, e quelle di Vigevano e di Pavia, dove visse, studiò e insegnò, ne hanno promosso la causa di beatificazione. Gli stessi biografi hanno poi collaborato al quadro devozionale, ingegnandosi a inserire l’Olivelli “resistente” in una costante attività di apostolato, in sintonia con la sua attività precedente l’8 settembre. Operazione difficile. Difficilissima. Infatti, Olivelli, fino a quella data, non era stato che uno dei più classici e più brillanti esempi di giovane intellettuale fascista organicamente schierato su tutte le iniziative di punta dell’ideologia fascista.

Agiografi spericolati – per edulcorarne la fede fascista – hanno scritto che Olivelli aveva inteso “cristianizzare” il Fascismo, cercando di armonizzare l’etica fideistica con quella totalitaria. La Rovere, da parte sua, commenta: «In effetti, la carriera di Olivelli nel partito era difficilmente spiegabile con il desiderio di cristianizzare il fascismo, per quanto esso fosse stato radicato e sincero». Assistente alla cattedra di Diritto Amministrativo di Torino, Olivelli collabora ai giornali universitari fascisti e al Dizionario di politica, poi vince nel 1939 i Littoriali di Trieste con una relazione sul razzismo. Nominato oratore presso i Fasci e i Gruppi rionali della provincia di Torino, partecipa a numerosi convegni e congressi in tutta Italia. Nel luglio ’39 chiede e ottiene di recarsi a Berlino per un “corso estivo di politica nazionalsocialista”, poi è a Vienna per studiare in loco le realizzazioni del Terzo Reich. Nell’aprile ’40, in qualità di membro della commissione giudicatrice, partecipa ai Littoriali di Bologna. Accetta un posto all’Istituto Nazionale di Cultura Fascista e nell’ottobre ’40 partecipa al Congresso universitario italo-tedesco di Studi Politici, poi è nominato primo segretario della Commissione Studi e Legislazione e nel febbraio ’41 è ancora una volta a Berlino per un altro corso di dieci giorni sulla “politica nazionalsocialista”. In seguito, alla fine del mese, si arruola volontario e, mentre frequenta il corso allievi ufficiali, partecipa al Convegno universitario italo-tedesco di Torino, poi a quello inter-universitario di Padova del febbraio ’42. Va e viene da Roma, frequenta l’Istituto di Cultura Fascista e infine chiede e ottiene di partire per il fronte russo, dove giunge nell’estate ’42. Qui prende parte ai combattimenti, è coinvolto nella tragica ritirata, rientra in Italia ed è subito nominato rettore del Collegio Universitario Ghisleri di Pavia, con registrazione del gennaio ’43.
Sin qui, una carriera folgorante, un iter esemplare di intellettuale fascista militante. E, ovviamente, non un refolo di fronda. Ma, al contrario, parole ben chiare. Come quelle scritte su “Libro e Moschetto”, giornale della Federazione fascista di Milano, nel gennaio ’40: «Il razzismo fascista è la valorizzazione spirituale di un dato biologico… La comunanza di una peculiare dotazione genetica circoscrive in modo esclusivo un gruppo umano nel quale il singolo, indipendentemente dalla sua volontà, viene per virtù naturale inserito e dal quale non può astrattamente essere staccato. Onde la naturalità e, in certo senso, la provvidenzialità della propria posizione in una comunità». Essere membro biologico di una razza e non di un’altra, in parole povere, è per Olivelli cosa naturale e anzi provvidenziale. Chiarissimo. Gli agiografi, tuttavia, per giustificare questo grave nodo del pensiero di Olivelli alla luce mistica del suo sacrificio cristiano, hanno inteso barattare questa prosa solare come fosse un gesto contro il razzismo tedesco. Gianpiero Landi, ad esempio, autore di un volume celebrativo del 1983 intitolato Teresio Olivelli. Un progetto di vita (Editrice Massimo), per difendere l’icona dall’onta razzista, ha speso parole tra il mistificatorio e il grottesco: «Per contrapporre a tale politica [nazionalsocialista] un razzismo giustamente inteso e in sintonia con la dottrina cattolica, Teresio accetta di partecipare ai Littoriali del ’39…». Il razzismo “giustamente inteso” di Olivelli era del seguente tenore: «Il razzismo si presenta come svolgimento e intensificazione nella concretezza fisica del principio nazionalistico, eminentemente spirituale… Il razzismo è approfondita coscienza della propria essenza nazionale… Il razzismo fascista vuole che il popolo italico cosciente e altero di essere il portatore di valori che costituiscono l’unica civiltà, continui la missione imperiale che l’eredità custodisce…» eccetera eccetera.

Cristianesimo? Fulgido esempio di morale evangelica? Giustamente, La Rovere parla di «utilizzo della biografia del giovane» al fine di ammassare materiale utile per costruire la leggenda. Olivelli fu uomo generoso. Onesto. Fascista e, a suo modo, cristiano. Osserviamo solo che, per avere uno scatto di umana solidarietà, non occorre né essere cristiani né essere antifascisti. Basta essere uomini. E Olivelli fu uomo molto migliore dei suoi interessati biografi.

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Tratto da Linea del 1 agosto 2008.

  1. Alberto
    | Rispondi

    Ma Olivelli non era stato partigiano?

    Comunque sono stato studente (purtroppo) della scuola cattolica a lui intitolata.

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